COME ISRAELE ESPANDE IL SUO TERRITORIO

Con un complicato sistema di definizione di terre come “proprietà dello Stato”, il braccio amministrativo dell’esercito israeliano spinge da anni per l’acquisizione di altre terre palestinesi, ora includendo anche ampie fette della Valle del Giordano, del Mar Morto, oltre alle cosiddette colonie –blocco.

Gerusalemme, 22 Luglio 2011 – Nena News – C’è un complicato sistema all’opera da anni perché Israele acquisisca terre palestinesi nei territori sotto occupazione, facendole diventare automaticamente “di proprietà statale”. Ad occuparsene dagli anni Ottanta, quando fu istituito dal Comando Regionale dell’IDF (esercito israeliano), è il braccio amministrativo dell’occupazione, ovvero quella che viene chiamata “amministrazione civile” israeliana; si tratta cioè di un dipartimento a diretta dipendenza dell’esercito, che “regola” la vita della popolazione civile palestinese sotto occupazione, principalmente nelle aree definite come zona C.*

Secondo ciò che rivela il quotidiano israeliano Ha’aretz oggi, venuto in possesso di documenti interni all’esercito, Israele starebbe spingendo per l’acquisizione e confisca di terre palestinesi nelle aree della Valle del Giordano, del Mar Morto occidentale e delle aree che circondano i cosiddetti blocchi di colonie, cioè Ariel, Ma’aleh Adumin e Gush Etzion, tra le più popolose in Cisgiordania, insieme a Modi’inn Illit.

La procedura adottata dall’esercito gioca sulla definizione di “terra privata registrata” e “non registrata” da parte palestinese. Solo una parte minima di terra palestinese privata è registrata come tale in Cisgiordania: questo perché sotto l’impero ottomano non si investì in mezzi adatti per la registrazione della terra e sotto il Mandato Britannico, gli inglesi adottarono un processo di registrazione lungo e costoso (rimasto in vigore anche con i giordani) che molti proprietari palestinesi non potevano permettersi, economicamente. Molti di loro quindi non hanno mai effettivamente avviato un processo di “regolare” registrazione, pur avendo sempre pagato le tasse di proprietà, aprendo la strada alla decisione adottata da Israele nel 1968 (un anno dopo aver occupato la Cisgiordania) di bloccare “il processo di registrazione”. Rendendolo di fatto impossibile dalla fine degli anni Sessanta per i palestinesi: dal 1968 la potenza occupante, cioé Israele, riconosce come proprietà palestinese solo la terra registrata in precedenza. Tutta la restante terra, ed è quello che progressivamente avvenuto, è stata percepita come “non registrata” e in molti casi automaticamente definita di proprietà dello Stato di Israele. Al momento almeno il 16% della Cisgiordania è stata dichiarata terra dello Stato di Israele, terra che è stata utilizzata per la costruzione dei primi insediamenti (illegali).

Un meccanismo decisionale e amministrativo unilaterale, che esclude i palestinesi anche dai mezzi legali per potersi rivalere; nel 99,9% dei casi, la procedura che permette di dichiarare terra palestinese di proprietà di Israele è andata a beneficio delle comunità di coloni.

Ciò che non era noto era che finora amministrativamente, Israele ha sempre fatto una distinzione tra i cosiddetti blocchi di cui chiede l’annessione in un qualsiasi futuro accordo con i palestinesi e il resto delle colonie.   Con un documento siglato a gennaio e arrivato nelle mani della ONG Rabbis for Human Rights**, il Colonnello Zvi Cohen, a capo del dipartimento infrastrutture dell’amministrazione civile, ha dato il via a una serie di procedure con cui si autorizza a definire di proprietà dello Stato, terre la cui proprietà è “indefinita”. Quindi includendo aree della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle terre che circondano Ariel. Impedendo, come fa notare l’autore dell’articolo Akiva Eldar, qualsiasi contiguità territoriale di un “futuro” stato palestinese. E di conseguenza anche la possibilità di “uno scambio di territori” secondo la formula ipotizzata dall’amministrazione USA a maggio: a ovest della Linea Verde infatti non ci sarebbe abbastanza territorio per compensare un’annessione di terra palestinese.

Finora il cosiddetto “Blue Line team”, una equipe amministrativa atta a definire la terra palestinese di proprietà dello stato di Israele, si era limitata ad esaminare solo le terre già acquisite negli anni Ottanta e Novanta, per intenderci quelle sulle quali sono sorti i primi insediamenti che Israele considera legali (sebbene siano illegali secondo il diritto internazionale). Ora invece almeno 26 outpost***sarebbero stati inclusi nella definizione di “terra di proprietà dello stato”, spianando così la strada alla loro legalizzazione. E’ stato istituito infatti un secondo gruppo amministrativo che esamina proprio i territori la cui “proprietà è incerta” in base ai parametri adottati da Israele. Almeno 15.000 dunam di terra si trovano proprio nella Valle del Giordano e nel Mar Morto. (red Nena News)

*inizialmente l’amministrazione civile israeliana perava sia in Cisgiordania che a Gaza, ma dalla firma degli Accordi di Oslo, ha smesso di operare nella Striscia. Vi lavorano si soldati che civili.

**grazie al Freedom of Information Law (legge che seppur farraginosa consente ad organizzazioni israeliane il diritto avisionare alcuni documenti amministrativi non resi automaticamente pubblici

***un outpost (in ebraico Ma’ahaz, letteralmente “appiglio”, “presa”) si riferisce ad una comunità di coloni israeliani costruita su terra palestinese in Cisgiordania tra il 1991 e oggi, senza autorizzazione del governo israeliano, cioè comunità che a differenza delle colonie non hanno ottenuto il riconoscimento di uno status legale dal governo.

http://www.nena-news.com/?p=11683

 

Contrassegnato con i tag: , , , , , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam