COLORO CHE SONO STATI UCCISI DALLA NATO 19 ANNI FA IN SERBIA, OTTERRANNO MAI GIUSTIZIA?

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British journalist Robert Fisk

di Robert Fisk

13 luglio 2018

Il ponte è nuovo, naturalmente. E delle schegge di proiettili e del sangue che trovammo qui 19 anni fa, e la bicicletta “adornata” con resti umani e con il prete decapitato, ci sono scarse tracce. Sanja Milenkovic, la ragazza di 15 anni e potenziale genio matematico che è morta quando la NATO è ritornata a bombardare lo stretto ponte affollato per la seconda volta, è stata sepolta nel cimitero del suo villaggio. C’è un piedistallo di fianco al ponte nuovo con il suo nome e con quelli di nove altri abitanti del villaggio che sono stati uccisi insieme a lei dalla NATO nell’attacco del 30 maggio 1999.

“Normalmente non voglio fermarmi mai qui sul ponte, neanche se la polizia mi dice di farlo,” dice. “E la foto di Sanja è nella mia stanza, la mia figlia maggiore si chiama

come lei. Vado al cimitero ogni giorno. Il prossimo anno saranno 20 anni. Penso che i nostri figli avrebbero giocato insieme e penso che Sanja sarebbe stata una professoressa di matematica. Eravamo molto uniti. Era brava in matematica, mentre io la odiavo. Ero troppo piccolo, all’epoca, per reagire come uno uomo grande. Quando vengo qui o al cimitero, non piango mai, ma c’è un momento in cui sono solo e allora piango. Parlo con mia sorella e piango.”

Penso quindi che ci siano delle domande da farsi. Quanto dura il dolore? O la rabbia? Noi giornalisti siamo stati indignati dal massacro che abbiamo visto qui 19 anni fa. Non siamo stati personalmente coinvolti, tranne, suppongo, per la nostra adesione alla NATO – ma pensavamo che ci dovrebbe essere qualche forma di “giustizia”. Ora mi chiedo: mentre gli anni passano la gente cambia. O no?

Sanja e gli altri 9 sono stati uccisi il 68° giorno del bombardamento del NATO sulla Serbia, che era stato perseguito – così si sosteneva all’epoca – per proteggere gli Albanesi Musulmani della provincia del Kosovo della Serbia – e l’alleanza in quella fase voleva  disperatamente una vittoria su Slobodan Milosevic. Circa 3.000 Musulmani furono giustiziati e gettati nelle fosse comuni, ma la maggior parte degli abitanti del Kosovo era stata cacciata via dalle loro case dalla milizia serba dopo l’inizio dei bombardamenti, e gli obiettivi della NATO stavano diventando costantemente più promiscui, per quanto, molto spesso, si scusavano per un totale di oltre 500 morti civili.

Il bombardamento di Vavarin, però, portato a termine dall’aviazione tedesca della NATO, secondo un gruppo di avvocati serbi e dei Serbi stessi – è stato particolarmente spaventoso. Né i motivi per l’attacco il giorno della festa di Pentecoste – era domenica – erano credibili. La Nato sostenne che lo stretto ponte di ferro “avrebbe potuto essere usato dai carri armati”, ma di fatto non era sufficientemente largo per far passare una macchina. Il quartier generale della Nato scelse di non fornire il motivo per cui la sua aviazione, avendo bombardato il ponte di Vavarin alle 13 circa, quando il villaggio era affollato, specialmente intorno alla chiesa Greco-Ortodossa vicino a quel ponte, sarebbe dovuti tornare a bombardare i soccorritori, tra di loro Sanja Milenkovic.

Molti dei feriti caddero nel fiume Velika Morava, marrone scuro e che scorre rapidamente, anche oggi.

