Chiedo spesso a mio padre perché ci ha fatto nascere, qual è il motivo, che senso ha?

Martedì 04 Febbraio 2014 18:20

Palestina/Israele

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by Mahmoud illean

Qalandia. Uno dei tre campi profughi più grandi della Palestina, 70.000 persone rinchiuse in meno di 1 Km quadrato. Quando è stato creato qui sono stati evacuati gli abitanti di 52 villaggi. Attorniato da tre basi militari ed una colonia in continua espansione per seguire il plan dellaGrande Gerusalemme.
Arriviamo inattesi al Children Center dove H. (preferisco omettere il nome) ci accoglie insieme ai suoi colleghi e colleghe.

Nonostante non fossimo riusciti ad avvertirlo si rende disponibile a farci vedere il campo profughi dove è nato e vive. Rimane con noi per oltre tre ore e mezzo e ci racconta le terribili storie di questo luogo di prigionia e tortura.
Durante la prima intifada ti arrestavano o sparavano anche solo perché indossavi la kefiah. Durante la seconda intifada quando arrestavano qualcuno, o lo uccidevano negli scontri, buttavano giù anche la casa dove viveva la sua famiglia. Ora fanno dei raid, perlopiù notturni, cercano di arrestare ed uccidere qualcuno e finiscono per ammazzarne o mutilarne tanti. Usano proiettili dum dum (proiettili ad espansione, sono progettati per espandersi all’interno del corpo del bersaglio, aumentando così la gravità delle ferite) e quando la gente reagisce lanciando pietre, sparano all’impazzata. Giungono spesso dai lati delle tre basi militari e dal check point all’entrata del campo per accerchiare e terrorizzare, ma “noi non abbiamo paura di morire, perché qui non c’è nulla. Non temiamo la morte perché questa non è vita. Abbiamo solo dignità ed orgoglio e quelli non possiamo permetterci di perderli”.
Entrano nelle case e distruggono tutto, senza dare spiegazioni, a volte ti arrestano e puoi passare anni in carcere senza capo di accusa, per poi venire liberato ed essere ucciso il giorno dopo. Questa è la tragica fine di uno degli amici di H., in carcere in detenzione amministrativa, senza capo di accusa e con la prigione rinnovata ogni sei mesi per tre anni di fila; infine liberato senza che vi fosse alcun processo, per venire ucciso da un colpo di fucile alla testa la notte seguente.
H. ci parla di una realtà dove non esiste il lavoro, non ci sono soldi per pagare nemmeno gli spazzini, dove la paura e la rabbia vengono instillate con scientifica volontà, per poter spezzare ogni forma di società, ogni voglia e forza di organizzarsi.
“Vogliono che per noi esista solo l’odio e la rabbia, così che non possiamo organizzarci e riprenderci ciò che ci spetta”.
Non c’è pace nell’animo di H.. Non c’è pace o volontà di pace nelle sue parole, solo il bisogno di combattere e resistere per sconfiggere coloro che hanno rubato tutto alla sua gente, mutilato il suo passato e cancellato per lui il concetto stesso di futuro. Lavora per cercare di dare un’organizzazione al campo, per rispondere ai bisogni di base che potrebbero dare alla sua gente la possibilità di organizzarsi in qualcosa di più: risolvere il problema dei rifiuti, seguire i ragazzi per evitare si perdano nella droga e nella mancanza di istruzione, aiutare coloro che sono stati resi disabili.
“L’Autorità Palestinese era una cosa buona, poi loro hanno ucciso tutti i nostri migliori leader, tutta la prima schiera, la seconda e la terza, e oggi ci rimangono solo cani che non tengono alla giustizia per il nostro popolo”.
H. parla veloce un buon inglese pieno di parolacce, come è normale in un ragazzo di città di 27 anni. Qui non ci sono campi, qui non ci sono pecore o terra da difendere, qui non c’è nulla se non la rabbia per una storia di torti, mutilazioni e morti.
“Prima che ci fosse il muro c’era una grande recinzione. Hanno legato un ragazzo alla rete una notte, gli hanno sparato a mani e piedi e lo hanno lasciato li a sanguinare fino all’alba, senza permettere a nessuno di soccorrerlo. Non esistono diritti umani, sono parole senza significato. Non esiste pace. Non esiste eguaglianza. Tutto questo non ha senso se non è preceduto dalla giustizia. Agli americani che vengono qui, come alle grandi organizzazioni, dico che sono le loro tasse a dare ad Israele le armi per ucciderci e tenerci prigionieri. Non voglio i vostri soldi o il vostro aiuto, voglio che torniate a casa e convinciate il vostro governo a lasciarci in pace, a farsi i fatti suoi e a lasciare che siamo noi e gli israeliani a sbrigarcela”.
Le parole di H., anche se dette con un’espressione leggera sul viso, suonano durissime nel mio animo. Parla del diritto al ritorno dei rifugiati, parla di una storia di torti, di incredibili crudeltà, di omicidi e punizioni di massa; parla di un odio volutamente provocato e scavato così a fondo da non lasciare spazio per altro.
“Quando vedo quei palestinesi che lasciano che i coloni facciano ciò che voglio, mi incazzo. Cosa sono pecore?! Come fai a non difendere nemmeno la tua casa?! Qui abbiamo solo pietre, ma quando cercano di entrare nelle nostre case, usiamo quelle per difenderci, perché non è giusto che lo facciano e non sarebbe giusto che glielo permettessimo”.
Incontriamo un uomo, un pazzo, parla cinque lingue tutte assieme, mischiandole. Vive in strada, la sua mente ha ceduto quando gli hanno sterminato la famiglia davanti agli occhi. H. è contento che siamo passati, ci dice che se torneremo ci farà vedere le attività dei vari centri del campo. Vuole che vediamo le cose con i nostri occhi perché i media sono tutti bugiardi, servi dei potenti, che anche quando si fingono amici in realtà vogliono solo avvelenare l’animo dei popoli. Non credo sia religioso, dice che la religione viene usata per comandare e imporre regole assurde, quando invece dovrebbe parlare solo di come fare del bene. Non riesco a ricordare ogni frase, ogni racconto, troppo forte hanno risuonato le parole di un ragazzo che parla con orgoglio di come riescano comunque a combattere, ma non apprezzi le dimostrazioni perché servono solo a procurarsi morti e prigione, distraendo dai veri problemi del campo profughi.
“A cosa serve cercare di passare di corsa il check point, è impossibile e porta solo morte e prigione. Meglio occuparsi del problema dei rifiuti o del lavoro”.
Parla di una società pronta a soccorrere e dare conforto alle famiglie degli arrestati o degli uccisi, a ricostruire assieme le case distrutte, ma che rimane come una jungla per i mutilati, perché non più abbastanza forti da affrontare la durezza della vita nel campo profughi.
“Mi chiedono sempre perché non mi sposo e non faccio figli. Perché dovrei? Per mettere al mondo altri bambini senza futuro?! Io non posso proteggerli da tutto questo e li condannerei soltanto alla galera, alla sofferenza ed alla morte. Chiedo spesso a mio padre perché ci ha fatto nascere, qual’è il motivo, che senso ha?”.

From Peo

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1792-chiedo-spesso-a-mio-padre-perche-ci-ha-fatto-nascere-qual-e-il-motivo-che-senso-ha.html

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