Come i colonizzatori usano lo stupro come arma: riflessioni dal caso palestinese

725

Articolo pubblicato originariamente su Mondoweiss e tradotto dall’inglese da Beniamino Rocchetto

L’uso da parte di Israele dello stupro come strumento di guerra non è una novità. La cosa unica è che è inflitto ai palestinesi da 74 anni.

Di Tamam Mohsen

RASMEA ODEH ASCOLTA I SOSTENITORI DOPO AVER LASCIATO IL TRIBUNALE FEDERALE DI DETROIT, IN QUESTA FOTO DI ARCHIVIO DEL 12 MARZO 2015. (AP PHOTO/PAUL SANCYA, FILE)

La questione dell’uso della violenza sessuale e dello stupro come arma in tempo di guerra è ora tornata al centro dell’attenzione dopo le orribili notizie di truppe russe che violentavano donne ucraine nel corso della recente invasione russa. La difenditrice civica ucraina per i diritti umani, Lyudmyla Denisova, ha detto alla BBC che in un caso, “circa 25 ragazze e donne di età compresa tra 14 e 24 anni sono state sistematicamente violentate durante l’occupazione nel seminterrato di una casa a Bucha. Nove di loro sono incinte”.

Eppure questa tattica morbosa non è una novità nella storia della militarizzazione della violenza sessuale. Sono trascorsi 30 anni dalla conclusione della Guerra Civile libanese, ma le brutalità e le atrocità commesse sui corpi delle donne stanno venendo alla luce solo ora, secondo un rapporto pubblicato da Azione Legale Globale (Legal Action Worldwide – LAW) il 9 giugno. E ancora più indietro, l’uso sistematico dello stupro da parte delle milizie sioniste nel corso della guerra del 1948 come strumento di pulizia etnica e di espropriazione portò allo sfollamento di circa 750.000 nativi palestinesi per fare spazio al nascente Stato ebraico. Le donne palestinesi, che hanno il diritto di “far nascere la nazione”, per prendere in prestito da Rhoda Kanaaneh, sono state particolarmente prese di mira da questa pratica sionista eliminazionista, come un modo per sbarazzarsi di una popolazione indesiderabile.

Questo stesso impeto trova oggi un’eco inquietante nello stupro delle donne ucraine da parte dei soldati russi. Secondo la testimonianza di Denisova alla BBC: “I soldati russi hanno detto loro (le sopravvissute allo stupro) che le avrebbero violentate al punto da non volere più alcun rapporto sessuale con nessun uomo, per impedire loro di avere figli ucraini”.

LO STUPRO COME TATTICA DI GUERRA

Lo stupro di donne (e uomini) in tempo di guerra continua ad aumentare ad un ritmo allarmante. È più probabile che i conflitti armati intensifichino il verificarsi di violenze sessuali in diverse forme e con vari gradi di gravità.

Durante i conflitti, le donne vengono stuprate nelle loro case, al lavoro, lungo i bordi delle strade, nei campi, ai posti di blocco e mentre fuggono dalla violenza. I corpi delle donne diventano un campo di battaglia in cui la loro sessualità viene militarizzata per raggiungere gli obiettivi della guerra.

Tuttavia, la documentazione dello stupro in tempo di guerra è notoriamente difficile, a causa della riluttanza dei sopravvissuti a parlare, temendo ritorsioni, discriminazione sociale o emarginazione da parte delle loro comunità. Questo per non parlare di quando vengono immediatamente messe a tacere quando vengono uccise sulla scena. L’assenza di responsabilità garantisce inoltre che gli autori non siano perseguiti.

Sfortunatamente, lo stupro in tempo di guerra è stato per molto tempo banalizzato e ampiamente descritto come una conseguenza inevitabile dei conflitti armati. Dorothy Thomas e Regan E. Ralph hanno invece affermato che lo stupro non è un fenomeno accidentale o isolato durante il conflitto, ma è piuttosto usato come una forma intenzionale di arma insieme a fucili, carri armati e bombe per raggiungere gli obiettivi della guerra.

“Lo stupro è stato minimizzato come uno sfortunato ma inevitabile effetto collaterale dell’invio di uomini in guerra”, scrivono:

“In realtà, lo stupro non è né casuale né isolato. Svolge regolarmente una funzione strategica in guerra e funge da strumento essenziale per il raggiungimento di particolari obiettivi militari”.

