Cisgiordania: le differenti leggi per i Palestinesi e i coloni ebrei (relazione ACRI)

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sabato 9 maggio 2015

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Soldati bloccano il movimento dentro e fuori del villaggio palestinese di Beit Omar dopo che è stata dichiarata ‘zona militare chiusa’.

Prefazione
Questo documento prende in esame una delle caratteristiche più importanti e inquietanti  della Cisgiordania – la creazione e lo sviluppo di un regime giuridico ufficiale e istituzionalizzato di due sistemi di diritto su base etnica-nazionale. Ciò  ha portato a una sistematica discriminazione  e colpisce  ogni aspetto della vita dei residenti palestinesi di Cisgiordania.
Con l’occupazione della Cisgiordania del 1967  il governo militare è stato istituito nella zona. Il Comando  militare si è dichiarato il sovrano del territorio e ha assunto potere governativo e legislativo. Come richiesto dal diritto internazionale ha inizialmente garantito che la legge in vigore nei territori occupati prima dell’occupazione,  sarebbe stata rispettata, ma gradualmente ha introdotto profondi cambiamenti. Per il legislatore israeliano e il Comandante Militare la legge israeliana  è valida  per i coloni  e li esclude dalla giurisdizione dei tribunali militari.
Inoltre i residenti ebrei della Cisgiordania sono soggetti alle leggi relative all’ingresso in Israele:  l’assicurazione sanitaria nazionale, le assicurazioni sociali, fiscalità, le elezioni della Knesset, la  tutela dei consumatori e  altro. Inoltre il Comando militare ha esteso  agli insediamenti e ai loro residenti  una lunga lista di articoli inerente la legislazione civile israeliana come l’organizzazione di autorità ebraiche locali. Si è creata di fatto una distinzione  tra due tipi di comunità in Cisgiordania: città e villaggi palestinesi  soggetti alla  legge giordana e agli ordini militari israeliani  e comunità  ebraica  soggetta alla  legge  israeliana. 
Questa situazione ha creato un nuovo sistema giuridico che il Prof. Amnon Rubinstein  ha soprannominato, già 25 anni fa – “giustizia basata su enclavi-“. L’Alta Corte di Giustizia israeliana ha riconosciuto il fatto che questa dualità legale contraddice i fondamenti del diritto moderno secondo il quale una legge deve valere per tutti i residenti di un territorio. Nonostante ciò il HCJ ha accettato la separazione dei sistemi giudiziari in Cisgiordania, la visualizzazione degli insediamenti nei territori come “isole israeliane” alle quali la legge israeliana deve essere applicata. Inoltre il HCJ e altri tribunali israeliani sanciscono la separazione dei sistemi giudiziari in Cisgiordania, applicando la legge israeliana ai coloni ogni qualvolta lo ritengano possibile come, per esempio, nelle controversie civili tra israeliani e palestinesi. Le Leggi Fondamentali di Israele che sanciscono i diritti umani sono in vigore per gli israeliani delle colonie,  ma non si applicano ai palestinesi che sono in un territorio sotto il controllo israeliano. Così, in modo graduale  il sistema legale israeliano è stato applicato ai coloni nella West Bank quasi nella sua interezza, mentre i palestinesi residenti nello stesso territorio sono rimasti sottoposti principalmente al sistema giuridico militare.  La separazione delle leggi tocca quasi tutti i settori della vita: diritto penale,  pianificazione e costruzione, libertà di movimento, libertà di espressione e  altro.
Diritto penale