Sasha che aveva soltanto 14 anni – lo separavano dalla sorella 13 mesi – era a casa nel suo villaggio di Donji Katun, quando sentì il rimbombo delle esplosioni. “Ho pensato che avessero bombardato il ponte Stolac perché lì la strada collegava la città di Kragujeva con l’autostrada, e a Vavarin non c’erano strutture militari,” ricorda.

“Mio nonno mi ha portato in macchina. Quando siamo arrivati sul nostro lato del fiume, ci hanno detto che tre ragazze erano state lì, e così abbiamo saputo che erano Sanja e le sue due amiche. Hanno detto che l’ambulanza aveva portato delle ragazze all’ospedale. Non sapevamo che Sanja era già morta. Abbiamo scoperto soltanto più tardi che quando la prima bomba colpì il ponte, Sanja andò ad aiutare i suoi amici e poi quando arrivò la seconda bomba, un’altra parte del ponte crollò e lei cadde insieme a questo, nell’acqua. Era ancora sulla passerella di metallo, ma la sua testa era nell’acqua.

Sasha racconta questa storia con una specie di leggerezza, un’epica di dolore che è stato consumato dagli anni e, forse, dalla politica di suo padre. Zoran Milenkovic era orgoglioso di sua figlia – era una celebrità al liceo di matematica a Belgrado, era lodata sui media internazionali (dopo la guerra) per la sua borsa di studio, ma Zoran era anche un politico dell’opposizione per un partito che aveva chiesto la fine del governo di Milosevic,

“Penso che forse nessuno dica questo – ma penso che il nostro governo [di quel tempo] è stato colpevole”, dice Sasha Milenkovic. “Il problema è ancora – come lo dite? – che nulla è finito riguardo al Kosovo.”

Con terribile ironia, i genitori di Sanja l’hanno incoraggiata a lasciare Belgrado dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese – un altro “errore” della NATO – perché pensavano che Vavarin sarebbe stata più sicura.

“Abbiamo trascorso molto tempo   ma quel giorno, giorno di festa, c’erano così tante persone qui che nessuno pensava una cosa del genere potesse accadere. Loro [i piloti]

Avevano i loro ordini (penso)…Nei film il pilota dice che non lo farà, ma penso che abbiano visto tutto e che poi hanno bombardato.” Sasha alza le spalle. “Ogni anno, la gente viene qui per l’anniversario soltanto perché viene loro ordinato di farlo. Nessuno, in realtà, viene qui per onorare le vittime e perciò questo posto non mi piace. L’anno scorso, ero in piedi accanto al presidente [Vucic], qui e mi ha detto: ‘Assomigli a tuo padre’ ed io ho detto, ‘No, assomiglio a mia madre.’”

Questo è cinismo? Sasha si limita a sorridere. “Lei è la prima persona a cui ho concesso un’intervista,” aggiunge. Non ho mai voluto parlare di questo. Non ne parlo mai. La mia figlia maggiore dice: ‘Sarò come mia zia’ – anche lei è brava in matematica…Non mi ricordo davvero il giorno in cui Sanja è stata seppellita. Sono caduto quando ho visto che la deponevano nella tomba e non capivo. Ero svenuto… Possiamo accusare le persone di quello che hanno fatto qui – c’erano degli avvocati tedeschi che dicevano che era una cosa sbagliata.  Credo che il mondo sappia che cosa è accaduto qui. Non voglio soldi e nessuna altra cosa materiale. Delle persone qui si aspettavano che avrebbero avuto del denaro e piangono e – ‘pfff’.” Sasha soffia con le labbra.

Sì, crede in Dio. “penso che ci sia qualcosa più alta di noi – qualche potenza superiore.”

Robert Fisk scrive per  the Independent, dove questo articolo è apparso originariamente.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/07/13/will-those-killed-by-nato-19-years-ago-in-serbia-ever-get-justice

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

COLORO CHE SONO STATI UCCISI DALLA NATO 19 ANNI FA IN SERBIA, OTTERRANNO MAI GIUSTIZIA?

http://znetitaly.altervista.org/art/25430

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