CHE FARFALLA E’. Una testimonianza vera, storia personale!

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tratto da: Odeh Amarneh

Era la notte del 28 novembre 1992, proprio in concomitanza con la giornata mondiale di solidarietà con il popolo Palestinese decisa dall’ONU.

Ero a Yabad vicino Jenin, ero un ragazzino di 16 anni , ero felice quel giorno per un motivo semplice: la mia famiglia si era appena spostata nella casa nuova. Una casa costruita con tanto amore pazienza e tanti sacrifici. La casa era pulita, bella, appena arredata, e io per la contentezza non avevo ancora scelto il posto mio dove dormire. Una notte avrei dormito in una stanza, un’altra nell’altra. Quella prima notte ho dormito nel salone con mio padre seduto vicino al fuoco e la televisione accesa.

Quella notte pioveva. E faceva tanto freddo. Ero felice anche perché mio fratello maggiore mi aveva regalato un bellissimo cappotto giallo con la pelliccia, proprio quel giorno. Mi ricordo esattamente che nel momento in cui mi sono addormentato mi rimiravo il cappotto giallo che mi sembrava bellissimo.

Verso l’una di notte, all’improvviso, si sentì un rumore di macchine militari davanti casa. Pochi secondi dopo, bussano alla porta in un modo pazzesco, strillano. Ci sono tanti soldati, cani, una lice accecante, bestemmie, insulti. Hanno chiesto di me: un ufficiale ha gridato “dove è Odeh?”

Io: “eccomi!” – “Dammi la tua carta di identità” – Io: “eccola”- “Vestiti e vieni con noi!”

Mia madre: “cosa volete?” Lui: “niente, torna fra poco!” Questo poco è durato 7 mesi! Lui: “tutti fuori!”

Hanno messo la mia famiglia, fratelli e sorelle, sotto la pioggia per 2 ore, nel frattempo hanno messo a soqquadro la casa, Hanno praticamente distrutto tutto cercando cose proibite, cosi hanno detto!

Io : ho indossato il mio bel cappotto giallo e un paio di scarpe di marca “Forsa”, che erano famose fra gli attivisti della prima Intifada. Con orgoglio e dignità ho salutato i miei genitori, ho detto loro “tornerò presto! non vi preoccupate”. Mia madre piangeva, mio padre ha detto solo: “Forza Odeh, sei un uomo grande! vai mio figlio! dio sia con te!”

Appena mi hanno trascinato fuori di casa, mi hanno legato le mani e mi hanno bendato gli occhi. Mi hanno lasciato sotto la pioggia per un po’. Poi hanno iniziato a picchiarmi, mi hanno gettato dentro una jeep. Sul pavimento della Jeep c’era acqua e fango, i soldati hanno fatto il giro del mio paese per arrestare altri ragazzi, presero 6 mie amici che con il tempo sono diventati come fratelli.

Siamo arrivati alla prigione di Jenin che era quasi l’alba. La prigione era fatto semplicemente di tende, tende lacerate e rotte. Il tutto era pieno di acqua, fango e rifiuti. Era pieno di gente di tutte le età: bambini, anziani, giovani, adulti.

Ci hanno fatto le foto e ci hanno preso le impronte digitali. Mentre mi prendevano le impronte continuavamo a picchiarmi e insultarmi. Mi hanno gettato sul filo spinato.

I soldati erano come un coro: picchiavano tutti insieme sotto gli ordini l’ordine dell’ufficiale.

Si fermavano e ricominciavano a volte tutti insieme e a volte l’ufficiale da solo.

E lui strillava in lingua ebraica: “Cade la neve questa sera sul sud di Spagna… sono come una farfalla”.

Il mio “bel cappotto giallo” ha perso il suo colore, era un miscuglio di fango, inchiostro, sangue.

Voglio il mio cappotto bello e pulito, come facciamo?

Di chi è la responsabilità?

Che farfalla è questo soldato?

Rispondetemi, per favore!

Odeh Amarneh Roma 31.1.2020

 

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