In ambito penale le differenze tra i due sistemi giuridici sono estremamente chiare. L’identità dell’indagato o imputato determina quale legge si applicherà a loro e chi avrà giurisdizione su di loro. Un residente palestinese della West Bank che ha commesso un reato in quel territorio, sosterrà un processo in base al diritto militare in uno dei tribunali militari. Coloni israeliani in Cisgiordania  saranno giudicati da giudici non militari  all’interno di Israele.
La legge militare include un numero significativo di reati che non compaiono nella legislazione israeliana:  sassaiole, assalto a un soldato  e altro ancora. Va sottolineato che non si tratta reati minori, ma piuttosto reati per i quali la pena minima è di cinque anni di carcere.
Anche i reati paralleli nei due sistemi giuridici possono essere definiti in modo diverso e la pena per un reato è spesso notevolmente inferiore in base alla legge israeliana. Un esempio: secondo la legge israeliana la pena per aggressione semplice è  di  due anni  di carcere , di tre anni   se causa un danno effettivo, ma  il diritto militare stabilisce una pena detentiva di cinque anni per aggressione semplice, una pena detentiva di sette anni per aggressione che ha causato un danno e una pena detentiva di dieci anni per l’aggressione a un soldato.
Leggi di procedura penale sono anche diverse  per quanto riguarda i periodi di detenzione, l’incontro con un avvocato e altro. La legge israeliana di solito riflette un ragionevole equilibrio tra l’interesse pubblico nel perseguire e sanzionare i trasgressori e i diritti degli indagati e degli imputati. La legge militare manca di molte di queste procedure e protezioni con conseguente violazioni dei diritti degli indagati e degli imputati palestinesi alla libertà, alla privacy e alla dignità.
I termini massimi di detenzione previsti dalla legge militare sono più lunghi di quelli stabiliti dalla legislazione israeliana. Di conseguenza i palestinesi sono posti in stato di detenzione per periodi molto più lunghi degli israeliani sospettati o accusati di aver commesso gli stessi reati. Tali questioni sono state discusse in due petizioni presentate al HCJ nel 2010 da  diverse organizzazioni.
A seguito di queste petizioni  lo stato ha accorciato i periodi di detenzione applicabili ai palestinesi, ma ci sono ancora grandi differenze.
Nonostante il fatto che  l’HCJ  abbia stabilito da tempo che  incontrare un avvocato  sia un diritto fondamentale, per un detenuto palestinese l’incontro con il suo difensore è soggetto a tempi molto più lunghi rispetto a quelli definiti dalla legislazione israeliana.  Il diritto a un giusto processo  è ulteriormente violato  dal  fatto che molti palestinesi, giudicati da tribunali militari, sono tenuti in detenzione all’interno dello Stato di Israele. Di conseguenza i loro avvocati, che di solito sono anche palestinesi,  hanno bisogno di un permesso per entrare in Israele e incontrano difficoltà a visitare i loro clienti. Va notato che  per quanto riguarda i periodi di detenzione, il procedimento rigoroso stabilito dalla normativa di sicurezza è applicato ai palestinesi per qualsiasi reato, anche se non collegato in alcun modo alla sicurezza.
La distinzione tra israeliani e palestinesi in Cisgiordania è particolarmente grave per quanto riguarda il trattamento dei minori. Due bambini, un israeliano e un palestinese, accusati dello stesso atto, come ad esempio lanciare sassi, riceveranno un trattamento sostanzialmente diverso.  Il bambino israeliano viene tutelato dai diritti  concessi ai minori secondo la legge israeliana

