Che faccio, mi indigno?

admin | April 22nd, 2012 – 1:54 pm

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“In Bahrein l’opposizione sciita manifesta contro la casa reale sunnita, ritenuta filostatunitense”. È la voce impostata di una giornalista italiana, alla radio, che mi comunica questa semplice (ed errata) lettura di quello che sta succedendo in Bahrein durante la Formula1. O per meglio dire: quello di cui i giornalisti in Italia parlano in questi giorni perché c’è la Formula 1. Le leggi del giornalismo nostrano sono ferree, e non è (nemmeno) del tutto colpa dei giornalisti, ma del “sistema”. Dei fatti si parla quando si ritiene che incontrino i gusti e gli interessi di una larga porzione di pubblico. Tutta un’altra storia – ovviamente – è la domanda che il “sistema mediatico” non si fa quasi mai: chi sia a decidere i gusti e gli interessi di una larga porzione di pubblico. Ma tant’è. Qualcuno/a (me compresa) continua a indignarsi, qualcuno ogni tanto si interroga stancamente sul rapporto tra media e pubblico, gli altri eseguono gli ordini perché pensano che tanto non cambia nulla. E a loro, a questi ultimi, cambiare gli equilibri e le regole non scritte non fa poi tanto comodo, per quieto vivere, per ragioni di carriera. O per semplice indifferenza.

E allora che faccio? Continuo a indignarmi? Perché no? Preferisco essere in compagnia di Abdul Hadi al Khawaja, che oggi era al 74mo giorno di sciopero della fame, e a sua figlia Zeinab, che protestava da sola (la foto l’ho trovata su Facebook) nella sera del Bahrein, mentre il circo della Formula 1 cercava di fare come se nulla fosse. Preferisco stare con i medici incarcerati per aver curato – era il febbraio del 2011, e chissà se allora il circo mediatico della F1 se ne occupò – i manifestanti che per giorni occuparono pacificamente la piazza delle Perle, nel centro di Manama, uno dei luoghi iconici della vergogna che la politica estera occidentale dovrebbe provare, soprattutto dopo la repressione dura, violenta e feroce delle dimostrazioni. Perché la rivoluzione perdurante in Bahrein non risponde all’assioma sciiti contro sunniti, come vorrebbe farci credere anche la conduttrice del GR con la voce impostata, perché impostare la voce vuol dire darsi autorevolezza. È sempre stata una rivoluzione di tutti, sciiti e sunniti, per democrazia, rappresentatività, libertà, giustizia.

Ma c’è una cosa che mi indigna ancor di più, ed è il refrain che ho letto più volte da parte del circo della Formula 1. Recitava più o meno così: io sono qui per lo sport, e quindi di questo mi occupo. È esattamente lo stesso atteggiamento di chi, in spiaggia, continua a prendere il sole anche se, accanto, qualcuno ha avuto un malore oppure il cadavere di un migrante ha avuto l’ardire di spiaggiarsi proprio lì, vicino agli ombrelloni. Le mie letture adolescenziali mi spingerebbero a citare banalmente Per chi suona la campana, non tanto per l romanzo, quanto per la guerra civile spagnola.

Preferisco, però, chiedermi qualcosa di più sull’Italia, paese mio in decadenza, senza verve e quasi senza speranza. Leggendo chi, su FB, si indignava come me sullo scandalo del Bahrein, ho notato che molti, me compresa, erano italiani all’estero. Quelli della fuga dei cervelli, pezzo di popolo dimenticato. Fino a pochi mesi fa, non mi consideravo parte di loro a pieno titolo: semmai, una emigrante privilegiata. Oggi, invece, capisco nella carne quello che un cervello in fuga prova. Vergogna, talvolta, nell’essere rappresentata da un personale politico e culturale sciatto e mediocre. Rabbia, nel sapere che c’è dell’altro, di italiano, di cui noi cervelli in fuga siamo l’immagine: quella che fa fare a tutti, anche ai mediocri, una gran bella figura. Amarezza, nel constatare che per cambiare qualcosa non c’è più molto tempo, e che per il mio pezzo di generazione (in fuga) le speranze di far parte del cambiamento sono scarsissime.

Che fare?, diceva un grande, tanto tempo fa. L’unica risposta che mi viene in mente, che nasce dalla grande dignità dimostrata dai ragazzi arabi, è uno scatto di reni, inclusivo, in cui coloro che valgono non rimangano dietro le quinte a vedersi rubare, ancora, il presente e il futuro. Perché c’è una colpa, che i cervelli in fuga si portano sulle spalle: spesso la nostra indignazione ci fa stare alla finestra, a imprecare contro i mediocri.

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