Come e perché Netanyahu ha vinto e il dare avere del dopo

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Il suo Likud (35 seggi) avrà bisogno di nazionalisti e ultradestra razzista che già chiede ministeri. Bene Gantz (Partito Blu) ma crollo laburista, la sinistra scompare, palestinesi all’angolo.
-Il sostegno di Putin e Trump. E quello della galassia sunnita: tutti contro l’Iran, ritenuto il nemico pubblico numero uno

Il sostegno di Putin e Trump
e quello della galassia sunnita

Come e perché Netanyahu ha vinto e il dare avere del dopo
“Bibi” Netanyahu ha giocato bene la sua partita. Ha vinto le elezioni israeliane portando il suo partito (il Likud) a 35 seggi e “pescando” nel guazzabuglio di alleati destrorsi (assai) e ultraortodossi gli altri 30 scanni che gli serviranno per guidare il Paese. Per la quinta volta. I sondaggisti, quindi, ci hanno azzeccato. Specie quelli di “Channel 13”. Ma fino a un certo punto. In molti davano il Likud fermo a quota 27, (come Haaretz e, peggio ancora, Yedioth Ahronoth) mentre attribuivano all’avversario, il “Blue” Party (Kahol Lavan) di Benny Gantz (centro-sinistra) la maggioranza relativa, intorno a 30 seggi. In effetti, Gantz è andato oltre le previsioni (35 seggi), ma lo stesso ha fatto Netanyahu. Con la differenza che la quasi totalità degli alleati di quest’ultimo è stata capace di superare il “threshold”, lo sbarramento del 3,25%. La coalizione di sinistra, invece, specie laburisti (la miseria di 6 seggi) e arabi (avevano 13 deputati e ora rischiano di restare fuori dalla Knesset), è rimasta al palo.

Un giudice oltre Berlino?

La speranza di Gantz (un po’ fioca, per la verità) è che Netanyahu adesso se la veda con i giudici, davanti ai quali dovrà comparire con tre diversi capi d’imputazione, per corruzione. Ma, intanto, a destra si festeggia. “Bibi” ha calato gli assi che aveva in mano, grazie alla benevolenza di un vecchio biscazziere come Putin e allo sfacciato sostegno di Trump, che si è spinto oltre ogni limite della decenza diplomatica. Il Cremlino, che con Netanyahu tresca da lunga pezza, d’accordo con la Casa Bianca, gli ha garantito il sostegno della minoranza russa (e di quella slava in generale). Riconsegnando anche i resti di un soldato israeliano ucciso in Libano nel lontano 1982, con una grande dimostrazione di forza. “Bibi” è andato in pellegrinaggio a Canossa (leggasi Mosca) un paio di giorni prima delle elezioni. Tanto per far capire come stavano le cose.

Gerusalemme e Golan Usa

Il Presidente americano, invece, si è giocato in tempi non sospetti la carta di “Gerusalemme capitale” e poi quella del riconoscimento del Golan “come territorio metropolitano di Israele”. Gettando sul piatto della bilancia (e sconocchiandola) tutto il suo peso da bullo di quartiere. L’altra opera pia l’hanno fatta l’Egitto di El Sisi (a Gaza e dintorni) “convincendo” Hamas a darsi una regolata; l’Arabia Saudita di bin-Salman, ormai partner privilegiato di Israele, grazie alla straordinaria coincidenza di interessi strategici; gli Emirati del Golfo (per gli stessi motivi) e tutta la galassia sunnita in doppio petto, che ruota e brilla nella regione. La causa? Un nome e un cognome precisi: la teocrazia iraniana. Gli ayatollah hanno messo tutti d’accordo, creandosi un arcipelago di nemici di ogni colore, formato e dimensione. Sì, ma Putin, direte voi, che ci azzecca? Non era “amicone” degli sciiti persiani? Calma e gesso.

Diplomazia asimmetrica

Abituati a leggere la vecchia diplomazia con microscopio, lapis e squadretta, la domanda sembra lecita. Ma la diplomazia “parallela”, quella asimmetrica, che nasce e si sviluppa nelle segrete stanze, ha logiche tutte sue, che portano lontano. In un’altra dimensione, che ai più distratti può sembrare inverosimile, quasi paradossale. E, così, no. Putin non ha né amici e né nemici. Ma solo interessi. Al treno che gli conviene, si attacca. Sullo sfondo delle elezioni israeliane si muovono scenari molto ampi e sensibili: la sistemazione della Siria e del Medio Oriente in generale, le intese (e le spartizioni) sulle nuove rotte energetiche e un possibile fronte comune contro la super-superpotenza economica di oggi (e di domani): la Cina. Nel mazzo metteteci anche la necessità di garantire la sicurezza e gli equilibri internazionali al minor prezzo possibile, la lotta al terrorismo di matrice jihadistica, l’obiettivo di raffreddare le macro-aree di crisi in tutto il pianeta (dall’Asia Centrale, all’Estremo Oriente, all’Africa, all’America Latina).

Ora basta spacconate

E poi, ancora, ambiente, riscaldamento globale ed emergenze migratorie “bibliche”. Molta carne al fuoco. E, se come diceva Enrico di Navarra, “Parigi val bene una messa”, allora, in questo caso, Gerusalemme val bene un giro di valzer diplomatico. Nel mezzo di cotanto sconquasso, gode “Bibi”, che ha vinto la lotteria senza manco avere comprato il biglietto. Si è trovato al posto giusto, nel momento giusto. Ma da ora in poi, accantonata la proverbiale arroganza, dovrà rendere conto e ragione ai suoi amici. Vecchi e nuovi. E non basterà più nemmeno promettere (a vanvera) l’annessione della Cisgiordania. Quella se la sogna.

 

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