LO STUPRO COME STRUMENTO DI PULIZIA ETNICA E COLONIZZAZIONE

Indubbiamente, la violenza sessuale, e principalmente lo stupro, è intimamente correlata alla violenza nei conflitti armati; tuttavia, non può essere compreso come una pratica indipendente da sistemi di potere più ampi come il razzismo e il colonialismo. Infatti, il femminismo dominato dalle donne bianche definisce lo stupro semplicemente come uno strumento di dominio patriarcale e ignora le intersezioni della violenza contro le donne con genere, razza e colonizzazione. Questo approccio è stato fortemente criticato da molte donne femministe di colore, particolarmente critiche teoriche della razza, per non aver compreso la violenza sessuale e di genere contro le donne che subiscono l’oppressione razziale e coloniale, come le donne indigene.

Nel caso del colonialismo sionista in Palestina, l’obiettivo di acquisire terra ha portato all’uso di tattiche brutali volte all’espropriazione e all’eliminazione della popolazione nativa. I colonizzatori hanno abbracciato il terrorismo sessuale come strumento per realizzare questa strategia.

Lo stupro, sebbene ancora poco documentato, ha svolto un ruolo nella pulizia etnica dei nativi palestinesi nel 1948 e oltre. Molte famiglie sono fuggite dalle loro case, in parte a causa delle loro preoccupazioni per lo stupro delle loro donne da parte delle forze sioniste. Si può infatti affermare che la conquista della terra è andata di pari passo con la violenza sessuale nella storia della pulizia etnica sionista della Palestina.

USO DELLA VIOLENZA SESSUALE CONTRO GLI ATTIVISTI

Le forze coloniali hanno anche utilizzato lo stupro per sopprimere la mobilitazione politica delle donne, come un modo per reprimere la loro capacità di resistere all’oppressione coloniale, indebolendo ulteriormente l’intera popolazione.

Le detenute palestinesi sono state sottoposte alle ben documentate tecniche di interrogatorio dello Shin Bet israeliano, compreso lo stupro, che sfruttano gli stereotipi di genere prevalenti all’interno della società palestinese, come “onore della famiglia” e “verginità”, al fine di terrorizzare le donne e costringerle a confessare sotto tortura. L’intimidazione sessuale è inoltre impiegata dagli interrogatori israeliani come strumento per ricattare le donne palestinesi affinché diventino collaboratrici.

Sebbene sia difficile fornire statistiche accurate sullo stupro contro le prigioniere palestinesi, a causa della delicatezza della questione della violenza sessuale per le donne palestinesi e le loro famiglie, ci sono diverse importanti e dettagliate testimonianze di donne palestinesi, tra cui le prigioniere liberate che hanno documentato l’uso deliberato di stupri e torture sessuali contro di loro.

La prigioniera palestinese liberata, Rasmea Odeh, ha parlato pubblicamente in un tribunale americano di come è stata violentata dagli interrogatori dei servizi di sicurezza israeliani. Odeh, che è stata arrestata nel 1969 all’età di 19 anni, ha riferito che durante il suo interrogatorio è stata picchiata con bastoni di legno e sbarre di metallo, e denudata in una palese violazione della sua intimità.

Odeh è stata torturata sessualmente con scosse elettriche. Le furono collegati dei cavi conduttori a genitali, seno, addome, braccia e gambe e, in quello stato di disorientamento, è stata violentata con un bastone mentre suo padre era costretto a guardare.

La testimonianza di un’altra prigioniera palestinese appare in un capitolo di un libro di Tamar Mayer: “Gli interrogatori israeliani mi picchiarono con un bastone sul ventre. Poi un giorno, mi dissero di togliermi i vestiti, tremavo. Un uomo grosso e brutto è entrato con un bastone e sapevo che mi avrebbe violentato con quello. Entrarono tutti e otto gli interrogatori, per accarezzarmi, ridere di me, toccarmi i seni. Mi vergognavo così tanto”.

La testimonianza di un’altra prigioniera palestinese liberata, Aisha Odeh (che in realtà era una compagna di Rasmea Odeh), racconta le brutali violenze sessuali a cui è stata sottoposta mentre era incarcerata.

Come Rasmea, anche Aisha fu arrestata nel 1969 e condannata a due ergastoli. In un’intervista con il giornalista britannico Arthur Neslen, pubblicata nel 2011 nel suo libro; In Your Eyes a Sandstorm (Nei Tuoi Occhi Una Tempesta di Sabbia), ha detto: “hanno cercato di violentarci (lei e Rasmea Odeh) in un modo orribile. Volevano violentarmi con un bastone, e l’hanno fatto davvero. Sono riusciti a farmi provare una sensazione molto vicina alla morte. Sono svenuta priva di sensi”.

