Chi mette sotto silenzio la Palestina

adminSito   venerdì 15 febbraio 2013 09:26

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Un giornalista palestinese controlla la sua auto dopo un bombardamento israeliano del 18 novembre 2013 a Gaza City (Foto: Majdi Fathi/APA images)

Nei Territori Occupati, giornalisti target dell’occupazione israeliana: arresti, multe e a volte omicidi. E l’informazione perde professionalità.

di Emma Mancini*

Betlemme, 15 febbraio 2013, Nena News – Non è certo facile fare il giornalista nei Territori Occupati Palestinesi. E se il nuovo rapporto di Reporter Senza Frontiere premia Cisgiordania e Gaza per il maggior rispetto della libertà di stampa, a restringere drammaticamente il diritto all’informazione è l’occupazione israeliana.

Nel rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere, la Palestina guadagna otto posizioni e si piazza al 146esimo posto nella classifica che verifica la tutela della libertà di stampa. “Il miglioramento delle relazioni tra Hamas e l’Autorità Palestinese ha avuto un impatto positivo sulla libertà di informazione e l’ambiente di lavoro dei giornalisti”, si legge nel comunicato di gennaio.

Al contrario, Israele crolla al 112esimo posto della classifica, perdendo ben venti posizioni. Ad influenzare un simile risultato sono le politiche di repressione della stampa palestinese nei Territori, ed in particolare l’attacco a giornalisti palestinesi durante l’offensiva militare, ribattezzata “Operazione Colonna di Difesa”, contro la Striscia di Gaza lo scorso novembre.

L’aviazione israeliana ha bombardato le sedi di diverse emittenti palestinesi, tv e radio, e ha ucciso e ferito numerosi giornalisti: distrutte le sedi di Al Quds TV e Al Aqsa TV (feriti gravemente sei giornalisti e un autista); colpiti la casa del fotografo Ali Ibrahim dell’European Agency e il quartier generale dell’associazione Free Media; centrata la macchina dove viaggiavano due cameraman di Al Aqsa TV, Hossam Mohamed Salamah e Mahmoud Ali Al-Komi, morti sul colpo; ucciso il direttore di Al Quds Educational Television, Mohammed Mousa Abu Eisha; seriamente danneggiata la torre Alja, dove si trovavano gli uffici di Al Jazeera, e quella di Nea’meh, sede dell’AFP.

“Durante l’operazione militare del novembre 2012 – prosegue il rapporto di Reporter Senza Frontiere – l’esercito israeliano ha deliberatamente colpito giornalisti e sedi dei media considerati affiliati ad Hamas. E gli arbitrari arresti e detenzioni di giornalisti palestinesi sono ancora pratica frequente“.

Ne parliamo con Maath Musleh, giornalista palestinese che lavora perAl JazeeraMa’an News e Al Akhbar, oltre che noto blogger e fondatore del blog di giovani giornalisti “Beyond Compromise“.

“Il problema di fondo è l’inesistenza di una legge che ci tuteli, che tuteli i giornalisti palestinesi. Lo strumento che l’esercito israeliano utilizza per reprimere il diritto all’informazione è la legge militare che vieta in Cisgiordania raduni di più di nove persone. In questo modo tutte le manifestazioni sono considerate illegali e di conseguenza è illegale la presenza di reporter”.

“Prendiamo ad esempio il villaggio di Nabi Saleh, dove tutti i venerdì si svolge la tradizionale marcia contro il Muro e le colonie – ci spiega Musleh – Ogni venerdì l’esercito israeliano dichiara il villaggio ‘zona militare chiusa’: i soldati impediscono l’ingresso ad attivisti e giornalisti attraverso barriere di cemento nella principale strada di ingresso a Nabi Saleh. Ecco perché i grandi media non coprono più le proteste pacifiche in Palestina: è difficile prendervi parte e, in ogni caso, non vengono più considerate una notizia. Si tratta di una vera e propria forma di normalizzazione della violenza israeliana: le aggressioni a manifestanti nonviolenti non fa più notizia, non è più una storia da raccontare”.
Ecco così che il movimento di resistenza popolare palestinese si riorganizza: per attirare di nuovo l’attenzione del mondo, nelle ultime settimane sono state organizzate azioni originali e brillanti, come la costruzione di nuovi villaggi in terre minacciate di confisca. È il caso diBab al-Shams, villaggio eretto in poche ore in Area E1 (dove Israele ha pianificato la costruzione di nuove colonie). Immediata la repressione israeliana, che ha avuto come principale target proprio la stampa: molti giornalisti sono stati picchiati, ad altri è stato impedito l’ingresso nel villaggio, mentre per ore le autorità israeliane bloccavano le frequenze dell’emittente Palestinian Public Tv.

