CISGIORDANIA. Vivere in una gabbia a Nabi Samuel

23 ago 2017

Nena News vi presenta la prima puntata del progetto dell’associazione italiana Cospe nel piccolo villaggio palestinese completamente isolato da Israele. Qui, infatti, muro, confische di terre per gli insediamenti ebraici, demolizioni di case sono stati un mix distruttivo per la comunità locale a partire dal 1967

Nabi Samuel, sullo sfondo la colonia israeliana di Ramot (Foto: Nena News)

di Roberto Prinzi

Roma, 23 agosto 2017, Nena News – Vivere in una gabbia: è questa l’immagine che viene in mente pensando ai circa 250 abitanti del villaggio palestinese di Nabi Samuel. Situato a 7,6 km nord ovest di Gerusalemme, il suo territorio si trova in Area C (cioè sotto il pieno controllo israeliano) nella cosiddetta seam-zone tra la Linea verde e il Muro di separazione, costruito dallo Stato di Israele per grandissima parte all’interno dei Territori palestinesi occupati. In quest’area, corrispondente all’incirca al 10% della Cisgiordania, risiedono in una dozzina di enclave circa 7.500 palestinesi che il diritto internazionale definisce «internally stuck persons» per le condizioni di isolamento che vivono rispetto alla comunità palestinese circostante. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA, quando la costruzione del Muro di separazione sarà portata a termine secondo i piani Israeliani, le persone che vivono in questo limbo arriveranno ad essere oltre 24.000.

Proprio per la sua particolare collocazione geografica, più di altre zone cisgiordane questo villaggio subisce quotidianamente l’impatto dell’occupazione e della colonizzazione israeliane. I residenti, infatti, hanno limitato accesso alle risorse, subiscono restrizioni di movimento e sono soggetti ad espropri di terre ed a trasferimento forzato. Chi abita questa enclave possiede per lo più la carta d’identità dell’Autorità palestinese, ma può recarsi in Cisgiordania solo passando per un checkpoint (quello di al-Jib) tramite permessi rilasciati dalle autorità israeliane. Sì, perché pur collocandosi geograficamente dalla parte palestinese della Linea Verde, e quindi teoricamente nel territorio del futuro Stato di Palestina, è completamente isolato dalle aree limitrofe cisgiordane ed è circondato da cinque colonie (Ramot, Givon e Giv’on HaHadasha, Har Shamual e Neve Shamual e Giv’at Ze’ev).

Il muro dentro Nabi Samuel (Foto: Nena News)

Il muro dentro Nabi Samuel (Foto: Nena News)

Muro, confische di terre per gli insediamenti ebraici, demolizioni di case sono stati un mix distruttivo per la comunità locale a partire dal 1967 da quando cioè, con la Guerra dei Sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano. Secondo uno studio dellaong locale PYU (Palestinian Youth Union), nel corso degli anni le politiche israeliane hanno privato i proprietari del villaggio di circa 100 dunam di terra (un dunam è pari quasi a 1.000 metri quadrati). Un cocktail insostenibile per molti residenti che hanno a poco a poco lasciato il villaggio.

Nabi Samuel vive di fatto in un limbo: l’Autorità nazionale palestinese non ha accesso al villaggio e non può amministrarlo, il governo israeliano non ritiene questo centro urbano di sua competenza. La maggior parte della popolazione ha una carta d’identità palestinese (83%) mentre solo pochi di loro (il 17%) una israeliana. Nella pratica quotidiana ciò si traduce con il fatto che gli abitanti di Nabi Samuel possono recarsi in Cisgiordania attraverso il check point di al-Jib, mentre è a loro interdetto (tranne alla minoranza con carta d’identità israeliana) l’accesso a Gerusalemme e in Israele. Ma a peggiorare il quadro, al punto da legittimare l’immagine della gabbia, è che allo stesso tempo l’ingresso al villaggio non è consentito al resto dei residenti della Cisgiordania perché Nabi Samuel si colloca in seam zone e quindi sul versante israeliano del muro.

L’isolamento de facto su tutti i fronti ha avuto conseguenze durissime per la comunità locale: al già citato calo demografico (prima del 1967 i suoi abitanti erano 2.000), il villaggio ha assistito ad una forte frammentazione sociale e subisce forte limitazioni di beni e servizi di prima necessità. Si tenga presente, ad esempio, che al check point di al-Jib è spesso interdetto anche il passaggio di prodotti destinati all’uso domestico come uova, olio, gas per cucine nonché il passaggio di personale specializzato destinato a fornire servizi essenziali per la comunità (a cominciare dal personale medico e dalle ambulanze, il cui transito è spesso impedito o rallentato).

Case a Nabi Samuel (Foto: Nena News)

Case a Nabi Samuel (Foto: Nena News)

Condizioni di vita difficili da sopportare: la mancanza di lavoro (il 90 per cento dei giovani non è occupato o ha lavori saltuari e informali), di opportunità di educazione e l’assenza di infrastrutture e servizi hanno spinto molte famiglie ad abbandonare il villaggio. Per le giovani coppie, il problema è l’impossibilità di portare a vivere a Nabi Samuel i coniugi perché non residenti nel villaggio. L’obiettivo di tali pratiche da parte d’Israele, denunciano i palestinesi, è provocare progressivamente l’espulsione e il trasferimento dei residenti di Nabi Samuel così da lasciare libero spazio all’espansione delle colonie. Ma c’è anche un altro motivo: l’interesse di Tel Aviv per questo piccolo appezzamento di terra è la presenza della tomba del profeta Samuele, figura di riferimento per gli ebrei prima ancora che per i musulmani. L’edificio, costruito nell’Undicesimo secolo dai crociati per fungere da chiesa, è stato trasformato in moschea il secolo seguente e da dopo il 1967 ospita anche una sinagoga.

Per questa ragione nel 1995 – pochi mesi dopo la firma degli Accordi di pace di Oslo – le autorità israeliane hanno dichiarato l’area del villaggio intorno all’edificio parco nazionale e archeologico, confiscando 3.500 dunam di terre e vietando contemporaneamente ai residenti di viverci e di costruire qualsiasi tipo di struttura. Per l’allargamento del parco, nel solo 2014 sono stati confiscati altri 187 dunam. Ciò si è tradotto concretamente nella demolizione delle case palestinesi costruite intorno al luogo sacro e nel divieto di costruire qualsiasi tipo di struttura (da una nuova casa ad una rete intorno al proprio orto), pena la demolizione. Accusato per la creazione ed il mantenimento della seam zone – e va da sé per quanto accade a Nabi Samuel – lo Israele si difende: quest’area per Tel Aviv costituisce una «zona cuscinetto» che serve a difendere gli israeliani (sia d’Israele che quelli delle colonie) da possibili attacchi dei «terroristi» palestinesi. Nena News

Per ulteriori informazioni sulle attività del Cose, rimandiamo al loro sito ufficiale

GUARDA il video sul progetto del Cospe a Nabi Samuel

 

 

 

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