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Arresto di bambino palestinese da parte della polizia israeliana,  2014. Foto da Reuters

Al contrario il bambino palestinese  avrà diritti limitati  e insufficienti a garantire il suo benessere fisico e mentale.
Ad esempio, in base alla legge israeliana minorile, i minori di età compresa tra i 12 ei 14 anni devono essere portati davanti a un giudice entro 12 ore dal loro arresto e minori di età superiore ai 14 – entro le 24 ore. La legge militare permette la detenzione di minori palestinesi tra i 12 e i 14 anni per 24 ore senza vedere un giudice e anche  per due giorni in casi eccezionali. I minori di età superiore ai 14 possono essere detenuti fino a 48 ore e oltre 48 ore in casi eccezionali. In reati contro la sicurezza la legge militare consente la detenzione.
Mentre i minori israeliani di età inferiore ai 14 sono esentati da pene detentive per legge, i minori palestinesi  tra i 12 e i  13 anni sono arrestati in modo regolare, a volte anche per periodi di alcuni mesi. Inoltre i minori palestinesi non hanno il diritto di avere i loro genitori presenti durante un interrogatorio a differenza dei minori israeliani e la legge non richiede documentazione audio o video dei loro interrogatori.
 
Progettazione e Costruzione
Oggi 341.000 cittadini israeliani vivono in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est) e risiedono in circa 130 insediamenti riconosciuti  dallo stato e in circa 100 avamposti che sono stati fondati  senza un permesso ufficiale. Nel corso degli anni  la legislazione militare ha modificato la legge urbanistica giordana e ha creato un sistema duale e separato di  pianificazione: per gli israeliani negli insediamenti e per i palestinesi.
Le modifiche alla legge giordana, introdotte dal Comando militare, hanno trasformato il diritto in uno strumento efficace per limitare l’edilizia palestinese da una parte e potenziare la  pianificazione edilizia negli insediamenti israeliani. Gli  israeliani godono di rappresentanza significativa  nei comitati di programmazione, e sono partner a pieno titolo nella stesura delle procedure di pianificazione che li riguardano. Inoltre, gli insediamenti stessi sono responsabili per il rilascio di permessi di costruzione e supervisione di costruzione. Per contro i palestinesi non hanno alcuna autorità e influenza nel sistema di pianificazione che appartengono a loro e sono dipendenti da istituzioni  gestite da israeliani.
La maggior parte degli insediamenti in Cisgiordania hanno dettagliati e aggiornati piani di pianificazione  che consentono la loro espansione e il rilascio dei permessi di costruzione. Al contrario, nella maggior parte dei villaggi palestiesi, sotto l’autorità dell’Amministrazione Civile, la costruzione è proibita e vige il congelamento della pianificazione che risale a più di  quattro decenni fa.
 

Progettazione e Costruzione
La politica di applicazione per quanto riguarda le violazioni di costruzione e la demolizione di strutture è molto più rigorosa  verso  la popolazione palestinese. In decine di insediamenti e avamposti azioni esecutive non vengono effettuate, anche quando vengono costruite strutture residenziali permanenti. In confronto gli ordini di demolizione per la popolazione palestinese sono regolarmente emessi per le case, piccole strutture igienico-sanitarie e anche per  i pozzi  dell’acqua che sono essenziali per la sopravvivenza e il sostentamento di base. Tra gli anni 1987-2013, 12.570 ordini di demolizione sono stati emessi per le strutture palestinesi e 6.309 per le strutture israeliane,  2.445 strutture palestinesi sono state demolite (circa il 20% di tutte le strutture per le quali un ordine di demolizione è stata rilasciato), a fronte di 524 strutture israeliane (circa l’8% di tutte le strutture per le quali un ordine di demolizione è stato rilasciato). In altre parole la misura di esecuzione nei confronti di palestinesi è di 2,5 volte superiore alla misura di esecuzione emessa  nei confronti degli israeliani che vivono negli insediamenti.
Nessun permesso di pianificazione.

 

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Le restrizioni alla libertà di movimento
La libertà di movimento è una condizione essenziale per la realizzazione dei diritti più elementari, senza  la possibilità di muoversi liberamente, un individuo affronta difficoltà nel condurre una vita normale, di ricevere una istruzione e servizi sanitari, di avere una vita di famiglia e così via. Eppure in Cisgiordania, la capacità di una persona di muoversi liberamente deriva dalla loro nazionalità. Per circa due decenni il movimento dei palestinesi in Cisgiordania è stato limitato in un modo che viola gravemente la loro capacità di vivere la loro vita nella loro terra e nelle loro case. Queste restrizioni che si manifestano in diversi ordini e direttive che esplicitamente si applicano solo ai palestinesi, includono checkpoint, blocchi stradali, il muro della separazione e divieti di circolazione. Queste direttive ostacolano il movimento dei residenti sia tra le diverse aree della Cisgiordania sia all’interno di ogni zona di per sé. Al contrario il movimento degli israeliani è consentito praticamente senza alcuna limitazione in quasi tutta la zona di West Bank.
 
