“COME SONO BELLI SUI MONTI….” Diario spirituale del Viaggio in Palestina con Pax Christi Italia – Progetto “Ponti e non muri” 25 febbraio – 4 marzo 2013

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Lunedì 25 febbraio

 

La premessa imprevista

 

Per arrivare in Palestina – così chiamerò questa terra, con il suo antico nome – ci vogliono poche ore di aereo: sorvolando l’Italia e, poi, i monti e le isole della Grecia, si atterra a Tel Aviv, città moderna affacciata sul Mediterraneo.

    E proprio il nome dell’aereo su cui ci imbarchiamo – colto al volo da un’amica (il nome, non l’aereo) – mi offre un primo pensiero in questo viaggio: esso si chiama “Elsa Morante”.

   Costei, di madre ebrea e notevole scrittrice, nel 1965 pronunciò a Torino una conferenza dal titolo Pro o contro la bomba atomica.

   Al di là della considerazioni che si possono fare attorno al fatto che Israele abbia oggi un arsenale nucleare ben fornito, mi piace cominciare, in questo lungo racconto di una breve ma intensissima settimana in Palestina, da quella sua conferenza.

  La Morante diceva: “Contro la bomba atomica non c’è che la realtà… è la realtà che da vita alle parole”. Così vorrei fare anch’io, in questo diario ragionato: sia la realtà che ho incontrato, e solo essa, a dar “vita alle parole”! Le riflessioni che vi aggiungerò, soprattutto quelle che nascono dalla Parola di Dio, non cercheranno altro che di dar valore alla realtà: incontrata, vissuta e sofferta.

   Poco prima, la scrittrice aveva detto: “Lo scrittore è un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”. Ecco: non intendo, da parte mia, “fare letteratura” (magari sulla pelle altrui), bensì, al contrario, tentare di esprimere – mediante il linguaggio diaristico e, nello stesso tempo, riflessivo – la mia partecipazione sincera alla vita di due popoli, i quali stanno, entrambi, soffrendo enormemente.

immagine1 Mi viene da concludere questa “imprevista” premessa, accostando queste parole della Morante, tratte da Il mondo salvato dai ragazzini, una sua opera meno nota, “Aria, aria / a questa prigione infetta / Sarebbe una magnifica stravaganza / Di scavalcare tutti insieme / i tempi brutti / In un allegro finale: Felici tutti!”, con la nostra prima preghiera giunti in Palestina – tolta dal volume degli amici Nandino Capovilla e Betta Tusset, Via Crucis in Terra Santa, volume che costituirà “il libro di viaggio” per tutti i partecipanti,O Dio, che ci hai voluto con-creatori insieme a te, fa’ che poniamo segni di risurrezione per far scendere dalla croce i crocifissi di oggi. (…) Vogliamo seguire i tuoi passi di pace”. Al bisogno della Morante di passare dalla prigione infetta alla libertà e felicità per tutti, corrisponde il passaggio dalla croce alla risurrezione nel linguaggio cristiano della Via crucis. È questo medesimo “passaggio”, questa medesima “Pasqua” che incontreremo, come bisogno e come sogno, in questa “settimana santa”.     

 

 

La città degli amici  

 

È l’imbrunire ormai, quando usciamo dall’aeroporto di Tel Aviv. Vogliamo subito dirigerci – con sorpresa e sconcerto da parte dell’autista – a Hebron, la città della Cisgiordania posta a trenta chilometri a sud di Gerusalemme.

   Comunque, partiamo e, mentre calano le tenebre e ci avviciniamo a Gerusalemme, scorgiamo dai vetri del pullman il primo segno che siamo in Palestina, il segno-realtà che ci accompagnerà ogni giorno: il muro! Quello che, ormai per 800 km, segna il confine tra i territori israeliani e quelli palestinesi. Si tratta di un “muro di protezione”, come lo definiscono gli israeliani.

   Sì, incomincia la “prigione”. Iniziamo ad entrarvi.

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È ovvio che in questi giorni mi domanderò spesso: come è possibile uscire da questa prigione? Come, concretamente, arrivare ad abbattere –  a renderlo non necessario – questo muro?

Già la città verso la quale siamo diretti – la prima tappa, quindi, del nostro “Pellegrinaggio di giustizia”, la prima stazione della nostra Via crucis verso la Pasqua – mi pare che contenga in sé la risposta a tale domanda. Stiamo andando a Hebron, in arabo al-Khalil, ossia “l’amico”. L’amico cui ci si riferisce è Abramo (qui, infatti, c’è la sua tomba, con quella di Sara, Isacco, Rebecca, Lia).

Egli fu “l’amico di Dio”, ma può essere – ecco la riflessione che propongo – anche la fonte dell’amicizia tra gli uomini, perché deve essere riconosciuto, effettivamente e non solo teoricamente, come “il padre di tutti noi”: ebrei, cristiani e musulmani. Se lui è il padre, noi siamo fratelli.

Quando non si è, nella verità, amici di Dio, si rendono nemici i propri fratelli.

Nella prima lettura della Liturgia di oggi leggo: “Non abbiamo ascoltato la voce del Signore nostro Dio, né seguito quelle leggi che egli ci aveva dato per mezzo dei suoi servi, i profeti”. Da Abramo, passando per Mosé e tutti gli altri profeti, fino a Cristo e a Maometto, l’ultimo Profeta, è questo che ci viene detto.

Torniamo ad “ascoltare la voce del Signore”, torniamo all’amicizia con Lui, e ritroveremo le vie della pace. Qui come ovunque.

 

La tenda di Abramo

 

Giunti a Hebron veniamo accolti, sotto un tendone, da un gruppo di giovani (bello iniziare dai giovani!). Appartengono ad un movimento nonviolento palestinese e stanno facendo pressione affinché vengano liberati coloro che sono detenuti nelle prigioni d’Israele.

  “Siate misericordiosi… non condannate e non sarete condannati, perdonate e sarete perdonati”, leggo nel Vangelo di oggi.

  Dopo averli ascoltati, accendiamo, in silenzio, dei lumini, per ricordare tutti i detenuti. Li osservo: è la prima commozione che mi prende. Dietro ogni luce, c’è una persona! Dietro ogni luce, c’è un buio che ha bisogno di essere rischiarato! Un groppo mi viene alla gola, liberato da un sospiro. Coraggio – dico a me stesso – uniti si può resistere.

 Anche le famiglie dei detenuti si radunano qui: trovano informazioni, parole di conforto, solidarietà internazionale. “Non possiamo continuare la lotta nonviolenta senza di voi”, ci dice un giovane leader. È vero: la lotta nonviolenta può avere successo solo quando vi è l’appoggio e l’unità di tutti i resistenti.

  Prima di salire su uno sgangherato pulmino in cui ci pigiamo, rivolgo un ultimo sguardo alla tenda che ci ha ospitato all’inizio del nostro viaggio di solidarietà. Mi fa pensare alla tenda di Abramo.

   Alla sera siamo ospiti delle famiglie musulmane che abitano nel centro della città vecchia, la zona più pericolosa. Abel, il figlio maggiore della numerosa famiglia dove mi trovo con altri, ci fa vedere – mentre i bambini, sui tappeti, giocano davanti a noi e con noi – un video degli scontri avvenuti il giorno prima, a poche decine di metri da qui. I sorrisi e le risa dei piccoli si mescolano alle grida e agli spari che provengono dal video. Joseph mi vede prendere degli appunti e vuole scrivere nel mio taccuino. Lo lascio fare, anzi gli chiedo di scrivermi il suo nome. Scarabocchia qualcosa. Rimane qualche accenno di lettera araba, e un bel sorriso birichino.

   Bene – penso tra me e me – questo è l’approccio giusto alla Palestina: incominciare dagli ultimi (domani sera abbiamo in programma di andare presso i beduini del Negev) ed entrare subito nel cuore delle ingiustizie e dei conflitti in atto!

    La causa del conflitto, infatti, è l’occupazione, legale e illegale, da parte di Israele, dei territori palestinesi. Il resto – ossia i furti della terra, attraverso la presenza delle “colonie”, la costruzione del “muro”, le continue vessazioni e umiliazioni ai posti di controllo – sono tutte conseguenze.

   La “terra di Canaan” non è più la “terra promessa”, la terra dove avrebbe dovuto abitare stabilmente la giustizia (Is 54,14).

    Abramo è ripartito, per cercarla altrove.

