Chiamatela col suo nome: carneficina

Adham, di dodici anni, era quasi arrivato a scuole, nel campo profughi di Jabalya. Quando il drone lo ha colpito a morte teneva lo zainetto nella mano destra e la mano del fratellino di sette anni nella sinistra.
Muhammad al-Ghumri, è stato fatto a pezzi dai missili israeliani che hanno disintegrato la sua sua auto nella cittadina di Deir el-Balah.
Il corpo di Hamed, anziano contadino, era irriconoscibile quando è stato portato all’Ospedale Al Shifa.
A Khan Yunis, un aereo di ricognizione ha bersagliato la motocicletta guidata da Husayn, di cinquant’anni mentre Mansur e tanti altri sono stati colpiti dai raid mentre sfilavano in processione durante il corteo funebre dei primi uccisi.
A fianco del fotografo dell’agenzia Maan, ucciso dai missili mentre guidava la sua auto, c’era sua moglie. In questo caso sono tre i morti, perché tragicamente, lei era incinta.
Prima di ogni commento abbiamo preferito immaginarci lì, per le strade e nelle case di Gaza, con i genitori di Adham e i ragazzini della scuola di Jabalya…
Persone, gazawi, giovani vecchi, bambini e nascituri, accomunati dal destino di nascere e – obbligatoriamente crescere – in una striscia di terra senza vie di fuga, anche volendo. Tra loro, probabilmente qualche militante nella lotta armata. Per tutti, la pena di morte senza nessun tribunale, senza nessun arresto, nemmeno preventivo. Tra loro, come sempre, la maggioranza era composta da civili.
Eppure.
Eppure ancora una volta non ce l’hanno detto, o meglio, ci hanno raccontato versioni distorte di una carneficina. Ai giornalisti radio televisivi e della carta stampata che ancora si ostinano a cercare di raccontarla, vorremmo dire che non si affannino nemmeno più a dare una parvenza di resoconto obiettivo ai loro reportage.
Ormai lo sappiamo che le notizie non arrivano dalle loro voci colpevoli di occultamento di verità.
Le dobbiamo cercare, le notizie. Tra chi vive con la povera gente della striscia. Tra chi tra i giornalisti verifica le fonti e non ha paura di raccontare, di denunciare, di squarciare il velo.
A volte ci stupiamo quando qualche amico ancora fiducioso nei tg nazionali ci dice: eppure ne hanno parlato! O quando qualcun altro afferma sinceramente: anche la Repubblica ha dedicato un paginone su Gaza. Le notizie ci sono allora. E non sono novità.
Ha postato in facebook Federica Pitoni, della Mezzaluna rossa palestinese, Italia:
“Vi racconteranno che il raid è scattato come rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam verso Israele. Ma la dinamica dei fatti non è questa. Non è questo l’ordine cronologico degli avvenimenti.(…)
E allora proviamo a ricapitolare i fatti, solamente i fatti, nell’ordine cronologico in cui sono avvenuti. Nella giornata di venerdì 9 marzo, con un’esecuzione mirata, gli israeliani hanno ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, una formazione alleata di Hamas. Al Qaissi si trovava a Tel al Hawa, a Gaza, ed era in auto con Ahmed Hananni, quando un cacciabombardiere israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati uccidendoli. Si può quindi parlare di un’esecuzione, di un omicidio mirato.
E da lì è iniziata una notte di inferno per Gaza, dove l’aviazione israeliana ha lanciato raid a ripetizione, in risposta al lancio di alcuni razzi, in vari punti del capoluogo, uccidendo, nella sola nottata, 12 palestinesi e ferendone 25. Raid che non si sono fermati. Nella giornata di sabato sono continuati gli attacchi, facendo altri morti e feriti, con un bilancio in continua evoluzione. Attacchi e bombardamenti che hanno colpito civili inermi: un ragazzo di vent’anni è morto per le ferite riportate dal bombardamento del quartiere al Tuffah, a Gaza Est, insieme ad altre persone che sono rimaste ferite. Due passanti sono rimasti uccisi e un terzo gravemente ferito per un bombardamento vicino al Consiglio legislativo. Due case sono state distrutte dal bombardamento a Beit Lahia, a nord di Gaza, che ha prodotto altri due morti e diversi feriti. All’alba altri due palestinesi sono morti, uno vicino al Consiglio legislativo, l’altro era in un’auto civile a Deir al Balah. A mezzogiorno di sabato nella parte est di Khan Yunis un aereo ha preso di mira una motocicletta. Ci sono stati, è ovvio, anche attacchi ad obiettivi militari: alla sede delle Brigate Al Qassam e contro una postazione delle Brigate Al Naser Saleh a Rafah.
(…) Questa è la cronaca dei fatti, nella giusta cronologia. Ora, il racconto cronologico dei fatti ci narra una versione molto diversa da quella raccontata dai media e ci pone di fronte a un’altra realtà, altre responsabilità, e la sproporzione tra le vittime dei bombardamenti è un altro elemento di chiarezza, di tragica chiarezza, in questo ennesimo attacco alla popolazione civile di Gaza.“

E non ci volevamo credere, domenica scorsa, leggendo il ‘paginone’ de La Repubblica che Fabio Scuto dedica a questa ennesima tragedia. Federica aveva ragione. Colpa dei palestinesi. Tutti terroristi. Tutti da eliminare:
(…) I Comitati e la jihad islamica -due fra i gruppi più radicali della striscia, che hanno ricevuto attraverso i tunnel del contrabbando con l’Egitto ingenti quantità di armi- non accettano la ‘tregua di fatto’ proclamata da Hamas a Gaza, e mantengono alta la tensione sparando missili contro le città israeliane appena oltre il muro che isola la Striscia.(…). Secondo l’intelligence israeliana Al Qaisi stava organizzando un attacco in grande stile (…), per questo la sua eliminazione è stata necessaria.
(…) Diversi miliziani dei comitati e della Jihad islamica sono stati uccisi mentre si apprestavano a lanciare razzi a Gaza city, a khan younis, a Rafah. Altri guerriglieri sono stati centrati mentre si muovevano in auto o in moto.”