Insediamenti come zone militari chiuse

Nel 1997, il Comando militare in Cisgiordania ha pubblicato un ordine che dichiara tutti i settori  di insediamento come “zona militare chiusa” per i palestinesi. Questo ordine non si applica agli israeliani e include  tutti gli abitanti di Israele e  gli ebrei che  hanno diritto al diritto al ritorno.  La  maggior parte della zona di West Bank, tra cui i villaggi palestinesi in aree B e C, è aperto al movimento degli israeliani senza alcuna restrizione (agli israeliani è vietato entrare in Area A ). Negli ultimi anni un ulteriore restrizione sul movimento è stato imposto in vaste aree circostanti gli insediamenti per impedire ulteriormente l’accesso dei palestinesi agli insediamenti.

Parallelamente alla chiusura di queste aree una procedura è stato concepita per consentire ai proprietari di terre agricole palestinesi, rimasti intrappolati all’interno di questa area, di entrare per coltivare la loro terra, previo coordinamento con gli organi dell’Amministrazione Civile. Questa disposizione si applica solo ai proprietari terrieri, al loro nucleo familiare e ai loro dipendenti. Contadini palestinesi che desiderano accedere ai loro terreni sono tenuti a dimostrare  di esserne proprietari   e devono  coordinare la data di entrata con l’amministrazione civile. Anche se queste zone sono state designate come disabitate,  rimangono aperte ai  coloni senza alcun controllo.

Il permesso nella Seam Zone 

Nel 2003, Israele ha iniziato ad attuare un vasto e istituzionalizzato regime di separazione nella “Seam Zone” – le terre intrappolate tra il muro e la Linea Verde. Queste aree sono state dichiarate zona chiusa. Mentre gli israeliani  e i turisti hanno un permesso generale di rimanere in queste aree, ogni palestinese – abitante di questa zona o no – è soggetto ad un “regime di permessi” rigido e burocratico e ha bisogno di un permesso personale che deve essere rinnovato di volta  o di un certificato di  residente della Seam Zone per passare attraverso questa zona, vivere in esso o lavorare lì. Il risultato è una separazione fisica  e giuridica  tra palestinesi e israeliani e una segmentazione delle aree di vita della popolazione palestinese e l’isolamento di interi villaggi. Il regime di permessi ha causato una situazione assurda, dove i palestinesi vivono in enclavi create dal muro della separazione e soggiornano illegalmente nelle loro case e sulla propria terra. Questa situazione viola gravemente i loro diritti fondamentali  in primo luogo la loro libertà di movimento, il loro diritto a guadagnarsi da vivere  e di avere  un’esistenza dignitosa, il loro diritto ad avere una vita familiare.

A partire da metà del 2012 circa 7.500 palestinesi vivevano nella zona Seam. Quando la costruzione della barriera di separazione si concluderà, questo regime lascerà circa 23.000 palestinesi intrappolati nella zona compresa tra il muro e la Linea Verde. Il regime di permessi sta portando ad una sistematica espulsione dei residenti palestinesi dalla loro terra. La ricerca condotta da OCHA riguardante 67 comunità della Cisgiordania, ha rilevato che solo al 18% delle persone è stato concesso il permesso di continuare a coltivare la terra nella zona chiusa prima della costruzione della barriera di separazione. Questo significa che attraverso il regime di autorizzazione, Israele ha negato l’accesso a circa il 80% delle persone che avevano coltivato la loro terra e la terra delle loro famiglie nella “Seam Zone.”