Martedì 26 febbraio

 

Un unico sentiero

 

 

Al risveglio – con il sole che benedice la terra e con la primavera che chiama al risveglio fisico e spirituale (i mandorli sono in piena fioritura!) – m’imbatto dapprima in un soldato israeliano ben equipaggiato, il quale proprio davanti alla casa dove abbiamo dormito ha la sua garrita, e al quale dico: “Buongiorno!”, e, poi, nella maglietta di una “Pellegrina di giustizia”, che reca la scritta: “Another World Is Possible”.

Sì, ogni giorno un mondo nuovo è possibile. Bisogna crederci. Non bisogna disperare. Bisogna credere, anche qui, nel cuore della violenza e della pace (la resistenza nonviolenta dei palestinesi), che le garrite non serviranno più, che i giovani soldati stringeranno la mano ai vecchi del luogo e diranno loro, anch’essi, “Buongiorno! Questo è un giorno nuovo! L’odio tra noi ha più motivo di esserci: la convivenza è ristabilita, nella giustizia e nella pace!”.

Presento qui, nel Centro culturale dei “Giovani contro gli insediamenti”, ai compagni di viaggio, le prime “pillole di saggezza e di solidarietà” che ho preparato a casa e che don Nandino mi aveva richiesto.

La colazione che ci viene offerta è a base di cibi tradizionali: yogurt denso, olive, crema di ceci e semi di sesamo (l’hummus) e l’immancabile intingolo di zattar, da raccogliere con il pane arabo.

Poi Issa, un giovane del Centro, ci mostra un video shoccante sulle violenze che ha subito, insieme ad altri compagni (“Hebron Human Rights Violations 2012”). Rimaniamo senza parole. Solo il volto sorridente di Vittorio Arrigoni, dipinto su una parete della sala, mi impedisce di piangere.

   Quindi ci avviamo a piedi, per il centro città, volendo percorrere – unici “turisti” –immagine3

Shuhada Street, prima abitata e molto frequentata dai palestinesi (e anche dai pellegrini che andavano in visita alla “Tomba di Abramo”), ora occupata solo da alcuni coloni ebrei. All’ingresso della via, dei murales, dipinti dagli israeliani, ricordano la gloriosa storia di Hebron: “Città dei Patriarchi e delle Matriarche, capitale della Giudea, e luogo d’inizio del regno di Davide”, “A community of Torah, charity and kindness”. Ah, sì: una gentilezza (kindness) tale che la città… è stata liberata per noi, perché potessimo percorrere “tranquillamente”, seguiti dai militari israeliani che ci tengono d’occhio, la via principale, ora completamente deserta. “Ghost Town”, Città fantasma, la chiamano i palestinesi.

   Nel centro storico incrociamo qualche ragazzino, delle scolare, alcuni anziani. Quindi rientriamo per la zona più calda, quella degli scontri e del checkpoint. Sui negozi arabi, costretti a chiudere, accanto ad una stella di Davide fatta con lo spray, spesso vi è sigillata una sbarra in ferro, posta dagli ebrei.

   Talora alcuni appartenenti ad organismi israeliani per i diritti umani, come B’Tselem, accompagnano gli “internazionali” su queste strade. Già noi siamo invisi ai soldati. Loro sono considerati semplicemente traditori. E odiati.

    Prima di uscire dalla città, ripercorriamo il sentiero che ci porta al Centro culturale di resistenza e, quindi, al nostro pullman.

Appassionato come sono di camminate in montagna, non posso non notare, tra gli ulivi e i papaveri, nel sentiero di terra battuta, dei segni per escursionisti. Sono di due tipi, alcuni in bianco e azzurro, altri in bianco e verde. Li leggo come indicazioni dello stesso sentiero, fatto per gli uni e per gli altri: bianco-azzurro per gli ebrei, bianco-verde per i palestinesi.

  Sui medesimi sentieri della vita si cammina, voglia o non voglia. Non conviene accordarsi, affinché qualcuno – o tutti? – non inciampiamo e cadiamo a terra?

 

La terra irrigata

 

Lasciamo Hebron e raggiungiamo il villaggio palestinese di At-Tuwani, gaza1dove ci aspettano i volontari italiani dell’Operazione Colomba (della Comunità Papa Giovanni XIII) e alcuni membri del villaggio.

Ascoltiamo Hafez. gaza

Ci racconta che all’inizio della resistenza usavano, talvolta, la violenza, poi si accorsero che questa era una trappola degli israeliani, per giustificare ed anzi aumentare la repressione, oltre che per accrescere il consenso internazionale a loro favore. I governanti e i soldati ebrei sono entrati in difficoltà quando è iniziata la resistenza nonviolenta, mentre i palestinesi hanno trovato più solidarietà da parte di alcuni israeliani e di tutto il mondo civile. Qui una cosa bella è che sono molte le donne impegnate nella resistenza nonviolenta. Anche loro, spesso, vengono arrestate. L’arresto è una tecnica usata dagli israeliani per mettere in difficoltà le famiglie, poiché vengono costrette a pagare, nella già precaria situazione economica, una cauzione per la scarcerazione dei propri cari. Molte famiglie non ce l’hanno più fatta, e se ne sono andate. Altre, però, visto come si resiste qui, stanno tornando: è un piccolo segno di speranza.

   Esistere per resistere” è il nostro motto, dice Hafez. E conclude: “La resistenza nonviolenta è come un albero, che ha bisogno di acqua per sopravvivere, e l’acqua necessaria è la solidarietà internazionale”.

    Sì, vivere è resistere; altrimenti si sopravvive, non si vive.

  Ma – penso tra me – l’espressione può ugualmente significare che anche il solo fatto di vivere, di voler vivere, di voler esserci, è una forma di resistenza.

   Non è, in fin dei conti, ciò che qui fanno i palestinesi?

  E non è ciò che fecero gli stessi ebrei, quando qualcuno li voleva far scomparire dalla faccia della terra?

   Ed il semplice vivere non è ciò che da senso all’esistenza dei più deboli e dei “diversi”, che qualcuno vorrebbe, ogni tanto, eliminare dalla società umana, come facevano i nazifascisti con i disabili, gli omosessuali, gli immigrati, i rom, e così via?

   E ancora: non è – in qualche modo – ciò che abbiamo fatto, in questi ultimi sette anni, nella città di Vicenza, quando, per opporci alla costruzione di una nuova devastante base militare, abbiamo cercato semplicemente di “esserci”: ossia di scendere in strada, di parlare, di denunciare, di intervenire (talora di “inter-cedere”, cioè di metterci in mezzo), di esporci con i nostri corpi, in modo da non essere fatti scomparire? Questo è l’inizio di ogni resistenza.

    Che cosa ci è chiesto di più, se non di essere e di esserci? Niente, credo.

  Nonviolence is the way” leggo in un manifesto incorniciato nel piccolo museo della resistenza locale. In una foto appesa al muro, che a mia volta fotografo, leggo il titolo di un Incontro di Formazione – tenuto da una donna e rivolto alle donne:“How can peaceful resistance be effective and efficient” (Come la resistenza nonviolenta può essere reale ed efficace).

    Quindi, dopo aver ascoltato la signora Kiffah, facciamo acquisti nel negozio della Cooperativa delle donne tessitrici. Poi saliamo la collina, per osservare da vicino, con gli operatori umanitari, la colonia israeliana (illegale, come tutte le colonie). 

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Una strada sterrata vi passa sotto: i bambini dei villaggi palestinesi devono percorrerla ogni giorno per andare a scuola, sotto la minaccia di tiri di sassi e altre molestie da parte dei coloni, i fanatici ebrei di questi avamposti.

Secondo groppo alla gola, e lacrime leggere che nessuno vede sotto i miei occhiali foto cromatici. Come si fa a disturbare e importunare un bambino che, spensierato e allegro, con gli altri bambini va a scuola a piedi? Il fanatismo conduce sempre alla cattiveria.

   Arrivano due giovanotti italiani dell’Operazione Colomba: hanno scortato tutto giorno i pastori delle pecore, affinché non fossero disturbati o fatti oggetto di vessazioni o proibizioni illegali.

    Il sole obliquo della sera, che rende ancora tepida l’aria e diffonde ovunque una luce ambrata, favorisce splendide bambine – del tutto simili, nei tratti somatici, a quelle ebree di un tempo (non sono tutti semiti?) – ad attardarsi nei giochi. Alcune si godono degli impermeabili giallo limone che qualcuno del gruppo ha regalato loro, e lo indossano, nonostante ora non serva affatto. Fierissime.

  Si può ancora giocare e sognare in questa terra? O verranno derubati anche i sogni e i giochi dei bambini?

   Prima lettura del giorno: “Lavatevi, purificatevi… cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova… se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra”. Tutti possono mangiare i frutti della terra, se si ristabilisce la giustizia.

