Ciò che l’hasbara israeliana non vuole che si sappia su Al-Aqsa

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Articolo pubblicato originariamente da Invicta Palestina

28/04/2022 di Invicta Palestina

Qualsiasi tentativo di leggere gli sviluppi sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif senza tener conto del contesto più ampio del dominio ebraico, della profonda e intrinseca discriminazione contro i palestinesi e della limitazione dei loro diritti umani e religiosi, costituisce un’ingiustizia in una realtà politica già ingiusta.

Fonte: english version

Haggai Matar – 25 aprile 2022

Foto: un uomo pone una bandiera palestinese sulla Cupola della Roccia dopo la preghiera del venerdì durante il mese sacro del Ramadan nel complesso di Al-Aqsa, Gerusalemme, 22 aprile 2022. (Jamal Awad/Flash90) (Flash90)

Con l’aumento delle tensioni all’interno e intorno al complesso di Al-Aqsa nelle ultime settimane, gli attivisti filo-israeliani dell’hasbara hanno cercato di lanciare due messaggi principali: che Israele non sta cambiando il cosiddetto “status quo” sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, come affermano i palestinesi; e che in realtà sono gli ebrei ad essere discriminati  in quanto  la loro libertà di culto viene sottratta ai parametri dello status quo.

Il primo argomento semplicemente non è vero. Sebbene sui social media  le voci palestinesi sulla decisione del governo israeliano di assumere il controllo di Al-Aqsa e trasformarla in un sito religioso interamente ebraico,si siano rivelate infondate,  nessuno può negare che Israele abbia attivamente rimodellato lo status quo in una delle zone più instabili della regione. Non molto tempo fa, il complesso era gestito esclusivamente dal  Waqf islamico, mentre la presenza ebraica all’interno delle mura del complesso era marginale e qualsiasi preghiera ebraica in cima al Monte era vietata, come lo era stata per decenni.

Ma tutto questo è cambiato negli ultimi anni. Le forze di polizia israeliane si sono viste sempre più spesso  all’interno del complesso, il numero dei fedeli ebrei è in aumento e il fenomeno è stato  sdoganato al punto che il Comitato per l’istruzione della Knesset ha recentemente raccomandato di portare le scuole israeliane in tournée sul sito. L’attuale ambasciatore nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, ha detto che sogna di vedere una bandiera israeliana sventolare in cima al Monte.

L’attivista dei coloni Ayala Ben Gvir, moglie del deputato kahanista Itamar Ben Gvir, ha elogiato i precedenti governi guidati da Netanyahu per “aver aperto la possibilità di accedere al Monte  con facilità. Ora ci sono una Yeshiva e un Kolel sul Monte, oltre alla preghiera regolare e agli insegnamenti religiosi… i prossimi traguardi sono il sacrificio di animali e la ricostruzione del Tempio”. Nel luglio 2021, Channel 12 News israeliano  definì questi cambiamenti “una rivoluzione che si svolge silenziosamente e gradualmente “. Con l’attuale governo, queste politiche sono continuate ininterrotte, come riportato da Baker Zoabi, anche prima della recente escalation. Lo status quo che ha governato Al-Aqsa per decenni non esiste più, in tutti questi aspetti.

Il secondo argomento di discussione è più complicato. “Come si possono biasimare gli ebrei per aver voluto pregare nel loro luogo più sacro? Come giustificare la discriminazione contro gli ebrei e l’ostruzione alla libertà di culto?” In una certa misura, questi punti sono veri: il fatto che un sito abbia un significato così  profondo per due comunità religiose richiede soluzioni intelligenti e sensibili, da raggiungere attraverso un dialogo ponderato tra pari. Tuttavia, non ci sono eguali in Israele-Palestina, e Israele ha sempre più dimostrato di non essere interessato a un dialogo ponderato sull’argomento.

Il complesso di Al-Aqsa è stato per anni uno degli unici luoghi in cui i palestinesi hanno goduto di una parvenza di sovranità e libertà dal loro occupante. Ma non è stata davvero un’isola di sovranità. Con Israele che ha il pieno controllo dell’intera terra tra il fiume e il mare, è stato Israele a decidere, ad esempio, di bloccare la libertà di culto per milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e talvolta anche per cittadini palestinesi di Israele, negando loro l’accesso ad Al-Aqsa.

È Israele che decide quando limitare la sovranità limitata del complesso inviando la polizia a fare irruzione nelle moschee e ad attaccare fedeli e giornalisti. È Israele che cambia lo status quo unilateralmente. E, soprattutto, è Israele che ha creato un sistema di apartheid in cui, in ogni altra parte del paese, la supremazia ebraica sui palestinesi è garantita, mantenuta e radicata dalla legge e dalla forza.

Qualsiasi tentativo di leggere gli sviluppi sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif senza tener conto del contesto più ampio del dominio ebraico, della profonda e intrinseca discriminazione contro i palestinesi e della limitazione dei loro diritti umani e religiosi, costituisce un’ingiustizia in una realtà politica già ingiusta. Se mai vogliamo vedere una soluzione al conflitto religioso su Gerusalemme, dobbiamo creare le strutture politiche che garantiranno piena equità, democrazia e giustizia per tutti in questa terra.

Haggai Matar è un pluripremiato giornalista e attivista politico israeliano, oltre a servire come direttore esecutivo di “972 – Advancement of Citizen Journalism”, l’organizzazione no profit che pubblica la rivista +972.

Traduzione di Grazia Parolari

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