Chi curerà le ferite di Gaza?

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Gli interrogativi del Patriarca di Gerusalemme

Dopo l’accordo per il cessate il fuoco si pensa ora alla ricostruzione di Gaza. Per chi rimane nella Striscia quale possibilità di cambiamento vede in prospettiva?
In questi giorni il vescovo ausiliare e l’amministratore del patriarcato di Gerusalemme hanno ottenuto il premesso di visitare Gaza. La tregua va bene, ma è un risultato raggiunto dopo la morte di oltre duemila palestinesi e una distruzione quasi totale. Non è la prima volta che la popolazione della Striscia paga simili conflitti. Ora abbiamo davanti una nuova costosa ricostruzione in termini di denaro, in termini umani. Ma io mi chiedo: distruggere Gaza, distruggere tutto un popolo e poi pensare di ricostruirlo; perché si è dovuto arrivare a questo? Chi curerà le ferite interiori? Chi quelle di tanti bambini che hanno visto l’orrore e la morte dei loro familiari? Io dico che se le condizioni sono e restano le stesse di prima della guerra, se queste condizioni non cambiano, noi continueremo ad avere gente disperata, prostata, frustrata. Continueremo ad allevare odio ed estremisti. E pagheremo tutti il risultato di questa politica.

Come si può arrivare ad un giusto accordo e a una pacificazione?

Per arrivare a un punto d’accordo giusto e a una giusta pace nella Striscia di Gaza occorre che ciascuna delle parti si metta un po’ al posto dell’altro. Tocca soprattutto ai grandi, ai politici, ai dirigenti avere un briciolo di logica e ad agire e lavorare realmente a favore di una pacificazione costruttiva. Anche la comunità internazionale da fuori deve avere questo sguardo e avere il coraggio di dire la verità, seppure non piace a tutti. Il fatto cioè che tutti abbiamo la stessa dignità, tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri. C’è una legge chiave della politica internazionale che si chiama ‘reciprocità’. Bisogna che si applichi questo principio.

(Avvenire 5.9.2014)

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