Chi si ricorda del Giardino delle Rose?

admin | September 12th, 2013 – 11:06 am

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Venti anni e stavolta, davvero, sembra un secolo. Venti anni scoccano domani, e la foto di quella stretta di mano contratta e forzata porta su di sé tutti i segni di un tempo andato, e di una speranza su cui è stata costruita una vera e propria industria della pace. Yasser Arafat e Ytzhak Rabin, di fronte a un giovane e orgoglioso presidente Bill Clinton sanciscono la tappa pubblica e più importante del processo di pace. È la pace di Oslo, anche se quella stretta di mano viene immortalata lontano da Oslo, a Washington, nel Giardino delle Rose, nell’ala ovest della Casa Bianca.
13 settembre 1993. Sembrava a portata di mano, la pace, e ora a venti anni di distanza quella parola – “pace” – è così intrisa di retorica, di astrattezza, di alibi da perdere del tutto la sua bellezza. Persino il suo valore infinito, non misurabile. Non c’è pace, e non c’è speranza di una pace giusta, duratura, realista, a Gerusalemme. Non c’è pace, anche se il “processo di pace”, le “speranze di pace”, la “road map” verso la pace, la “città della pace”, gli “uomini di pace”, i “popoli che anelano alla pace” sono tutte locuzioni che hanno riempito il nostro immaginario (italiano? Europeo? Occidentale? Fate voi…) per i decenni trascorsi.
Chi si occupa da tempo e seriamente di conflitto israelo-palestinese sa che quel “processo di pace” iniziato in una stanza dell’American Colony a Gerusalemme est e proseguito in gran segreto a Oslo è morto. Non solo per consunzione, non solo perché non ne sono stati rispettati i criteri, non solo perché le ali estremiste sia in Israele sia in Palestina lo hanno boicottato. E non solo perché da Oslo in poi sono state costruite più colonie israeliane dentro i Territori Palestinesi di quante (ben poche) ne siano state costruite prima del 1993. Il processo di pace di Oslo è morto di gradualismo, di vaghezza, di rinvii, e soprattutto di “non detto”. Non detto e rinviato sine die il nodo dei confini, quello dei rifugiati, il nodo dello status di Gerusalemme. Non detto, rinviato sine die persino il nodo della Palestina come Stato.
Oslo, più che un processo, un iter, un work in progress, è stato un macigno. Paradossale, vero? È stato quanto di meno temporaneo si sia avuto in Medio Oriente. Tutto – negoziati infiniti, colonie, ‘fati sul terreno’, occupazione, attentati – è stato compiuto nel nome di Oslo oppure contro Oslo. E a rimetterci è stata una pace che fosse radicata su un’unica parola: riconoscimento. Di due popoli, di due Stati vivibili e sostenibili. Di Israele e Palestina.
Il simbolo di tutto questo è Gerusalemme. Il suo destino. Il suo futuro. La sua tristezza infinita. Nessuna capitale dei due Stati, nessuna unicità fondata sulla complessità e sulle diverse identità che la compongono e la posseggono.
E allora? E allora, se il pragmatismo ipocrita non ha avuto successo, in questi decenni, forse è il caso di rivolgersi all’Utopia. Domani, per chi vorrà, metterò sul blog qualche riga della conclusione del libro. Una conclusione che sorprenderà, magari, molti dei lettori di queste pagine.

La foto mi è stata mandata alcuni anni fa da una lettrice, Irma di Giacomo, che l’aveva scattata a Hebron e l’aveva intitolata Fantasmi. Grazie.

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