Chi ha paura di @alaa?

admin | November 29th, 2013 – 12:46 am

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“Ho ufficialmente informato l’ufficio della procura con un telegramma (n.96/381 con data odierna), e con una lettera (consegnata nelle mani del pubblico ministero, protocollata con n.17138/2013), così come ho informato il procuratore generale per la zona Cairo Centro (telegramma n. 96/382) della mia intenzione di costituirmi sabato 30 novembre alle ore 12 all’ufficio della procura a Qasr El Nil”. Firmato: Alaa Abdel Fattah. Per chi ancora non lo conoscesse, il più seguito, amato, iconico leader politico della rivoluzione di Tahrir.

Dichiarazione pubblica, quella di Abdel Fattah, rilasciata il 27 novembre sulla pagina Facebook del più seguito, iconico leader dei rivoluzionari di Tahrir. Dichiarazione politica, sferzante, il cui stesso titolo dice molto anche del contenuto: “Un’accusa che non smentisco e un onore che non rivendico”. L’accusa delle autorità egiziane, di aver incitato i manifestanti a protestare il giorno prima contro la nuova legge che ingabbia le dimostrazioni di piazza e il consenso. L’onore che @alaa non rivendica, di aver organizzato proprio quella manifestazione contro la nuova legge e, parallelamente, contro i tribunali militari.

La polizia egiziana non ha lasciato ad @alaa il tempo di costituirsi. Lo hanno arrestato questa notte, nel cuor della notte, a casa sua, di fronte a sua moglie Manal. Suo figlio di due anni, Khaled, dormiva, per fortuna. Sono entrati in 20 poliziotti, alcuni mascherati, ha raccontato Manal Hassan. Lo hanno picchiato, hanno schiaffeggiato sua moglie, com’è nella consuetudine della polizia, consuetudine raccontata anche da fior di scrittori egiziani durante l’era di Mubarak. Lo hanno picchiato dopo che lui ha chiesto gli fosse mostrato il mandato di cattura, lui figlio di uno dei più importanti avvocati dei diritti umani e civili del Paese. Lo hanno portato via in località sconosciuta, forse in una centrale delle forze di sicurezza sulla Cairo-Alexandria Desert Road. In soldoni: lontano dai riflettori e dalla città.

Per l’ennesima volta hanno arrestato Alaa Abdel Fattah. Lo aveva fatto il regime di Hosni Mubarak nel 2006. Lo ha fatto nell’autunno del 2011 il Consiglio Militare Supremo guidato dal generale Tantawi, perché @alaa aveva denunciato le responsabilità dei militari nell’uccisione di decine di dimostranti, la gran parte cristiani copti, nella manifestazione di fine ottobre di quell’anno. Lo aveva indagato anche il regime di Mohammed Morsy, e ora tocca anche a quello che lo stesso @alaa aveva definito, nella dichiarazione del 27 novembre, il regime dei Quattro (Sisi, Beblawi, Ibrahim e Mansour).

Tutte le volte che si arriva a una congiuntura importante, delicata, per i regimi, Alaa Abdel Fattah viene arrestato, indagato, messo sotto processo. Un ragazzo, e ora un giovane uomo. Un uomo solo, sulle cui spalle sembrano essersi concentrate tutte le responsabilità. Perché? A chi fa paura quest’uomo? O meglio, a chi fa paura questo politico, questo coraggioso politico che non teme di chiamare le cose con il loro nome? Di schierarsi, in sostanza, contro il regime islamista di Morsi e, allo stesso tempo, contro chi ha represso nel sangue la protesta di Raba’a El Adawiyye. Chi ha paura di @alaa, tanto da dover inscenare un arresto così violento e crudo, usando tecniche che sono state viste anche in altre parti del Medio Oriente? E perché c’è bisogno di non farlo parlare, proprio ora?

Forse perché una voce come quella di @alaa potrebbe incrinare la costruzione mediatica attuata dal regime ora al potere al Cairo, a uso e consumo del consenso interno e degli alleati internazionali che contano. Forse perché quel tipo di voce, che non è solo di Alaa Abdel Fattah, si alza contro le decisioni prese in tema di diritti civili, fuori e dentro la nuova costituzione, che viene decisa ancora una volta dall’alto. La rivoluzione di Tahrir, di cui @alaa è forse (anzi, certamente) il simbolo che riesce a mettere assieme tutte le componenti, continua a fare paura, perché è lì, proprio a Tahrir, che continua a esserci lo scoglio per una risistemazione dell’ancien regime con un vestito nuovo. E l’ancien regime vestito di nuovo non se lo può permettere, un @alaa che urla che non c’è l’abito nuovo. Anche stavolta il re è nudo, e ha paura di un bambino.

Stavolta il regime ha alzato il tiro. Ha avuto bisogno di picchiare Alaa Abdel Fattah. E questo aumenta i timori per la sua incolumità, così come i timori per il futuro democratico dell’Egitto. alaa Abdel Fattah è stato arrestato dopo due giorni di giro di vite. La polizia aveva arrestato decine di attiviste, il 26 novembre, le aveva caricate su un cellulare e lasciate nel mezzo del deserto, dopo qualche ora. E poi ieri una corte ha condannato a undici anni (undici anni) di reclusione ragazze, molte delle quali minori, accusare di appartenere alla Fratellanza Musulmana.

#FreeAlaa, ancora una volta, e con più forza di prima.

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