   Un piccolo iris, illuminato dal sole che sta tramontando dietro le colline, è l’ultima immagine che colgo ad At-Twani: si dice che l’iris sia simbolo della verità che trionfa e della speranza che non muore. Sarà davvero così, qui?

   Il saluto agli amici incontrati non può essere altro che: “Resistete!”.

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Quando ormai è buio, raggiungiamo, ancora più a Sud, presso Bersheva, i beduini che vivono nei villaggi non riconosciuti da Israele. Dovrebbero andarsene (dove? come? nessuno lo sa), poiché il programma dello Stato è di riforestare la zona ed affidare queste terre solo agli ebrei.

   Al villaggio di Wadi-Alnaam ci accompagna un avvocato di origini beduine, il quale ci presenta il capo villaggio che ci ospiterà nelle baracche. Ora sostituiscono le tende del deserto.

   Notte sotto le stelle, o quasi: la baracca dove dormiamo noi maschi, stesi per terra, ha un lato completamente aperto. Non aspettavo altro di meglio. 

 

 

Mercoledì 27 febbraio

 

Mio padre era un arameo errante…”

 

 

    Quando il sole sorge in un luogo deserto o vicino al deserto, come questo, ha una potenza ed un effetto particolare. Il risveglio di oggi sarà, per me, il più bello di tutto il viaggio. Mi sono sentito, almeno per un po’, nomade (come quando, ogni tanto, dormo in montagna, all’aperto). Penso che il nomadismo sia l’unica condizione autentica dell’uomo. Di ogni uomo.

   Mentre ammiro dei meravigliosi asfodeli e delle enormi lucide foglie di un tipo particolare di cardo (qui in Palestina, essendo già primavera, anche il deserto è fiorito!), odo una voce:Salam aleikum” (La pace sia su di voi)immagine4

è il saluto di un beduino, con la lunga veste e la kefiah al capo. Viene a portarci il miglior tè del viaggio (ho sempre sentito dire, in effetti, che il tè dei popoli beduini è il migliore, per una miscela particolare di erbe e di spezie che usano). Ne bevo in gran quantità.

 

   La semina

 

     Il sole e i bambini, che sono il sole dell’umanità.

     Li vediamo arrivare da lontano, dai villaggi più distanti, e dirigersi verso la Scuola, che non è lontana da dove abbiamo dormito. La raggiungiamo anche noi a piedi. I piccoli scolari comperano qualche merendina, poi via, in classe, nei prefabbricati. Ad imparare, a studiare. Per non essere fregati dal più ricco e con più parole, come diceva don Milani.

   Quindi saliamo su alcune auto. Andiamo a fare un giro, per strade sterrate e spezzate da profondi solchi nel terreno. Numerosi sono i villaggi tra le colline distanti: tutti non-riconosciuti dallo Stato d’Israele (pur essendo, questi abitanti, israeliani), solo perché non fanno ciò che qualcuno vorrebbe imporre loro. La gente resiste con l’unico mezzo che ha: costruisce un pezzo di casa e coltiva la terra d’intorno. Ma qualcuno avvelena le loro piante o distrugge i campi coltivati. E la gente beduina… ripianta le sementi.

   Seminare è resistere. Sempre, ovunque. Seminare nella terra e nel corpo (i bambini) è una forma di resistenza. Forse, la più tenace.

    Ci fermiamo davanti ad una casetta in lamiera, abbattuta da poco dagli israeliani. Apparteneva ad una coppia sposata da poco. Era il loro sogno e il loro nido. L’avevano circondata di alcune pianticelle di specie diverse, ora rimaste a piangere la distruzione della povera casa. Insieme alla nostra commozione, e alla nostra rabbia trattenuta.

Di un “onesto furore” parlava Roberto Roversi in un testo che ho letto e commentato ieri per i pellegrini di giustizia.

   Questa – penso tra me – è la “desolazione d’Israele” di cui parla la Bibbia. Il popolo ebraico dovrebbe ben conoscere la desolazione (psicologica) che nasce dalla distruzione (fisica)! La Scrittura ebraica attribuisce questo esito della storia all’infedeltà (spirituale) alle leggi di vita che il popolo aveva ricevuto. Solo che ora la desolazione riguarda la vita di altri.

  Prima di lasciare questa terra, un ultimo sguardo alla baracche, dove, immagino, si soffrirà un caldo infernale d’estate. Mi viene un pensiero: anche questa è la tenda di Abramo oggi! È qui che si pratica l’accoglienza dello straniero e l’ospitalità, come è stato fatto con noi. Qui avviene oggi il passaggio di Dio, come allora alle querce di Mamre (Gn  18).

  “Aspergimi con rami d’issòpo e sarò puro” recita il Salmo di oggi, il 5l, al versetto 9.

  L’issòpo fiorito – ultimo fiore che ammiro nel Neghev – ci aiuterà ancora a purificarci e a convertirci?

 

La discesa

 

  Siamo partiti dal basso (i palestinesi e i beduini). È bene “partire sempre dal basso”, e da lì rivolgere lo sguardo alle vicende del mondo, come insegnava Dietrich Bonhoeffer.

 Ora, in basso, ci stiamo ancora un po’, prima di “salire a Gerusalemme”. Anzi andiamo ancora più giù: nella Valle del Giordano, nella depressione del Mar Morto, che accarezziamo solamente.

   Passando, si intravede, in alto su una montagna rocciosa, Masada, mitica località della resistenza ebraica all’occupante romano.

Sì, la resistenza, fino al sangue! Non quello altrui, ma il proprio.

Chi sono oggi i resistenti? Chi sta versando, oggi, il suo sangue per la causa della libertà, della dignità e della terra?

 Attraversiamo Gerico, dove raccogliamo la volontaria Anna Clementi, sorriso aperto e mente lucida.

    Qui caddero “le mura” al suono delle “trombe” (Giosuè 6,16-27).  I muri devono sempre cadere, tra i popoli, perché tutti abbiano la vera vita e la vera sicurezza. E le trombe di oggi non sono forse tutte le grida che si innalzano dai sofferenti, tutte le testimonianze e gli scritti che documentano le violazioni dei diritti, tutte le vere informazioni sulla reale situazione?

  E non è qui, a Gerico – come ci ricorda don Nandino – che Gesù volle incontrare le persone, tutte le persone, in particolare quelle, come Zaccheo, che dovevano restituire il maltolto… (Lc 19,1-10)?

 “I governati delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così”, dice Gesù nel Vangelo di oggi.

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La nostra meta, appena dopo Gerico, è Battir, un altro campo profughi di beduini.

  “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto”. Ecco gli spogliati e i moribondi di oggi. Chi li soccorrerà?

  Incontriamo un capofamiglia. Dopo aver loro impedito di fare i nomadi, non vogliono che prendano neppure un pezzo di terra per vivere. Devono integrarsi, cioè andare in città, oppure andarsene per sempre. Ci racconta come spesso gli israeliani abbattano le loro tende, e loro le rimettano in piedi di nuovo.. Lui, anzi, per affermare la volontà di rimanere, sta costruendo una casa di terra e paglia, al modo tradizionale palestinese. La vita qui è una battaglia quotidiana.

    Con Anna andiamo, poi, nella sede del “Movimento di solidarietà per la Valle del Giordano”, costituitosi nel 2004. Rashid ci spiega “il furto dell’acqua”, ora gratuita per i coloni ebrei e… venduta ai palestinesi. Israele si è appropriato delle riserve idriche (questa, appunto, è la “terra fertile” dove può scorrere “latte e miele”; da qui proviene, infatti, gran parte della verdura e della frutta, i datteri e le arance, le fragole e i pompelmi), portando via le risorse e il lavoro ai palestinesi. Il paradosso è che questi ultimi spesso sono costretti, per sopravvivere, a lavorare nelle serre di proprietà israeliane!

   Su tale questione – se sia giusto oppure no per i palestinesi lavorare presso gli israeliani occupanti – si apre un vivace, seppur breve, scambio di opinioni. Purtroppo non abbiamo tempo di approfondire. Come pure l’altra questione, che viene posta da una delle partecipanti al viaggio, e che rimane in sospeso (qualcosa ho detto anch’io): il boicottaggio internazionale dei prodotti israeliani.

Sarebbe necessario un confronto serio, perché ciò è essenziale per capire bene le forme di resistenza nonviolenta da attuare. Qui come altrove: nel Sudafrica razzista di qualche anno fa come… nella Vicenza colonizzata e militarizzata di oggi.

  Un accenno, inoltre, viene fatto alle altre O.N.G. presenti in Palestina. Anna dice: siamo perfino in troppi, e con troppi soldi; inoltre, molte O.N.G., purtroppo, accettano la situazione di ingiustizia palese senza protestare, così non danno un contributo effettivo al cambiamento delle cose.

