Ci mancava un nuovo muro (stavolta contro i migranti)

Avrà inizio a novembre la costruzione della barriera fra Israele ed Egitto. Servirà a fermare gli africani che provano ad entrare nello Stato ebraico.

Roma, 21 luglio 2010. Dopo le centinaia di km di muro che si sta ultimando nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione, Israele conta entro il 2013 di completare i lavori di costruzione di una barriera elettronica lungo la frontiera con l’Egitto. Il nuovo muro sorgerà su 110 dei 240 chilometri di confine e nella parte rimanente Israele installerà sensori e strumenti ottici e rafforzerà i pattugliamenti di polizia ed esercito. “L’obiettivo del governo israeliano – ha detto ieri il ministro per la sicurezza interna Yitzhak Aharonivic – è quello di impedire l’ingresso nel deserto del Neghev di profughi di guerra e di emigranti africani provenienti dal Sinai”.

Secondo Aharonivic ogni mese entrano illegalmente in Israele circa 1.200 migranti africani, quasi sempre con l’aiuto prima dei beduini egiziani e poi di quelli israeliani. Un movimento lungo il confine che il premier Netanyahu intende fermare ad ogni costo, visto che qualche mese fa arrivò addirittura a descrivere l’ingresso dei migranti come una minaccia all’esistenza di Israele quale Stato ebraico. Gli africani che riescono ad entrare in Israele peraltro sono i sopravvissuti al fuoco della guardia di frontiera egiziana. Secondo statistiche ufficiali ma parziali, solo nel 2007-08 sul lato egiziano del confine sono stati uccisi una quarantina di africani. Lo scorso anno una trentina. «Il numero delle vittime è molto più alto – dice Sigal Rosen, portavoce della Ong israeliana “Hotline for Migrant Workers” – sono convinta che tanti altri migranti siano stati colpiti a morte ma non riusciamo a saperlo perchè le autorità egiziane non lo dicono. E non dimentichiamo che tanti altri vengono feriti o arrestati». Soldati e poliziotti israeliani non restano a guardare, anche se lo Stato ebraico ha firmato le convezioni internazionali sull’asilo politico. I migranti catturati nel Neghev – tranne un numero limitato di quelli provenienti dal Darfur – vengono immediatamente rispediti in Egitto dove, dopo un processo sommario e una detenzione durissima sono obbligati a tornare nei loro paesi d’origine, nella migliore delle ipotesi. «La carneficina si è aggravata nel 2007 – spiega Sigal Rosen – quando Israele ha fatto la voce grossa con il Cairo affinché venissero fermati gli ingressi clandestini di sudanesi e altri africani. L’Egitto da allora applica misure durissime con il plauso dei governanti israeliani». Coloro che si avvicinano al confine israelo-egiziano perciò rischiano la vita. Non importa se fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla morte. A nulla sono serviti appelli a fermare le uccisioni rivolti da Amnesty International e Human rights watch all’Egitto e a Israele.
Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, da 2 a 3 milioni di cittadini sudanesi, in buona parte migranti ma anche rifugiati in fuga, si trovano in Egitto. L’aumento dei morti alla frontiera tra Israele e l’Egitto peraltro indica un mutamento delle rotte della migrazione africana, dopo che la strada verso l’Europa si è fatta più difficile, anche a causa degli accordi tra Italia e Libia. Per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, gli eritrei lo scorso anno rappresentavano il gruppo nazionale più numeroso tra i migranti che cercano di entrare in Israele.

(Nena News)

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