Come Israele usò l’11 settembre per piegare la Palestina

Sunday, 11 September 2011 11:57 Emma Mancini (Alternative Information Center)

 

L’assedio israeliano alla Basilica della Natività di Betlemme durò quasi 40 giorni, dal 2 aprile al 10 maggio 2002

A dieci anni dall’11 settembre, il Medio Oriente è ancora al centro dell’attenzione del mondo. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001, la regione è stata additata come culla del terrorismo islamico, brodo di coltura di ideologie estremiste antioccidentali. E il fulcro della sua instabilità è da decenni il conflitto arabo-israeliano

La Palestina, popolo senza Stato, ha così finito per essere risucchiata nel vortice della guerra al terrore. Una guerra utilizzata per piegare la schiena della resistenza popolare palestinese e per inasprire le restrizioni contro Cisgiordania e Striscia di Gaza. Ne abbiamo parlato con Nassar Ibrahim, attivista, scrittore e analista politico palestinese, nonché direttore dell’Alternative Information Center.

 

In che modo l’11 settembre ha avuto effetti, se ne ha avuti, sul conflitto tra Israele e Palestina?

L’11 settembre è arrivato esattamente un anno dopo lo scoppio della Seconda Intifada in Palestina. La seconda grande sollevazione del popolo palestinese è esplosa alla fine di agosto del 2000, come naturale frutto del fallimento del processo di pace avviato con gli accordi di Camp David e gli accordi di Oslo firmati nel 1993. Un processo di pace che è sempre stato definito negoziato, quando in realtà è stato una resa da parte dell’allora leadership palestinese: con Oslo la Cisgiordania è stata divisa in tre aree ed è finita sotto il controllo civile e militare israeliano. L’effetto del processo di pace è stato l’inasprimento dell’occupazione israeliana della Palestina.

 

Il netto peggioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese a partire dal 1993, l’espansione selvaggia delle colonie israeliane e le maggiori restrizioni al movimento hanno provocato l’esplosione della Seconda Intifada. Come successe per la Prima, inizialmente anche la Seconda Intifada ha avuto caratteristiche nonviolente: nel primo anno i palestinesi hanno espresso la loro rabbia con manifestazioni pacifiche e il simbolico lancio di sassi contro i soldati israeliani. Ma poi è arrivato l’11 settembre: Israele ha deliberatamente utilizzato quell’evento per reprimere con la violenza una rivolta pacifica.

 

Israele ha quindi utilizzato a fini politici il terribile evento di dieci anni fa?

È successo esattamente questo: Israele ha approfittato dell’opportunità datagli dall’11 settembre e dall’avvio della guerra al terrore da parte del presidente americano Bush per distruggere la resistenza palestinese. Tel Aviv ha capito che poteva inserirsi nella compagine dei volenterosi, di quegli Stati pronti a scendere in campo contro il terrorismo globale, per mostrare al mondo che la Seconda Intifada altro non era che un’altra faccia dello stesso terrore.

 

Israele ha definito se stesso un combattente per la democrazia e ha così deliberatamente trasformato l’11 settembre in un’opportunità politica al fine di imporre il proprio processo di pace ai palestinesi. L’esercito israeliano ha da allora avuto le mani libere: è in quel momento che, a causa della violenta repressione della Seconda Intifada (con la distruzione dei campi profughi, i raid indiscriminati nelle città della Cisgiordania, l’assedio alla Basilica della Natività), lo stesso movimento di resistenza si è fatto violento. La grande differenza tra la Prima e la Seconda Intifada sta proprio in questo: la prima fu un movimento nonviolento e popolare per l’intera sua durata; la seconda è stata presa in mano da gruppi islamici minoritari che hanno cominciato a rispondere con la violenza alla repressione dell’esercito israeliano.

 

È stato, cioè, lo stesso Israele a fornire linfa ai movimenti estremisti in Palestina, movimenti che in questo modo hanno rafforzato la loro presenza sul terreno: ne è un chiaro esempio la vittoria di Hamas alle elezioni politiche del 2006.

Nella primavera del 2002, in un assedio militare lungo settimane, i bulldozer israeliani rasero al suolo il campo profughi di Jenin

Ciò significa che la vita quotidiana dei palestinesi è cambiata?

Dopo il lancio della guerra al terrore, è decisamente peggiorata. Dopo l’11 settembre e la trasformazione della Seconda Intifada da lotta nonviolenta popolare a lotta violenta di una minoranza, Israele ha preso misure dirette a piegare la resistenza del popolo palestinese. È cominciata la costruzione del Muro di Separazione, i residenti in Cisgiordania sono stati isolati, sono stati creati i checkpoint al fine di non permettere più ai palestinesi di raggiungere Israele, sono aumentate le  misure di restrizione al movimento, si sono moltiplicati i raid militari, gli arresti indiscriminati e le demolizioni di case. E se Israele ha spacciato tali iniziative come necessarie alla sicurezza, tutto ciò ha chiaramente un obiettivo politico ed economico: l’annessione di terre palestinesi per l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania e l’annessione allo Stato di Israele. Un fine visibile nel percorso che il Muro compie: non si tratta di una barriera che corre lungo il confine tra Israele e Cisgiordania, ma di una barriera che entra in terra palestinese, annettendo le colonie e confiscando terreni.

 

In che modo la guerra al terrore ha modificato l’equilibrio dei poteri in Medio Oriente?

Gli Stati Uniti hanno utilizzato la guerra la terrore come strumento per rafforzare la loro egemonia nella regione. Il principale target americano è stato negli anni quello di promuovere la propria politica e i propri interessi, egemonizzando il Medio Oriente, invece di combattere il terrorismo sul terreno. Tanto che i movimenti estremisti islamici si sono rafforzati e hanno trovato nuovi adepti.

 

Qual è stato il ruolo rivestito dagli Stati Uniti nella politica israeliana post 11 settembre?

È stato un ruolo centrale. Il conflitto israelo-palestinese è stato integrato nella strategia di controllo del Medio Oriente di cui parlavamo prima. Gli Stati Uniti hanno usato la propria influenza sui Paesi arabi alleati perché tagliassero i ponti con la resistenza palestinese, da decenni al centro dell’attenzione dell’intero mondo arabo. Washington ha così potuto coprire le azioni israeliane e lasciare a Tel Aviv mano libera nella repressione violenta della resistenza palestinese. Il mondo ha giustificato le violenze dell’esercito israeliano come necessarie nel quadro della più globale guerra al terrorismo, travisando volontariamente la lotta palestinese e i suoi obiettivi. Che sono esclusivamente la liberazione e l’indipendenza del popolo di Palestina.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3139-come-israele-uso-l11-settembre-per-piegare-la-palestina

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