   Interviene, poi, una delle donne presenti, che appartiene  al Movimento, e che ci aveva preparato da mangiare con altre donne. Ci racconta la sua vita di insegnante, il suo impegno per la gente, la sua volontà di continuare a servire il suo popolo.

    Chiediamo di dire qualcosa anche ad un giovane israeliano presente oggi per caso. Viene qui ogni tanto a dare una mano. Ci racconta della sua scelta di abbandonare l’esercito (facendosi passare per malato/depresso, come sono costretti a fare gli “obiettori”) e di solidarizzare con i palestinesi.

    Bisogna sempre farsi passare per malati di mente, o per “strani”, per fare scelte alternative nella vita? Pare di sì. Anche qui (come da noi).

 

La salita

 

Nel pomeriggio, ci avviamo verso la Betlemme palestinese, dove dormiremo (e dove di solito non vanno i pellegrinaggi tradizionali).

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   Nel viaggio facciamo una sosta in un punto panoramico sul Deserto di Giuda.

   Leggiamo Luca 10, 25-37 (la parabola del “buon samaritano”): stiamo risalendo la strada che da Gerico va verso Gerusalemme.

   Dopo un breve commento che offro, ci prendiamo un po’ di tempo per stare ciascuno per conto proprio, in silenzio e contemplazione, mentre scende la sera sulla terra di Palestina. Le luci del tramonto si riflettono sulle rocce rosse e ocra.

 Spuntano da una fessura di roccia fiori di cardamine (così si chiamano, mi dice Emanuela).

   Sono i “fiori tra le rocce” del canto che conosciamo: ma sono finite le “grandi cose che ha fatto il Signore per noi”? Mano a mano, infatti, che il viaggio prosegue, un’alternanza di speranze e di preoccupazioni, di gioie e di tristezze mi prendono l’animo.

  Quel “noi” del Salmo 125 – cui si riferisce il noto canto e con il quale avremmo pregato qualche settimana dopo, nell’ultima domenica di Quaresima – è il “noi” degli ebrei fuggiaschi dall’Egitto, profughi nel deserto, emigrati in Palestina, esuli in Babilonia, erranti per il mondo. Con loro, c’è il “noi” di tutti i poveri e di tutti gli oppressi del mondo, di ogni tempo e di ogni terra.

Giovedì 28 febbraio

 

Andiamo a Betlemme, a vedere ciò che è accaduto”

 

 

Le parole dei pastori del Vangelo, in attesa di un riscatto sociale, ci risuonano dentro, qui a Betlemme, come un’illusione più che una promessa.

   Non è risuonato qui il Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini amati da Dio”? Eppure qui la pace non c’è.

   Piuttosto, c’è un muro: il murogaza

Onnipresente in questo viaggio, ti si pianta dentro come un ingombro fisico e psicologico, visivo e mentale. Un incubo. Me ne accorgerò pienamente quando sarò a casa, in Italia: ogni muro, ogni barriera, ogni grande reticolato me lo richiamerà alla memoria. Solo allora capirò perché i palestinesi lo vivano proprio con terrore, e non solo perché avvicinarsi ad esso significa, in ogni momento, la possibilità di essere fermati, e, magari, arrestati.

  Siamo nel paese della Natività di Cristo, il bambino indifeso e senza barriere, il “Principe della Pace”, Colui che riconcilia tutti e tutto. Tuttavia, quando scendiamo dal pullman per avvicinarci al “muro di sicurezza”, un mostro ci spaventa e sembra volerci assalire dall’alto. Toglie lo spazio aperto e il cielo senza confini. Rende corto il respiro.

Comunica una strana e falsa sicurezza. Che lo vivano proprio con serenità i fratelli ebrei? Ne dubito fortemente. Nei secoli hanno conosciuto i muri dei ghetti (oltre che i terribili reticolati dei campi di concentramento), nei quali furono costretti. Cosa proveranno a vivere ancora con un muro davanti? Il muro ha due lati: protegge ma anche chiude, impedisce l’arrivo di qualcuno di indesiderato, ma anche rende impossibile spaziare liberamente, senza paura.

  Leggo alcuni enormi graffiti: “Berlin ’89 – Palestina…”; “Yes we can!”; “I have…”: sotto è dipinto un enorme cuore con dentro i colori di una kefiah. Osservo i murales: colombe, bandiere palestinesi, e, soprattutto, molti alberi di ulivo e molti bambini.

   Davvero si potrebbe riprendere la proposta avanzata da qualcuno nel mondo cristiano: chiudere, per protesta, la Basilica della Natività! Forse qualcosa si muoverebbe nel mondo, se tutti i vescovi e il papa e i cristiani e i pastori di ogni confessione fossero d’accordo di tenerla chiusa finché Israele non tolga il muro.

  Mi viene in mente ciò che fece don Lorenzo Milani, quando, scrivendo alla madre, raccontò: “La settimana scorsa ho rimescolato tutta la Chiusa col primo Sciopero sacerdotale. Per fortuna è bastata la minaccia di sciopero. Cioè mi sono rifiutato di dir Messa finché i ricchi proprietari del luogo non avessero sistemato una cloaca che appestava 4 inquilini e la cappella”.

   Sì, uno sciopero delle attività della Chiesa, la Liturgia in primo luogo, può essere, talora, l’arma nonviolenta di protesta. Qualcuno l’aveva proposto nella battaglia vicentina. Se l’avessimo fatto!

 

Il pianto su Gerusalemme

 

Chi va a Gerusalemme e non piange, magari interiormente, non sa dov’è stato. Purtroppo è un luogo da cui oggi volentieri starei lontano. Il turismo, anche quello religioso, stravolge la città e impedisce a chi vuole davvero riflettere e pregare di farlo qui. Sì, certo, si possono ascoltare guide turistico-religiose e si può recitare preghiere, ma questo, per me, è un’altra cosa. Non mi interessa, né mai lo proporrò ad altri.

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  Incominciamo le nostre tre ore di visita, con Andrès, un bravo fratello della comunità fondata da Giuseppe Dossetti, il quale, tra l’altro, aveva tanto a cuore la Palestina e i palestinesi. Siamo sul Monte degli ulivi, da dove si gode una bella vista su tutta la città.

  Gesù pianse vedendo la città: “Gerusalemme, se tu sapessi, almeno oggi, quel che occorre alla tua pace! Ma non riesci a vederlo!” (Lc 19,42). Basterebbe, in effetti, stare qui, sostare su questo pensiero e su questa esperienza di Gesù di Nazareth, il profeta che questa città rifiutò e in questa città venne crocifisso. Non occorrerebbe entrare dentro le mura – in mezzo ai pellegrini non pellegrini, travolti da emozioni religiose e portati facilmente a devozionismi fuorvianti o feticismi stupidi. Si potrebbe fare a meno di percorrere la Via dolorosa e visitare la Basilica del Santo Sepolcro. Basterebbe stare qui, sul luogo del Dominus flevit (Il Signore piange).

    Egli cominciò a provare “tristezza e angoscia” dice il Vangelo che ascoltiamo insieme. Questa medesima esperienza la fece Ester, secondo la lettura che proprio oggi la Liturgia propone: fu “presa da un’angoscia mortale”.

   Leggiamo da Via crucis in Terra Santa, nostro libro di viaggio: “Getsèmani: ‘torchio per le olive’. L’agonia di popoli dimenticati, la cui storia si è fatta tronco secolare di sofferenza, richiede una condivisione che lacera e spreme l’animo. Resterà nei secoli lo iato tra le lacrime del Figlio dell’uomo, diventate ormai sangue, e il nostro sonno ottuso e colpevole che oggi chiamiamo indifferenza”.

Giunti alla fine del percorso, osservo la croce rivestita d’oro che sta sulla cupola principale della Basilica del Santo Sepolcro,immagine1 e sosto in meditazione.

Quanti qui pregano e si commuovono sinceramente per la sofferenza e la passione di Cristo, ma rimangono indifferenti ai drammi del mondo, alle guerre in corso e a quelle preparate, alle ingiustizie vicine o lontane? Molti, penso. Basta non vederle o non ascoltarle.

  Una “pellegrina di giustizia” chiede informazioni sulla Croce di Gerusalemme, che appare ovunque negli stendardi dei “luoghi santi”, custoditi dai francescani. Si tratta di una croce greca (con i bracci di lunghezza uguale) con quattro piccole croci (una tra ciascuno dei quattro bracci). Il quattro è un numero fondamentale (e giustamente: quattro sono gli elementi che compongono l’universo, quattro sono i punti cardinali, le stagioni, le età della vita, …).

