Come si (soprav)vive oggi a Gaza?

IN QUESTO NUMERO abbiamo scelto di tornare a…Gaza, sia perché nessuno ne parla, sia perché le notizie sul logorato e logorante “processo di pace”, rischiano di distrarci dalla vita quotidiana della gente.
Abbiamo chiesto alla prof. PAOLA MANDUCA, dell’università di Genova, esperta e appassionata, di comporci, in esclusiva per BoccheScucite, un puzzle di volti che “scucino la bocca” ai più piccoli, ai neonati della Striscia.
NELLE DIVERSE RUBRICHE il snoda questo racconto che diventa progetto di solidarietà e gioia di tornare a vedere il sorriso sui volti dei bambini di Gaza.

Come si (soprav)vive oggi a Gaza?
BoccheScucite: Prima di tutto, le chiediamo di aggiornarci sulla situazione. Sappiamo di non sapere. Per questo BoccheScucite la ringrazia della sua testimonianza che nasce da una conoscenza diretta e da dati scientifici raccolti direttamente da lei.
Paola Manduca: A Gaza la via è assolutamente normale, se non fosse che tutti sanno che non lo è. C’è una fatica del vivere che va ben al di là della mancanza di risorse materiali o di contatti col resto del mondo, la possibilità di agire nel resto nel mondo o di ricevere. Perché in realtà questo mantenere una vita normale in una situazione di continua eccezione è una fatica che si legge nella faccia di tutti, adulti e bambini, ricchi e poveri. La continua eccezione vuol dire che ti svegli e non sai se c’è acqua nei tubi, lavare il pavimento. Non sai se c’è l’elettricità. Oppure lo sai e sai che magari è per sei o otto ore al giorno. A volte di notte. A volte di giorno. Ti puoi svegliare che stanno sparando. Oppure senti dei tuoni di bombe sonore o esplosioni. Quindi vai al mercato e non sai che cosa c’è da mangiare o da comprare a un prezzo accessibile. A seconda che c’è o no benzina, puoi muoverti per la Striscia, oppure no. Vai in banca per prendere soldi e non sai se ci saranno. Queste sono cose che ho vissuto anche io, visto che non ho mai abitato in alberghi e non sono mai andata a mangiare in ristoranti, ma avevo un appartamento in affitto e vivevo come le altre persone.
Poi, chi va in ospedale non sa se ci sono medicine. Negli ultimi tre anni Gaza non ha mai avuto le medicine sufficiente per la sua popolazione, né per malati cronici, né eccezionali come i malati di tumore, né per bambini con malattie gravi. Insomma a Gaza tutto è incerto e variabile. Mantenere una vita”normale” in queste circostanze è una sfida che riguarda tutti gli abitanti, nessuno esente.
In queste circostanza la povertà è veramente estrema. E molte persone sono ancora senza abitazioni, perchè non c’è stato nessun modo di provvedere per chi non ce l’aveva prima e neppure per quelli ai quali la casa è stata distrutta o viene oggi distrutta dai bombardamenti. Sotto questo aspetto ha fatto poco la fase di sviluppo delle costruzioni a Gaza: mi riferisco al fatto che nel 2012 sono arrivati fondi dai paesi arabi per delle costruzioni. Ma i fondi sono stati usati per costruzioni di un certo livello e solo una parte sono stati destinati ad abitazioni popolari.
L’altro aspetto è la sofferenza della dipendenza dal resto mondo. Gaza dipende dall’esterno. Ma la maggior parte delle donazioni o degli interventi avvengono con limiti precisi di quantità di soldi e tempo e che cosa si deve fare. Mi sono trovata a discutere, in campo medico, sul perchè fare certe cose. Mi dicevano: ”ci danno dei soldi, questo ci serve per pagare anche gli stipendi dei giovani (medici disoccupati), il progetto com’è formulato a noi non serve, in questo settore ci servirebbe altro”. Allora io suggerivo di contrattare l’impiego dei fondi per fare un progetto utile. Ma mi dicevano che in genere la controparte rispondeva che i soldi dovevano essere utilizzati per quello o niente. La maggior parte dei fondi poi ha dei termini. Sono progetti ”occasionali”, spesso non sono rinnovati.. Quindi non puoi costruire competenze, mestieri, stabilità.
Questi due aspetti rappresentano una grande sofferenza per Gaza e riguarda tutti. Insomma i soldi non sono mai stati destinati a impianti di desalinizzazione per tutto il territorio, a un piano energetico complessivo o a una raccolta dei rifiuti, e su questo sicuramente Hamas ha veramente poca libertà di scelta.

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