Aisha descrive in dettaglio gli eventi della sua prigionia e stupro nel suo libro di memorie in lingua araba; Sogno di Libertà, dove racconta gli insulti e le molestie sessuali subiti dagli interrogatori: “Puttana. Con chi sei andata a letto? Con quanti uomini hai fatto sesso?”, così come i dettagli del suo stupro: “l’interrogatore (che lei chiamava Azrael, o ‘Angelo della Morte’) mi ha ordinato di togliermi i vestiti. Rifiutai, e così furono gli altri soldati a denudarmi con la forza. Fui lasciata completamente nuda, con la mano legata dietro la schiena. Mi gettarono a terra, e Azrael cercò di penetrarmi con un bastone. Ho resistito e resistito, e poi sono svenuta”.

L’IMMAGINARIO COLONIALE DELLA “STUPRABILITÀ” DELLE DONNE

Lo stupro delle donne palestinesi deriva anche da un’immaginazione colonialista orientalista che contrassegna le donne come stuprabili, un atto di disumanizzazione che non considera lo stupro di questi “soggetti orientali” come un crimine con ripercussioni morali.

Una mentalità simile si è riflessa in una sentenza religiosa di un importante rabbino israeliano, che ha permesso lo stupro di “donne nemiche” durante la guerra. Anche il Rabbino, Shmuel Eliyahu, ha approvato lo stupro da parte dei militari nel 2002, in cui ha affermato che la legge biblica autorizzava lo stupro in determinate circostanze.

In una manifestazione particolarmente disumana di questa ideologia depravata, un eminente professore israeliano, Mordechai Kedar dell’Università Bar-Ilan, ha esplicitamente invocato lo stupro delle donne palestinesi per scoraggiare la resistenza palestinese durante i disordini dell’estate del 2014. Kedar stava parlando a un programma radiofonico israeliano in seguito all’uccisione di tre coloni israeliani scomparsi nella Cisgiordania occupata: “L’unica cosa che può scoraggiare i terroristi, come quelli che hanno rapito i coloni (israeliani) e li hanno uccisi, è la consapevolezza che la loro sorella o madre verrà violentata, questa è la cultura del Medio Oriente”, ha detto.

Più tardi, nel 2016, anche il Rabbino Colonnello Eyal Qarim del Rabbinato Militare Israeliano ha fatto eco alla stessa idea, ammettendo lo stupro di donne palestinesi da parte di soldati ebrei israeliani “per comprensione delle difficoltà sopportate dai combattenti”.

Questi presupposti sionisti razzisti inquadrano la “cultura araba” come arretrata, maschilista e radicata nelle nozioni di onore della famiglia, trasformando quindi le donne in bersagli di deterrenza e come mezzo per schiacciare la volontà indigena di resistere. E, cosa più importante, trasforma il nativo indigeno sessualizzato in uno “stuprabile” subumano che può essere liberamente abusato.

L’idea prevalente che lo stupro sia semplicemente un danno collaterale inevitabile non è solo comprovatamente problematica, ma costituisce una doppia atrocità nei confronti dei sopravvissuti, che hanno subito gravi traumi fisici e psicologici, e sono quindi soggetti a discriminazione sociale e all’emarginazione dalle loro comunità.

Nel caso della Palestina, la comprensione dello stupro durante la Nakba come strumento del colonialismo sionista ci aiuterà a stabilire una nuova concezione della violenza sessuale e di genere che sfida la convinzione riduzionista dominante riguardo allo stupro come una conseguenza spiacevole ma inevitabile della guerra. Ancora più importante, questo ci ricorda che i corpi delle donne palestinesi sono sottoposti a forme di tortura sessuale crudeli ancora oggi. La lotta contro queste atrocità verso i prigionieri palestinesi non può avvenire ponendo fine a quelle specifiche violazioni, ma ponendo fine del tutto alla loro prigionia.

Tamam Mohsen è una giornalista palestinese che ha scritto per Al-Monitor, Raseef 22 e altri siti web locali e internazionali. Mohsen ha conseguito un dottorato in Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università di Durham e scrive di politica, identità di genere e colonialismo dei coloni.

Fonte: https://mondoweiss.net/…/how-colonizers-weaponize-rape…/

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

SHARE

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.