   La croce di Gerusalemme si diffuse con l’arrivo dei francescani e con le Crociate. Ma ben diverso da quello di una Chiesa crociata fu l’atteggiamento di San Francesco! Anzi, rappresentò proprio l’opposto del progetto di cacciare o di eliminare il nemico, l’infedele.

   Di questo aspetto, fondamentale anche oggi, ben poco si parla qui, quando potrebbe l’unica cosa che darebbe senso al nostro esserci. In mezzo ai conflitti e alle divisioni – e Gerusalemme ne è un emblema, politico e religioso, mondiale – non siamo chiamati a portare la riconciliazione e la pace?

   Ecco il senso dell’essere lì o dell’andare lì: altri non ne vedo. Pena tradire il nostro seguire Gesù Cristo oggi. Anche nella sua terra.

   Nel primo pomeriggio, ci prendiamo un po’ di tempo libero. Attira il suk arabo, con i negozi più poveri, mentre risplende, con negozi patinati e bellissima roba, quello ebraico. Non può mancare una visita al “muro del pianto” (qui i muri – i muri che fanno piangere –  la fanno da padroni…).

   Ciò che vedo mi impressiona. Più di trent’anni fa, quando venni qui per la prima volta. Mi sembra blasfema, oltre che pericolosa, la commistione tra la fede, certamente sincera, delle persone e l’affidarsi alla difesa armata. Mitragliatrici ovunque, non inferiori ai libri di preghiera. Mitra al collo di ragazzi e ragazze israeliani, fidanzati o sposi, che si fanno fotografare con il muro del pianto nello sfondo. Una giovane coppia chiede anche a me uno scatto. Peccato che dalla macchina fotografica non escano fiori che vadano a cospargere di bontà e a disarmare lui. Ma anche lei, orgogliosa di lui.

 Il solito matrimonio – a proposito di fidanzati e di sposi – tra religione e violenza, tra religioni e guerre.

  Tra me penso: beata laicità! Anche qui, o soprattutto qui, c’è bisogno di laicità! Laicità non credente, ma anche laicità ebraica, laicità cristiana, laicità musulmana! Il fanatismo religioso non ama affatto la laicità, perché essa non può giustificare le ideologie e le politiche totalitarie, le morali intolleranti e le pratiche razzistiche. Ama piuttosto l’etnocrazia, vale a dire lo stato etnico. E Israele, purtroppo, lo vuole diventare. Riuscirà a levarsi da questo vicolo cieco?

  “Abramo rispose: ‘Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro’: è il Vangelo del giorno, proclamato da un ebreo di nome Yehoshua, duemila anni fa. Era laico.

 

 

Tradire per traghettare

 

  Prima di sera, ci troviamo tutti nella sede del Patriarcato Latino di Gerusalemme. gaza4

Qui incontriamo Daniela Joel, ebrea israeliana appartenente all’associazione pacifista per i diritti umani Machsom Watch.

    Racconta: “Vorrei condividere con voi una breve storia personale che è quella che mi ha spinto a unirmi a questo gruppo di Machsom watch, oltre al desiderio di fare qualcosa di concreto. Si tratta di un evento accaduto 17 anni fa a una donna palestinese che si era sottoposta a dei trattamenti per la fertilità per nove anni e alla fine era rimasta incinta di due maschi. Il giorno del parto si era presentata con la famiglia al posto di blocco che doveva attraversare per andare in ospedale, ma i soldati non l’hanno lasciata passare; la donna ha così dovuto partorire per terra il primo bambino, che è morto subito. Nonostante la sua famiglia implorasse i soldati dicendo: ‘Ne ha ancora un altro nella pancia, lasciatela passare’, per salvare almeno il secondo, quelli non l’hanno lasciata andare e così la donna ha partorito anche l’altro bambino, e anche questo è morto. Solo quando era ormai evidente che la donna era a rischio di emorragia, hanno lasciato che raggiungesse l’ospedale. Proprio in quel periodo mia nuora ha partorito anche lei due maschi che sono i miei nipotini. Ora vedo come crescono e non posso non pensare a quella madre e anche a quella nonna che sono rimaste con un vuoto e un trauma indescrivibile. Allora ho pensato che se fossi stata presente in quel momento al checkpoint forse i soldati l’avrebbero lasciata passare”.

   Da allora con altre donne sono presenti ogni giorni, ai posti di controllo, per osservare e monitorare la situazione. Nel caso, denunciare.

   La famiglia di Daniela fu sterminata a Treblinka, mentre il suo impegno ora è perché “Israele si salvi da se stessa”, come afferma lei stessa. Cita Carlo Ginzburg: “La mia patria è quella di cui ho vergogna” E aggiunge: “Non indignarsi – come diceva Stèfan Hessel, morto da pochi giorni – significa perdere la propria dignità (contenuta nella parola ‘indignazione’)”

  È molto ricco di riferimenti culturali il suo parlare: unisce alla testimonianza personale citazioni letterarie e della Sacra Scrittura. Gli chiedo, alla fine dell’incontro, il suo indirizzo di posta, per avere il testo scritto del suo intervento.

   Accusata, con le altre donne, di essere una traditrice del suo popolo, mi fa pensare, in questo momento, al profeta Geremia, al pastore Dietrich Bonhoeffer, al sudtirolese Alexander Langer: tutti accusati di essere dei traditori. Perché erano dei traghettatori. Andavano oltre i confini, oltre le etnie, oltre le identità chiuse.

Sì, mi convinco sempre di più: le identità totali e totalizzanti, le appartenenze chiuse sono la peste dell’umanità odierna.

    Daniela ricorda la risposta che l’ebrea Hanna Arendt diede all’ebreo Gerhard Scholem: “Io non amo alcun popolo, amo le persone”. E spiega: “Il popolo è una cosa astratta, solo le persone sono concrete, reali; e quando c’è una fuga dalla realtà, come avviene per molti ebrei, c’è una malattia mentale…”. Poi, continua: “La scrittura dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e il Vangelo “Ama il tuo nemico”; l’amore e la nonviolenza sono l’unica strada che dobbiamo percorrere, mentre lo stato d’Israele è impregnato di militarismo e di maschilismo” (anche il primo, grande e modernissimo, monumento che il visitatore vede a Gerusalemme, Il Ponte delle Stringhe – che qualcuno interpreta come un’enorme arpa del re Davide – è, a parere di Daniela, un simbolo maschilista, fallico). Quindi conclude dicendo: “Solo quando Israele pagherà caro tutto questo, cambierà qualcosa”. Mi vengono i brividi, ma penso che anche Dietrich Bonhoeffer, con dolore, si augurava che il suo paese venisse sconfitto e così imparasse la lezione.

 

 Essere religiosi oggi

 

Alla sera siamo ospiti delle suore comboniane di Betania, appena fuori Gerusalemme.

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   Dopo cena, incontriamo suor Alicia Vacas, che svolge la sua attività sociale e medica in particolare con i palestinesi e con i beduini di questa zona. Questo, dice Alicia, è coltivare la speranza: “Se i palestinesi non restano sulla loro terra, è la fine del sogno di uno Stato palestinese”. Interessante ciò che aggiunge: “Essi ci chiedono, soprattutto, di offrire loro la possibilità di studiare e di formarsi, più ancora dell’avere una casa o del cibo!”. Capiscono che è importante investire sulla cultura, sulla formazione, e, quindi, sul futuro.

Altrettanto importante, dice Alicia, è tendere ponti con gli israeliani, ad esempio con i ‘Rabbini per i diritti umani’ o con i ‘Medici per i diritti umani’. “Non vi è altra strada per cambiare questo Paese se non lavorare con tutti, per una conversione di tutti ed un incontro nella giustizia e nella pace”.

     Alicia, ponte tu stessa, religiosa davvero!

 

 

Venerdì 1 marzo

 

I portatori di sogni”

 

Dopo la colazione, la superiora delle suore ci accompagna nel giardino, che è situato più in alto della casa, per osservare bene dove passa il “muro di protezione” costruito dagli israeliani. Poi, per vederlo ancora meglio, saliamo sulla terrazza dell’edificio. Da qui fa davvero impressione.

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È come una lama, fatta a mo’ di serpente, che si insinua dove vuole. Ad esempio, separa nettamente la casa delle suore dal villaggio palestinese dove operavano, e rende molto difficoltoso ai bambini di venire nella loro Scuola Materna. È come il serpente del peccato questo muro!