   

Ingresso limitato in Cisgiordania

Con l’occupazione della West Bank l’esercito israeliano ha dichiarato tutta l’area come una zona chiusa e ha decretato che i palestinesi che desiderano entrare in questa zona o trasferirisi in essa, sono tenuti a ricevere un permesso dai militari. Circa 270.000 palestinesi che avevano vissuto in Cisgiordania e a Gaza prima del 1967, ma non erano presenti nella zona quando il Comando militare ha condotto il sondaggio sulla popolazione palestinese, si sono trovati al di fuori del registro ufficiale della popolazione e Israele ha impedito a molti di loro di tornare nei  territori occupati e di  richiedere lo status di residenza. Al contrario  è stato concesso  il libero passaggio agli israeliani in Cisgiordania senza bisogno di un permesso speciale, come se Israele e la Cisgiordania  fossero  un ‘unica unità territoriale.

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Donne di una colonia ebraica  Photo by Nati Shohat / Flash90

  Nel gennaio del 1991, è stato stabilito che qualsiasi residente della Cisgiordania che cerca di entrare in Israele è tenuto a ottenere un permesso personale. Nel 1993 Israele ha imposto una “chiusura generale” in Cisgiordania che continua fino ad oggi.  Il passaggio da Gaza alla Cisgiordania è stato anche limitato e subordinato ad  autorizzazioni individuali, emesse  con parsimonia per categorie ben definite: come i commercianti , i malati  gravi e i parenti di primo grado di pazienti in condizioni critiche, di persone decedute o di persone che  si sposano.
Nell’aprile 2010 i limiti posti da Israele sulla realizzazione del diritto dei palestinesi a vivere in Cisgiordania sono state esacerbate, questa volta attraverso un ordine che stabilisce che chiunque si trovi  in Cisgiordania senza il permesso del Comando militare o delle autorità israeliane sarà considerato come un infiltrato e sottoposto a detenzione, anche se questa persona è un palestinese che sta vivendo stabilmente in Cisgiordania. La formulazione di questo ordine permette la sua applicazione a israeliani e palestinesi, ma il portavoce dell’IDF ha chiarito che essa non viene usata contro gli israeliani. La realtà che si riflette in questa relazione è la seguente: in una unità territoriale, e sotto lo stesso regime, vivono due popolazioni che sono oggetto di due distinti sistemi di leggi e norme. Coloro che appartengono a una popolazione godono di diritti sanciti dalla legge, mentre quelli appartenenti alle altre popolazioni non godono degli stessi diritti e spesso si trovano sottoposti a leggi discriminatorie che violano direttamente i loro diritti. Israeliani che vivono in Cisgiordania vivono la loro vita  come abitanti di Israele. La particolare gravità della situazione illustrata dalla presente relazione deriva dal fatto che tale discriminazione scaturisce da un  sistema  sancito da  istituzioni legislative e governative.
 
Il difetto legale

E ‘importante chiarire che il governo militare in Cisgiordania contravviene alle disposizioni stabilite dalle leggi umanitarie e dai diritti umani internazionali indipendentemente dal differente sistema giuridico e legale esistente tra le due comunità.  Ad esempio i tempi di detenzione applicabili ai palestinesi nei territori sono incompatibili, a nostro avviso, con lo standard internazionale. Allo stesso modo la mancanza di pianificazione per i villaggi palestinesi e la prevenzione di sviluppo palestinese nella zona C violano, in sé e per sé,  gli  obblighi di Israele nell’ambito del diritto internazionale. 
L’esistenza di due sistemi giuridici differenti costituisce una chiara violazione del principio di uguaglianza e viola il divieto di discriminazione, sancito in varie convenzioni del diritto internazionale e dei diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966) e la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (1965) che Israele ha ratificato tempo fa.
I palestinesi sono definiti  dal  diritto internazionale umanitario “persone protette” ed hanno diritto a speciali protezioni da parte della  potenza occupante straniera. Favorire i diritti e i bisogni dei coloni a detrimento dei bisogni dei palestinesi crea un’immagine speculare distorta di uno dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.

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