Cisgiordania: esercitazioni militari tra le case dei palestinesi

Mercoledì 30 Gennaio 2013 16:36  Palestina/Israele

 
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Reportage dei volontari di Operazione Colomba dai villaggi palestinesi inclusi nella Firing Zone 918, dove l’esercito israeliano sta effettuando manovre militari.

At-Tuwani (Cisgiordania), 26 gennaio 2013, Nena News – L’atmosfera è surreale. Sembra di stare in qualche film di guerra, mentre camminiamo con Tareq da Jinba a Al Mirkez, villaggi palestinesi della zona denominata “Firing 918” (http://nofiringzone918.org/), nel sud più a sud della West Bank.

Tutt’intorno a noi centinaia di soldati israeliani si preparano per la prossima guerra, correndo con i fucili in pugno, piantando i mitra per terra e provando a mirare, costruendo trincee, urlandosi addosso l’uno contro l’altro. Tutti ci ignorano, mentre in quattro camminiamo con calma lungo il sentiero, in mezzo a loro. Come se non esistessimo, come se i palestinesi non esistessero.

Poco prima, tre soldati israeliani si erano avvicinati al nostro amico palestinese, dicendogli in ebraico che quella era una zona di esercitazioni militari, lui non poteva stare lì. Il problema è che Tareq lì ci vive. Che i campi dove sono state piantate le tende sono i suoi (e dei suoi vicini di casa e di villaggio).

E’ come se fossero passate le cavallette. Tutto il seminato è calpestato da soldati e camionette israeliani.

Arriviamo ad al Mirkez, villaggio di tende e grotte. Ci accoglie un piccolo gruppo di persone, raccontandoci che i soldati hanno impedito loro di accedere a parte delle loro terre. Alcuni pastori hanno provato a lavorare e a vivere come se nulla fosse, cercando di non cambiare le proprie abitudini a causa di queste esercitazioni, ma i soldati impediscono ai pastori di avvicinarsi, alle volte anche colpendone le pecore. “Loro intanto usano l’acqua del nostro pozzo. E noi non possiamo più far bere le greggi”.

La tenda che i soldati hanno piantato è vicina, molto vicina. Ad occhio saranno meno di cinquanta metri dall’ultima tenda del villaggio. Ce ne sono almeno altre due di tende dell’ “Israeli army”. Una è in mezzo ad un campo seminato, vicina a Jinba. L’altra è sulla pendice della collina che sta di fronte al Mirkez. Qualche minuto dopo il nostro arrivo, decine di militari scendono dalla cresta del monte. Al di là c’è un altro villaggio palestinese, Halaweh.

Una delle parole che ho sentito pronunciare di più in poche ore è “Majnunin”, pazzi. E sembrano proprio pazzi questi soldati, intenti nel loro meticoloso fare delle cose che, qui, in mezzo ai nostri ospiti palestinesi, gente semplice, legata alla terra e ai tempi naturali dell’allevamento e del lavoro agricolo, hanno così poco senso.

I palestinesi di Jinba, Mirkez e Halaweh sono preoccupati. Da lunedì l’esercito israeliano si è accampato e si addestra così vicino alle loro case e ai loro campi. Ci dicono che non è la prima volta che questo capita. Il 7 agosto 2012 settanta soldati hanno fatto irruzione a Jinba, alle dieci del mattino. Hanno riunito tutte le persone del villaggio in un unico luogo, controllato tutti i documenti, rotto le serrature delle porte di ingresso e perquisito ogni casa, tenda e grotta. Quando se ne sono andati, dopo un’ora e mezza, i palestinesi sono potuti rientrare nelle loro case, dove molto era stato rovinato e distrutto.

Mai, però, così tanti soldati, mai così tante armi si sono viste qui.

Tutto questo riapre cicatrici e rievoca vecchie e nuove paure.

Nel 1999 le forze militari israeliane, infatti, hanno espulso gli abitanti dei villaggi della “Firing Zone 918”, distruggendone le proprietà. I residenti si sono quindi appellati alla Corte di giustizia israeliana, che, tramite una sentenza temporanea, ha permesso alle persone di tornare alle loro case e ha vietato allo stato israeliano di espellere i palestinesi dall’area fino a quando una decisione definitiva in materia non sarebbe stata presa.

Nel mese di aprile 2012 la Corte Suprema di Israele ha ripreso a deliberare sul caso. Il 19 luglio, infatti, lo stato israeliano, seguendo le istruzioni del suo Ministero della Difesa, ha presentato una notifica dettagliata alla Corte sostenendo che gli abitanti di otto dei dodici villaggi della “Firing zone 918” (Tuba, Al Mufaqarah, Magaayr Al Abeed, Isfey, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh and Sarura) non sono “residenti permanenti” e, quindi, non hanno diritto a vivere lì. Il 7 agosto 2012 la Corte Suprema ha stabilito che l’annuncio dello Stato costituiva “un cambiamento della situazione normativa” e di conseguenza le istanze specifiche “non erano più pertinenti”.

Una nuova petizione a favore degli abitanti palestinesi è stata presentata alla Corte Suprema da Acri (Association for Civil Rights in Israel) il 16 gennaio 2013 e la Corte ha stabilito che lo Stato israeliano ha 60 giorni di tempo per rispondere alla petizione, sospendendo, così, di nuovo, l’evacuazione dei villaggi.

Torniamo a Jinba appena fa buio, passeremo la notte lì. Tareq ci ha preparato due sontuosi materassi, all’interno della grotta che lui chiama l’Hotel, perché è bella, come poche.

Facciamo in tempo a stenderci, che subito i ragazzini vengono a chiamarci, dicendo che i soldati sono molto vicini al villaggio. Usciamo in fretta dall’Hotel, e li vediamo ad una ventina di metri. Allora Tareq accende un fuoco, invita il vicino, e chiede alle mogli di preparare i popcorn, che arrivano dopo poco. Sembra di essere in un film di guerra, ma i palestinesi qui fanno solo gli spettatori.

Dopo qualche minuto due soldati si avvicinano e dicono al nostro ospite di non preoccuparsi, che si sarebbero esercitati così vicini alle case del villaggio solo qualche decina di minuti e poi se ne sarebbero tornati alle tende in mezzo ai suoi campi. Tareq non dice nulla, ma offre loro dei popcorn. I soldati li rifiutano.

* Corpo Nonviolento di Pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

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