   Immagino di potermi innalzare ancora un po’, di 100 mt, poi di 500, poi più su, a 5000 mt. Immagino di vederlo tutto. Dall’alto. Faccio un volo, con la fantasia, e mi figuro di vedere tutta la Palestina – questo fazzoletto di terra inferiore a qualche regione italiana. Come nelle foto di Yann Arthus-Bertrand.

  La Palestina vista dal cielo (* pensavo a tale espressione come titolo di questo racconto). É una prigione a cielo aperto.

   Poi, sceso dalla terrazza, osservo, nel cortile della Scuola, i giochi per i bambini (oggi non ci sono, è venerdì, giorno di festa e di riposo per i musulmani).gaza

 Guardo i murales.

Uno, diviso in due pannelli, mi colpisce: rappresenta la visione-sogno del profeta Isaia (il leone e le altre bestie feroci con gli agnelli… e i gattini insieme) e, a fianco, una donna israeliana e una palestinese che si stringono la mano, sorridendo. Il “sogno” ci indica sempre la direzione in cui andare e ci spinge, ovunque, all’azione.

 I suoi fratelli lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente”, racconta il libro della Genesi nella prima lettura di oggi, riferendosi alla storia di Giuseppe, il “sognatore”!

   Levo lo sguardo, ora, dal basso verso l’alto: una bandiera palestinese è rimasta impigliata nel reticolato posto sopra il muro, mentre un uccello vola libero andando al di qua e al di là dei confini e delle barriere. Il sogno continua. Basta che ci sia qualcuno che si faccia portatore di sogni, come diceva una bella poesia di Gioconda Belli che ho diffuso tra gli amici qualche tempo fa.

  Oggi, a Gerusalemme, si corre una Maratona mondiale: migliaia di podisti vi parteciperanno. Tra i pellegrini di giustizia nasce un’idea: facciamo, presso il muro, un breve video, con un comunicato, per denunciare questa situazione di ingiustizia, e lo mettiamo subito in rete. Detto fatto. Ci si organizza e lo si esegue, prima di allontanarci da qui (e prima di essere bloccati dalle forze militari di controllo).

    Lo si trova in: http://www.youtube.com/watchv=FI6It3mk2u8&feature=youtu.be

    Ed ora, via, ancora verso i territori occupati: andiamo ad Aboud.

  In pullman, in vista del pomeriggio, momento clou del nostro viaggio, leggiamo la Preghiera preparata per il primo marzo dal parroco di Beit Jala, abuna Ibrahim. In essa si parla della pace vera, quella fondata sulla verità e sulla giustizia. Mi viene in mente Gandhi, che identificava la Verità con la Nonviolenza e con Dio.

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   Giunti ad Aboud, veniamo accolti dal parroco, abuna Yousef. Ci parla della Scuola che hanno avviato e del Progetto Adozioni, ancora in corso. Commenta il versetto del Vangelo: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Racconta di sua mamma, fuggita a Gaza nel 1948, quando arrivarono gli israeliani. Ci ricorda che i palestinesi come gli ebrei sono tutti semiti, provenienti dallo stesso ceppo, per cui loro, i palestinesi, non hanno nei confronti degli ebrei lo stesso “senso di colpa” che abbiamo noi nell’Occidente cristiano: non sono mai stati antisemiti! Aggiunge: “La violenza è sempre sproporzionata fra ebrei e palestinesi: il rapporto è sempre da 1 a 100, come a Gaza qualche anno fa, con l’Operazione “Piombo fuso” (morirono 13 israeliani e 1300 palestinesi!)”. Conclude rilevando che i cristiani in questo villaggio stanno scomparendo e lascia aperta la domanda se vi sarà pace in Palestina…

    Prima di pranzo, visitiamo la Chiesa Ortodossa vicina.

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Rivolgo una preghiera a Dio, con San Giorgio – che vedo molto rappresentato nelle icone della chiesa e negli affreschi delle case vicine – affinché ci aiuti ad estirpare quella violenza che richiede, per il mantenimento della vita e della pace sociale, regolari sacrifici di vite umane, come chiedeva “il drago”, contro cui, nella leggenda, San Giorgio combatté. C’è un’idea perversa che si può insinuare tra gli uomini, non solo religiosi: che sia necessario il sacrifico di qualcuno per il mantenimento dell’equilibrio vitale e sociale (la stessa crocifissione di Cristo fu interpretata, per tanto tempo, in questo modo).

No! Nessun Dio degno dell’uomo può chiederci questo! Nessun essere umano può essere sacrificato per la (pseudo) pace e la (pseudo) sicurezza di qualcuno!

 

The wandering

 

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Nel pomeriggio torniamo a Betlemme, nella zona del Cremisan, Sotto gli ulivi, minacciati dalle ruspe israeliane, celebriamo – con la gente accorsa, con le suore comboniane, con le suore elisabettine e con quelle che svolgono servizio nel Seminario locale, con diversi preti, tra cui il parroco di Beit Jala, Ibrahim, che presiede – una Santa Messa di resistenza.

    Oggi, primo marzo, si ricorda la posa della prima lastra del muro a Betlemme, nel 2004.

   L’Eucaristia è accompagnata nei canti da alcuni seminaristi che sono con noi. Durante l’omelia padre Ibramin dice: “Gesù nel Getsemani aveva solo gli alberi di ulivo che gli facevano compagnia. Oggi, qui, avviene il contrario: siamo noi a fare compagnia agli ulivi, affinché non siano abbattuti!”.

   Sull’erba e vicino ai sassi, sotto gli ulivi, sono fioriti, insieme ai papaveri, anche dei meravigliosi ciclamini. L’ambiente è dolcissimo, se non fosse per gli uomini.

   Terminata la Messa, ci avviamo a piedi, in processione-corteo. Un lungo tragitto ci porterà sotto il muro, vicino al check point.  

  Avanziamo con la bandiera del Patriarcato Latino (ossia quella gialla e bianca del Vaticano) e con la bandiera Palestinese. Qualcuno, camminando, colloquia coi vicini, altri pregano. Svolgono il servizio d’ordine alcuni giovani e alcuni adulti scout della parrocchia, mentre la polizia palestinese ci apre il passaggio nelle strade della città. Camminando, mi accorgo, con piacere, di un cartello posto sopra un portone: “Palestinian conflict Resolution Center”. Sì, la risoluzione nonviolenta dei conflitti fatica a farsi strada nel mondo, ma è l’unica via da seguire.

   Arriviamo al muro. Leggo altre grandi scritte, con vari dipinti: “For Christ and no walls!” (Per Cristo e non per i muri!), “My peace i leave you, my peace i give you” (Ti lascio la mia pace, ti do la mia pace), “Si vis pacem para pacem” (Se vuoi la pace prepara la pace). Tutte frasi che ad un cristiano dovrebbero risuonare familiari.

immagine1Quindi iniziamo, con suor Donatella,immagine1

la recita del Rosario. Sotto lo sguardo vigile dei soldati israeliani del check point. Avanti e indietro. La prima parte dell’Ave Maria in arabo, la seconda in italiano. Preghiera e cuore al massimo grado di attenzione.

Verso la fine, mentre scorrono le nostre preghiere, si leva, forte, da un minareto, l’invito alla preghiera da parte di un muezzin. È lo stesso Dio di Abramo che invochiamo, penso tra me.

Concludiamo cantando la Salve Regina, in latino, sotto un’immagine, dipinta sul muro, di una Madonna incinta, ma triste e preoccupata. Non riesce a far nascere – così ci viene spiegato – il “Principe della Pace”, Gesù. La invochiamo con la “Preghiera a Nostra Signora che fa crollare i muri”, che viene distribuita a tutti i presenti.

   Ormai è scesa la sera. Andiamo al Caritas Baby Hospital (unico ospedale pediatrico per tutta la Palestina), situato lì vicino. Suor Donatella ci dice che è la prima volta, dal 2004, che i palestinesi hanno avuto il coraggio di avvicinarsi al muro di divisione: è un evento per loro!

Don Mario, che vive a Beit Jala e lavora al Patriarcato Latino, ci spiega che, oltre al fatto che vi fossero diversi giovani, questo avvenimento è molto positivo, perché la tendenza, di tutti noi, è di rimuovere le cose che ci fanno star male; ed invece bisogna, prima o poi, confrontarsi con esse. La rimozione del male può diventare, senza volerlo, una complicità con la sua prosecuzione.

È verissimo, per ogni situazione, mi dico: ma quanto dolore può sopportare una vita umana?

   Riceviamo l’invito, tornati a casa, di recitare, ogni venerdì verso le 17, almeno un’Ave Maria, quando qui, davanti al muro, si recita il Rosario. “In Israele vi sono degli ebrei che ogni venerdì si uniscono a noi pregando”, dice don Mario. E conclude: “È difficile, anche per noi credenti, riuscire a ‘rimanere umani’, come chiedeva Vittorio Arrigoni. Pregate per noi!”.

