CISGIORDANIA. Israele a Khan al-Ahmar: 8 giorni per andarsene

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24 set 2018

Funzionari dell’Amministrazione civile e soldati hanno consegnato ieri al villaggio beduino la notifica: dovranno demolire le loro case e andarsene entro il primo ottobre, o interverranno i bulldozer. “Crimine di guerra”, secondo la delegazione di parlamentari europei che ha fatto visita pochi giorni fa ai 180 abitanti

La polizia israeliana contro i residenti di Khan al-Ahmar (Foto: Maan News)

di Chiara Cruciati

Roma, 24 settembre 2018, Nena News – Otto giorni da ieri: è il tempo che le autorità israeliane hanno dato agli abitanti di Khan al-Ahmar per demolire da soli le proprie case e lasciare il villaggio. L’ultimatum scade il primo ottobre e dopo saranno i bulldozer dell’esercito di Tel Aviv a distruggere le strutture del villaggio beduino, in Cisgiordania.

Da mesi nel mirino del governo israeliano, oggetto di solidarietà internazionale, di organizzazioni e consolati e anche di una mozione dell’Europarlamento, Khan al-Ahmar dice molto dell’attualità palestinese: sorto tra Gerusalemme e il Mar Morto, costruito da palestinesi beduini della tribù dei Jahalin cacciati dal deserto del Naqab dopo il 1948, si trova in mezzo a quello che Israele definisce E1, progetto di espansione coloniale che dovrà collegare la Città Santa alla Valle del Giordano, senza soluzione di continuità. Di fatto, tagliando a metà la Cisgiordania.

Ieri funzionari dell’Amministrazione civile – ente israeliano di gestione dei Territori palestinesi occupati – accompagnati da soldati israeliani si sono presentati al villaggio, presidiato da settimane dai residenti e da attivisti palestinesi e internazionali – hanno anche messo in piedi un avamposto di caravan, Wadi al-Ahmar, come estrema forma di protesta -, e hanno consegnato l’ordine di auto-demolizione: “In seguito alla sentenza della Corte suprema – ha scritto in una nota il ministero della Difesa israeliano – i residenti di Khan al-Ahmar hanno ricevuto oggi una notifica che gli richiede di demolire tutte le strutture del sito entro il primo ottobre 2018″.

ordine khan al ahmarLa sentenza a cui fa riferimento Tel Aviv è il rigetto, da parte della Corte suprema israeliana, dell’appello presentato dagli abitanti del villaggio contro la demolizione ordinata dall’esecutivo. Un rigetto, a inizio settembre, che aveva spianato la via alla demolizione, agognata da Israele, e il successivo sfratto dei 180 abitanti della comunità, di cui il 53% minorenni, oltre alla distruzione della Scuola di Gomme, progetto realizzato dalla ong italiana Vento di Terra con ArCo, e che aveva finalmente dato la possibilità ai bambini del villaggio e di quelli vicini di frequentare la scuola.

A nulla sembrano valse le proteste dei paesi europei, con l’Italia in testa, seguita da Francia, Gran Bretagna, Spagna, che hanno definito la distruzione di Khan al-Ahmar un grave danno “alla prospettiva di una soluzione a due Stati”. E il parlamento europeo, poche settimane fa, aveva votato una risoluzione di critica in cui chiedeva a Israele di rimborsare le decine di migliaia di euro spese dalla Ue per le infrastrutture distrutte a Khan al-Ahmar.

E una settimana fa una delegazione di parlamentari europe ha fatto di nuovo visita al villaggio: “Il trasferimento forzato di un popolo sotto occupazione è una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra – hanno detto – ed è considerato un crimine di guerra”.

“Nessuno se ne andrà – ha commentato ieri a caldo Eid Abu Khamis, portavoce del villaggio – Dovranno espellerci con la forza. Noi restiamo sulla nostra terra”. Gli fa eco il 37enne Yousef Abu Dahouk, abitante del villaggio, che ha raccontato ieri come è avvenuta la notifica: le forze israeliane, pesantemente armate, “sono entrate nel villaggio e hanno provato a entrare nella scuola ma gli attivisti glielo hanno impedito; allora hanno girato intorno al villaggio, tra le case, esplorando il luogo e cercando di capire quanti attivisti ci fossero”. I soldati hanno anche scattato foto ai presenti.

La legge israeliana considera la comunità “illegale”, perché costruita senza il permesso delle autorità di Tel Aviv. Un permesso nella pratica impossibile da ottenere, ma che – secondo il diritto internazionale – non dovrebbe neppure essere richiesto trattandosi di territori militarmente occupati. Nena News

 

 

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