Se poi dalla carta stampata ci spostiamo ai tg nazionali, e magari sabato 10, alle 20.00 abbiamo ascoltato al Tg Claudio Pagliara, lo sconcerto travolge chi è abituato a informarsi quotidianamente e direttamente sulla situazione in Medio Oriente, come Franco Dinelli della Campagna Ponti e non Muri di Pax Christi:

“Nel 2009 l’inviato della Rai a Gerusalemme, Claudio Pagliara, è stato insignito del Premio Saint Vincent per la “copertura imparziale dell’operazione Piombo Fuso”.
Sabato 10 Marzo 2012, una nuova fase degli attacchi aerei a Gaza e un altro servizio ‘imparziale’ del giornalista sul TG1.
Al tg di sabato scorso Pagliara ha affermato che:

“Zuheir Qaisi è stato ucciso perchè, secondo i servizi israeliani, stava preparando uno dei più grandi attentati mai pianificati. in seguito da Gaza sono partiti 27 razzi kassam che hanno innescato la risposta immediata di Israele. Durante i bombardamenti 14 palestinesi sono morti e molti altri sono rimasti feriti. Una buona notizia è però rappresentata dal fatto che il sistema di intercettazione dei razzi da Gaza ha permesso di abbatterne 25 su 27”.
Per spiegarmi meglio voglio fare una piccola allegoria:

Io, alto 1,85m e 90Kg di peso, prendo un bambino di 5 anni e gli tiro un bel ceffone. Lui in risposta mi dà un calcio in uno stinco. Allora io gli rifilo altri 14 schiaffi. Pagliara riporta il fatto: il bambino aveva intenzione di tirarmi un pugno ma io lo ho prevenuto e gli ho dato un ceffone. Poi quando mi ha dato un calcio, gli ho assestato 14 ceffoni affinché si ravvedesse. Per fortuna, il mio sistema di intercettamento calci mi ha permesso di schivarne altri 10.
Se questa è imparzialità… Pagliara può mettersi in cammino di nuovo per Saint Vincent.”

Ma cosa possimo fare noi da qui, ci chiede angosciata Paola, da Venezia. Le risponde virtualmente un’altra Paola, giornalista e analista coraggiosa e lucida. Informarsi, ragionare, comprendere, non lasciarsi appiattire il cuore dalle info preconfezionate. Scrive Paola Caridi nel suo blog invisiblearabs.com:
“Qualche considerazione. Quello che si può già dire è che il bersaglio diretto di questi raid, a prescindere dall’omicidio mirato di Al Qaissi, è la Jihad Islamica. Eppure, la Jihad non aveva alzato il tiro, nelle scorse settimane e mesi. Anzi, se si è parlato della Jihad islamica palestinese, nelle scorse settimane, è stato perché ha usato strumenti diversi. Uno fra tutti, lo sciopero della fame, che ha costretto le autorità israeliane a trattare con i mediatori palestinesi la fine della detenzione amministrativa di Khader Adnan, protagonista di un digiuno durato più di quello di Bobby Sands. Subito dopo l’accordo, è stata Hana Shalabi a iniziare lo sciopero della fame, appena riarrestata dagli israeliani e detenuta, anche lei, in regime di carcere preventivo. La Jihad in Cisgiordania, dunque, ha usato uno strumento pacifico come il digiuno, uno strumento nei confronti del quale le autorità israeliane si sono mostrate sguarnite. Mentre – parallelamente – la Jihad a Gaza faceva sapere di non voler una escalation contro gli israeliani. Perché, dopo quello che era successo nella seconda intifada, le escalation armate si iniziano, ma poi si rischia di perderne il controllo.
E a conferma che in casa palestinese non si voglia una escalation armata (la si voglia o meno definire intifada, o attacco contro il sud di Israele con i razzi lanciati dalla Striscia) ci sono le conversazioni di oggi tra Mahmoud Abbas, il capo del bureau politico di Hamas Khaled Meshaal, e il capo della Jihad islamica Ramadan Shallah. Si deve evitare una escalation, hanno detto, per evitare di fornire agli israeliani un alibi per colpire Gaza.(…) Cadere con forza, determinazione e mezzi in un conflitto armato, per le fazioni palestinesi, vorrebbe dire ritornare indietro. Ritornare a square one. E questo non lo vuole nessuno, mentre continuano i negoziati per il governo di unità nazionale e le trattative per far arrivare di nuovo il carburante a Gaza, dall’Egitto.
Per ultimo, un addendum sul modo in cui i giornali israeliani, e la politica israeliana, parlano dei raid su Gaza. Tutti – e sottolineo tutti – si concentrano sulla performance dell’Iron Dome, il sistema di difesa missilistico con il quale Israele protegge le città del sud, a portata del tiro dei razzi. La performance è molto buona, sono stati moltissimi i razzi intercettati. Lo ha confermato lo stesso Bibi Netanyahu, per il quale il sistema ha provato le sue potenzialità. Cosa significa? Che l’attenzione di politici e militari israeliani è anche a quello che l’Iron Dome potrebbe fare dopo un possibile attacco israeliano ai siti nucleari iraniani?”

BoccheScucite

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