CISGIORDANIA. La battaglia per l’istruzione a Nabi Samuel

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Terza e ultima puntata del progetto dell’associazione italiana COSPE in consorzio con CRIC nel piccolo villaggio palestinese completamente isolato da Israele. Qui, infatti, muro, confische di terre per gli insediamenti ebraici, demolizioni di case sono stati un mix distruttivo per la comunità locale a partire dal 1967

Nabi Samuel, sullo sfondo la colonia israeliana di Ramot (Foto: Nena News

di Roberto Prinzi

Roma, 7 settembre 2017, Nena News – Tra i problemi che deve affrontare la piccola comunità palestinese di Nabi Samuel (nord ovest di Gerusalemme), quello sanitario è sicuramente uno dei più gravi. Due elementi provano la validità di questa affermazione: i suoi 250 abitanti hanno una sola “clinica” collocata all’interno di una casa privata; da ottobre del 2016 l’unico servizio medico è quello fornito da alcune ong. Le cose, però, sembrano leggermente migliorate negli ultimi tempi: il Ministero della salute che fa capo all’Autorità palestinese sta riuscendo infatti a garantire un servizio di assistenza medica settimanale.

Tra le organizzazioni non governative impegnate in campo sanitario, un ruolo di primo piano lo sta svolgendo l’italiana Cospe che, dallo scorso luglio, è impegnata in un progetto di protezione della popolazione di Nabi Samuel a rischio sfollamento. Se il suo principale intervento è consistito nella ristrutturazione di 15 case (sulle 50 complessive mappate), tra le sue attività parallele vi è stato infatti l’acquisto di apparecchiature sanitarie per la clinica medica del villaggio. La sua azione, frutto di un lavoro congiunto con il partner Pmrs, ha anche permesso l’organizzazione di 3 giornate della salute tra dicembre e marzo.

La ong italiana ha anche portato un caravan con 3 bagni all’interno della scuola elementare di Nabi Samuel che, prima del suo intervento, disponeva di un solo bagno per i suoi 18 alunni e insegnanti. Senza dimenticare poi che le opere di riabilitazione implementate dal Cospe non hanno riguardato soltanto le strutture abitative, ma anche 3 ricoveri di animali.

«Uno degli aspetti più complessi che abbiamo riscontrato è l’isolamento della comunità di Nabi Samuel la quale, situata nella cosiddetta seam zone, si trova nella parte occidentale del muro di separazione israeliano», ci confessa la cooperante Valentina Verze del Cospe. «Sebbene non ci siano barriere fisiche, la gente del posto non può recarsi nella città vecchia di Gerusalemme e per entrare in Cisgiordania deve entrare per il check point di al-Jib» aggiunge con amarezza. Un isolamento aggravato non solo dalla presenza di 5 colonie israeliane, ma anche dal fatto che il villaggio è collocato in un’area dichiarata da Tel Aviv «Parco nazionale».

Ma se l’accesso a Nabi Samuel è quasi del tutto precluso ai palestinesi non residenti, discorso ben diverso riguarda la popolazione ebraica d’Israele che qui è una presenza costante per via della tomba del profeta Samuele. Per la verità dietro la loro massiccia affluenza nel villaggio non vi sono solo motivi sacri. Non di rado a muoverli sono ragioni più profane come fare acquisti a buon mercato. Forse, anche per questa componente economica, il rapporto tra la popolazione locale e i coloni risulta essere meno teso rispetto ad altre aree della Cisgiordania. «Qui – osserva a tal proposito Verze – non ho riscontrato l’aggressività dei settler che ho trovato a Hebron. Diciamo che qui si ha un impatto differente della stessa realtà rappresentata dall’occupazione israeliana».

Ma se almeno nell’ultimo anno coloni e i “turisti” israeliani non hanno avuto grossi attriti con la popolazione locale, molto più problematiche sono le presenze dell’Amministrazione civile israeliana (Cogat), l’autorità che governa i Territori palestinesi. «Il loro scopo è controllare che non vi siano nuove costruzioni – ci spiega ancora la cooperante – verifica i materiali che utilizziamo per le ristrutturazioni delle case. Per tali motivi, dobbiamo prendere una serie di accorgimenti e cercare di non dare troppo nell’occhio così da evitare di avere problemi con loro. Cosa che finora non è accaduta».

E quando non sono le presenze fisiche nel villaggio, tra gli strumenti di controllo utilizzati dal Cogat vi sono le foto aeree con cui le autorità israeliane riescono a determinare se c’è qualcosa a loro giudizio non «a norma». E se sì, demolirla. Una pratica più volte implementata a Nabi Samuel: nel 1971, ad esempio, le case intorno alla moschea furono demolite dall’esercito israeliano senza una previa notifica. Ciò costrinse gli abitanti evacuati a trasferirsi in un’altra area del villaggio o altrove. E se Israele non può abbattere le costruzioni che risalgono a prima del 1967 (anno in cui lo stato ebraico ha occupato la Striscia di Gaza, Gerusalemme est, Cisgiordania, Golan e Sinai egiziano) ha mano libera per quelle definite «illegali» dopo questa data. L’ultima demolizione compiuta lo scorso agosto è un monito: i bulldozer dello stato ebraico sono sempre pronti a intervenire.

La minaccia sempre in agguato dei caterpillar israeliani non ha però costituito un freno all’operato del Cospe. Tutt’altro. Direttamente connesso al piano di ristrutturazioni delle case, l’ong ha anche rivalutato le aree circostanti le strutture abitative collaborando con un’altra associazione italiana (il Cric) e il suo partner locale (l’Irc). Il Cric è presente nei Territori palestinesi dal 1991 dove ha implementato numerosi progetti nei settori agricolo, socioeducativo e di sanità ambientale.

Attivo attualmente anche con un progetto sulla riabilitazione dei terreni agricoli nel distretto sud di Hebron, il Cric ha messo a disposizione la sua esperienza e conoscenza in campo agricolo contribuendo a creare 6 orti domestici e un microgiardino, utilizzando in un caso la tecnica dell’idroponica. Non solo: la collaborazione di Cric e Irc ha permesso anche l’allestimento di 10 orti comunitari per le 10 famiglie allargate di Nabi Samuel. Quest’ultime, coadiuvate dalle due ong, hanno anche coltivato delle piante in alcune aree del villaggio . Se il fine ambientale di tale azione è di per sé evidente, quello più importante politico (evitare la confisca delle terre da parte d’Israele) è astutamente meno visibile. Ma restituisce l’immagine della prorompente voglia di resistenza della popolazione locale di fronte alle politiche d’occupazione israeliane sulla loro terra. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

 

 

CISGIORDANIA. La battaglia per l’istruzione a Nabi Samuel

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