Ma se i media mainstream sono assenti, sono i giornalisti locali a garantire la copertura delle azioni di protesta da parte della resistenza palestinese. Spesso si tratta di reporter e cameraman che vivono nei villaggi obiettivo dell’esercito, gli unici già sul posto quando le comunità vengono chiuse all’esterno.

“Nonostante abbiamo tutti la pettorina con su scritto ‘press’ – continua Maath – veniamo regolarmente arrestati e rilasciati solo dietro il pagamento di multe salate. Ci sono soldati che si occupano solo di questo, di individuare i giornalisti palestinesi e di impedire il loro lavoro. E questo non avviene solo durante le manifestazioni, di giorno: in genere i soldati compiono raid militari nei villaggi della Cisgiordania di notte e gli unici che possono documentare l’accaduto, gli eventuali arresti o le perquisizioni, sono i giornalisti locali”.

Tra gli strumenti più utilizzati dall’esercito c’è quello economico: multe per i giornalisti arrestati e distruzione sistematica di macchine fotografiche e videocamere, strumenti di lavoro preziosi e molto costosi, soprattutto per le tasche dei giornalisti più giovani e dei freelance, i meno tutelati. “In questo modo l’esercito tenta di fermare il nostro lavoro, facendoci soffrire finanziariamente. Sanno che non abbiamo paura di essere arrestati o picchiati. Quello che davvero temiamo è la perdita delle attrezzature”.

Attrezzature difficili da reperire per le mancanze strutturali del settore di informazione palestinese: mancano soldi, finanziamenti, equipaggiamento, non esistono scuole e i giovani giornalisti spesso si formano al di fuori delle redazioni. “Il nostro settore qui in Palestina – prosegue Musleh – è affetto da scarsa professionalità e scarsi salari. È difficile trovare un lavoro stabile, remunerato, di cui si possa vivere. Per questo molti freelance si rivolgono all’estero o lavorano soprattutto nei social network. In breve tempo, siamo stati in grado di creare un network per lo scambio sia di informazioni che di esperienze, che supera le barriere. Da Gaza alla Cisgiordania, dalla Palestina ’48 ai campi profughi all’estero, il sistema di informazione palestinese ha trovato nei blog, in Facebook e Twitter nuovi strumenti di condivisione. Prendete Gaza e l’ultima offensiva militare israeliana: grazie ai blogger e i giornalisti gazawi, il mondo aveva costantemente notizie in diretta“.

Insomma, l’informazione palestinese tenta di uscire dal guscio in cui è stata relegata dall’occupazione israeliana e anche dai media internazionali, che spesso non riportano le storie raccontate dai giornalisti palestinesi perché considerati di parte o poco credibili.

Una sorta di boicottaggio che influenza la professionalità dellastampa locale. Spesso costretta a coprire quello che i grandi media non raccontano, ha finito per arenarsi su numeri e statistiche, sul racconto di arresti e violenze citando solo nomi e numeri. “Quello che ci permetterebbe di fare il salto di qualità è la trasformazione del nostro giornalismo in un giornalismo di inchiesta. Raccontare storie, dare volti ai nomi, approfondire le questioni inerenti all’occupazione – conclude Maath – Ma non c’è tempo né ci sono i mezzi economici per farlo. Per sopravvivere i giornalisti devono produrre più articoli possibile e spesso sono costretti a rimanere in superficie. Non siamo in grado di dedicare settimane ad un’inchiesta o ad un reportage, se dobbiamo anche mantenerci. Chi vive di giornalismo è costretto a sacrificare la qualità sull’altare della quantità”. Nena News

*Pubblicato su L’Indro

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=51561&typeb=0&Chi-mette-sotto-silenzio-la-Palestina

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