   In diverse Diocesi e Parrocchie, anche la mia, in questo giorno si è pregato in comunione con i cristiani di Betlemme. “Un ponte” fatto dai cuori e dalle anime.

   Continueremo, sì, a pregare. Non ci rimane altro da fare, no? “Pregare e operare la giustizia tra gli uomini”, come diceva Dietrich Bonhoeffer.

    Da parte mia, durante questa azione religiosa e civile di oggi, sono riandato con il pensiero alle Processioni o Via crucis che, come “Cristiani per la Pace”, abbiamo organizzato a Vicenza contro la nuova base militare, e alle diverse azioni artistico-civili che con Albero Peruffo abbiamo realizzato in questi ultimi anni, per lo stesso motivo.

   La preghiera e l’arte civile sono tra le forme più potenti di resistenza in mano alle persone e ai popoli. Almeno tra quelle che ho sperimentato io.

  Notte presso le famiglie di Beit Jala. Sono con Norberto. Siamo ospiti di Victor e di sua moglie. Victor ci parla in arabo, misto a qualche rara parola di inglese. Norberto gli risponde e non so quanto Victor capisca, mi pare nulla. Si crea una scena comica, e io rido di gusto. Ciò mi allevia la tensione. Me ne vado a letto, sfinito, dopo una giornata intensissima. E mi addormento, in pace.

 

 

Sabato 2 marzo

 

“Sono solo un uomo”

 

  Oggi andiamo ad incontrare Sami Basha, all’Università Palestinese di Betlemme: la Palestine Ahlya University.

   Sami, cristiano, ha studiato in Italia, ed è sposato con un’italiana.

  “Mi pongo la stessa domanda che si ponevano gli ebrei nell’Europa del 1940-1945: è colpa mia se sono nato palestinese?”. “Nella mia attività di docente, io cerco di andare al di là delle appartenenze: voglio incontrare le persone, questo mi interessa!”. “È sempre più difficile vivere qui, ma, per ora, resistiamo”, dice Sami. Una foto di gruppo sulla terrazza, con lui.

  Giù per le scale e ridiscesi in cortile, è bello vedere i giovani universitari, ragazzi e ragazze. Quale futuro per loro? Sono sicuro che, in modo o nell’altro, lo troveranno. Ma forse, non qui, nella loro terra.

  Ed ora via, verso Ramallah, la “capitale” della Palestina.

 In pullman, mi prendo un po’ di tempo (l’attesa al chek point è lunga) non solo per andare avanti con le nostre “pillole di saggezza e di solidarietà”, ma anche per offrire agli amici una riflessione a partire dalla questione, per me centrale, delle identità e delle appartenenze. Cito un testo che mi è caro: “Sono un figlio d’uomo” di Padre Ernesto Balducci. Lo illustro nel concetto fondamentale, e poi racconto qualche iniziativa, ecumenica e anche interreligiosa che, nel mio piccolo, ho messo in atto, come l’aver invitato una famiglia di musulmani a dare una breve testimonianza in Chiesa, durante un’Eucaristia domenicale.

 

Uomini di serie A e uomini di serie B

 

Giunti a Ramallah, ci accoglie, presso il centro Pastorale della Chiesa Melkita, Resi, vicentina, che, con altre tre donne, da molti anni vive qui per servire i più poveri. Hanno fatto nascere, oltre che tanti bambini (Resi stessa è ostetrica), anche una Cooperativa di donne, cristiane e musulmane insieme. Producono tessuti e manufatti vari. Ne comperiamo alcuni. Si vede che in loro c’è amore e donazione totale, ma anche paura di non farcela a resistere e paura che la situazione non migliori. Resi stessa non è molto fiduciosa.

   Pranziamo in un locale vicino, dove ci raggiunge il parroco greco-melkita.

   Nel pomeriggio siamo nella sede di Al-Haq, una ONG riconosciuta dall’ONU. Oltre a seguire la situazione dei prigionieri politici, l’organismo controlla l’evoluzione della costruzione del muro. Tanto solare quanto preoccupata, Grazia Careccia – capo dipartimento di Ricerca Legale e Advocacy internazionale di questa ONG – ci dice che lo scopo del muro non è tanto quello dichiarato, bensì l’annessione di terre e di fonti d’acqua; lo dimostra il fatto che l’87% della costruzione non percorre la linea tracciata dai confini stabiliti prima del 1967.

Il grosso problema, dice Grazia, è che la Palestina non è, al di là dei proclami, uno Stato (si tratta, in realtà, di un’Unità Amministrativa sotto occupazione militare israeliana). Tanto meno uno Stato forte: con un’economia forte, un esercito forte, una autorità politica forte. Israele, invece, tutto questo ce l’ha, e in modo consistente. E lo fa vedere al mondo!

  Nelle vicende internazionali – penso tra me – si verifica lo stesso meccanismo delle società: chi è forte vince e fa quello che vuole, chi è debole tace e viene dimenticato o fatto sparire. Che tristezza! Quanta violenza nel nostro “ordine costituito”!

   Alla sera, ripassiamo per il checkpoint, per tornare a dormire presso le famiglie di Betlemme. Con alcuni assistiamo ad una scena straziante, emblematica di tutte le scene che si ripetono ogni giorno e ogni notte. Un uomo già avanti negli anni viene fermato e fatto tornare indietro. Lo vedo con la cinghia in mano (bisogna togliersela quando si passa il posto di controllo). Spaurito, non sa cosa fare. Ora tenta di mettersi dietro un’altra fila, per provare a passare in un altro punto. Quasi riesco a incrociare i suoi occhi, ma non ci riesco. Meglio così: l’umiliazione che lo colpisce mi ferisce enormemente. Non reggerei allo sguardo.

  Un moto di rabbia mi attraversa, e, dentro di me, indirizzo parole non gentili a quei ragazzini armati, i quali, stando dietro il vetro, con facilità e incoscienza umiliano un vecchio.

 Egli tornerà ad aver pietà di noi” è la convinzione del profeta Michea che ascoltiamo oggi nella Parola di Dio. Speriamo.

    Il viaggio di ritorno a Betlemme è una tempesta di pensieri e di sentimenti. Che la notte mi dia pace. Da ieri soffro, tra l’altro, di un fortissimo raffreddamento, che mi causa sempre più problemi. Chiedo ospitalità nel Seminario locale, dove vengo seguito dalle dolci ma decise mani di una suora infermiera. Mi sembra di riconoscerla: era con noi alla Messa e al Rosario di protesta sotto il muro! Un po’ scura di pelle, ha occhi intensi. L’avevo notata perché ieri teneva in mano una piuma di pavone, raccolta chissà dove. Gli avevo pure scattato una foto, con la piuma in mano.

 Il pavone, nel cristianesimo antico, era un simbolo della risurrezione. Un segno di speranza in mezzo alla disperazione?

   Poi, senza mangiare e dopo una doccia bollente, vado a letto, e mi addormento subito, imbottito di medicine. 

 

 

Domenica 3 marzo

 

Purità e impurità

 

Mi risveglio riposato, ma il malanno è preso. Cercherò di tener duro fino alla fine, l’importante è che non arrivi la febbre, che mi metterebbe a terra.

  Faccio colazione con il rettore del Seminario, i preti animatori, alcuni studenti di teologia e il parroco Ibrahim. Mangio frutta e cibi palestinesi. Ad un certo punto, il rettore, che si mette a leggere il quotidiano arabo di Gerusalemme, Alquds, mi segnala, con piacevole e meravigliata sorpresa, una pagina del giornale: essa riporta, insieme ad un breve articolo, la foto del nostro gruppo di pellegrini di giustizia! Era stata scattata, da un giornalista, durante la nostra visita a Sami Basha, all’Università Palestinese di Betlemme. Mi faccio tradurre il titolo dell’articolo, e, terminata la colazione, corro a prenderne una copia all’edicola. Quando arrivano, dalle famiglie, i primi compagni di viaggio, li avviso della notizia, che si diffonde rapidamente.

   Per i popoli oppressi da qualche ingiustizia far sapere al mondo che non sono soli e che ricevono visite e solidarietà dall’estero è importantissimo (non a caso, all’aeroporto di Tel Aviv, quando usciremo, l’addetta all’ispezione della mia valigia prenderà in mano il giornale arabo ciondolando il capo, come avessimo commesso un errore imperdonabile, e lo sposta lontano da sé, con senso di ribrezzo, come se quel giornale fosse immondo…).

 

 

Eucaristia in lingua originale

 

    

Celebro ormai da tanti anni l’Eucaristia ogni Domenica. Talvolta mi è capitato di partecipare ad Eucaristie celebrate in francese, in inglese, in spagnolo, in portoghese, ma mai in un lingua, l’arabo, che assomiglia a quella che parlava l’ebreo Gesù di Nazareth, nato da queste parti.

  Partecipiamo alla Santa Messa. La Parrocchia è dedicata alla Vergine dell’Annunciazione. Mi piacciono particolarmente i canti che vengono eseguiti. Le melodie mi sembrano belle, con evidenti risonanze orientali. Una lettura della Parola di Dio viene letta, da uno di noi, in italiano, mentre il parroco predica in arabo e dice, ogni tanto, qualche espressione in inglese, per i pellegrini presenti.  Don Nandino, don Beppe ed io concelebriamo.

   Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”, dice Dio a Mosè, davanti al Sinai, nella Prima Lettura. Ma non è la Palestina il luogo santo, la “terra santa”…? Come mai lo dice di un territorio “straniero”?

  “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo…”. Si ritorna, alla fine, ad Abramo, dal quale bisogna sempre partire… e ripartire.

  “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido, conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”. La fede nel Dio liberatore è il cuore della fede: è il cuore della fede ebraica, è il cuore della fede di Gesù, è il cuore della mia fede. Il resto è contorno.

   Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”, ammonisce Gesù nel Vangelo. Siamo in tempo di Quaresima, il tempo migliore, a ben pensarci, per fare un viaggio simile a quello che abbiamo fatto. Solo in atteggiamento penitenziale, infatti, si può venire qui.

   Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Non si scherza con i tempi della conversione. La pazienza di Dio, su cui ci si sofferma solitamente commentando questo “vangelo del fico sterile”, è quanto meno pari alla sua decisione di cercare chi da frutti. Dunque, attenzione! “Chi crede di stare in piedi, guardi non cadere” ammonisce san Paolo. A noi il compito di cogliere le occasioni per ripensarci e per rinnovarci. Altrimenti verremo tagliati e abbattuti.

 

   Al termine della Messa, salutiamo le famiglie che ci hanno ospitato sul sagrato della Chiesa. Bambini e bambine, vestiti a festa, giocano o si preparano al Catechismo. Aria di festa, aria comune ad ogni nostra comunità, quando, alla Domenica, si respira un po’ di risurrezione, un po’ di speranza, un po’ di gioia: vale a dire ciò che manca, qui come in molte altre parti del mondo, nella vita quotidiana.

   Senza la festa, saremmo già morti, disperati.

 

La collina rosa

 

Dopo pranzo ci aspetta una visita a Daoud Nassar, un amico dei Pellegrini di giustizia. 5Raggiungiamo una località non distante da Betlemme: una collina dove una famiglia palestinese vorrebbe continuare a lavorare in pace la propria terra e non essere costretta ad andarsene.
gaza8I coloni ebrei hanno perfino portato dei grandi massi in mezzo alla strada che arriva alla proprietà, per impedirne il passaggio. Dauod ha creato qui il “Tent for Nations”, un’Azienda agricola ecologica ed educativa. Vicino all’ingresso, una scritta su di un masso: “We refuse to be enemies” (Ci rifiutiamo di essere nemici).
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È il ritornello della resistenza di Daoud. Agli israeliani lo ripete continuamente, nonostante ciò che gli fanno. Voi non siete i miei nemici, io non voglio essere vostro nemico. Daoud è cristiano evangelico, con una fede grande, lo si vede: non porta rancore. Gli hanno offerto, in denaro, quello che desidera, pur che se ne vada. Lui ha risposto: “La terra è nostra madre, e noi non vendiamo nostra madre, no?”. Ci dice: “Vogliamo cambiare la frustrazione in azione nonviolenta. Qui sono invitati tutti, a cominciare dagli israeliani. Si può fare un’esperienza di vita e di lavoro comune. C’è la possibilità di essere ospitati e di partecipare, se si vuole, a qualche campo di lavoro e di formazione. Facciamo anche “Campi estivi per bambini”. All’interno della grotta-salone dove lo ascoltiamo, leggo le scritte dipinte sui muri: “Paix et justice pour tous les hommes”, “Peace, justice and conservation of the creation” (Pace, giustizia e salvaguardia del creato; * Nota: un papa di nome Francesco, eletto pochi giorni dopo questo viaggio, richiamerà, motivando il nome che ha scelto, proprio questa triade… sic! ).

   Prima di andarcene, chi vuole, con un’offerta, adotta un ulivo, che Daud pianterà a nome nostro.

 Siamo passati dalla “tenda di Abramo”, a Hebron, alla “tenda delle Nazioni”, a Betlemme: non è questo allargamento il senso della promessa e della benedizione?

  La collina è una festa di colori e di profumi in primavera. I mandorli, trovati fin dall’inizio del viaggio, li ritroviamo qui. Fiammeggiano ovunque. Con il colore rosa, delicato. Secondo qualcuno, è il colore dell’amicizia. No, non vogliamo essere i nemici di alcuno!

Il mandorlo, poi – l’ho detto ai compagni durante il viaggio – è il primo albero che fiorisce e l’ultimo che dà i frutti. È un invito alla resistenza, che è fatta di pazienza e di determinazione, insieme.

   Amicizia e resistenza: le due traiettorie su cui può declinarsi una vita buona.

 

Nascere per rinascere

 

Prima che chiudano, raggiungiamo in fretta, dopo una sosta presso un famiglia di amici palestinesi, la Basilica della Natività, in centro a Betlemme.immagine8

È bello arrivarci con questa luce della sera di una sera palestinese, intensa e dolce nello stesso tempo. Dentro, vi sono gli ultimi pellegrini. I pope ortodossi, che custodiscono la Basilica, se ne stanno seduti, a vendere qualche immagine sacra e a raccogliere qualche offerta o intenzione di preghiera. Uno, però, è in visita, come noi: gli noto uno zainetto nero sulle spalle,  nero come la sua tunica, il suo copricapo e la sua barba.

   Una coppia sosta di lato alla grotta della natività. La osservo. Lui rimane seduto. Lei indossa una bella e lunga veste, di piccoli fiori, fino ai piedi e porta un velo bianco che gli lascia fuori una ricca capigliatura. Il viso è bello, delicato e spirituale. Si prostra, con devozione, davanti ad una grande icona dedicata a Maria, la “Theotòkos”, la Madre di Dio.

   Perché entrare nella presunta grotta, simile a tante altre dei dintorni? Non abbiamo già incontrato, in questa settimana, il Figlio di Dio, fatto carne e fatto storia, nel volto di tanti fratelli e sorelle incontrati, ebrei, cristiani e musulmani? Non è Lui che ci ha chiesto di riconoscere la Sua presenza nel povero, nell’oppresso, nel malato, nel carcerato, nel perseguitato, nell’operatore di pace e di giustizia? Non è lì, nelle “pietre vive”, ossia nelle persone e nel popolo che soffre e che resiste, che Lui nasce oggi?

   La celebrazione della Pasqua non è lontana. Qui, nella terra in cui è nato ed è stato ucciso il profeta di Nazareth, l’amico dei pubblicani e dei peccatori, il difensore degli ultimi, il nonviolento crocifisso, verrà celebrata con intensità particolare. Ma non meno lo dobbiamo fare noi, se vogliamo rinascere alla “vita nuova” di cui parla il Nuovo Testamento, cogliendo così il senso della nostra stessa fede.

 Una “vita nuova” vissuta nell’amore, che diventa oggi, per noi, impegno per “la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato”

 

 

Lunedì 4 marzo

 

 Verso la Pasqua

 

È l’ultimo giorno a disposizione che abbiamo, in gran parte dedicato al viaggio di ritorno in Italia. Ma alle quattro del mattino gli amici si alzano (io non riesco a farcela, date le condizioni di salute), per andare al checkpoint.
gaza12 Si desidera partecipare a ciò che, per i palestinesi, avviene ogni santo, o maledetto?, giorno, per andare a lavorare. I compagni di viaggio mi diranno che è stata un’esperienza dura: quasi tre ore in piedi, al freddo, in fila, dentro le gabbie di ferro dei corridoi, fino al controllo finale.

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Solo per passare. Da umiliati. Poi c’è la giornata di lavoro davanti. E il ritorno alla sera. Sempre di qui.

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Anche questa è una Pasqua: una Settimana santa, una Passione, una Morte. Manca, per ora, la Risurrezione.

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Abbiamo ancora un po’ di tempo per entrare in un campo profughi, l’Aida Camp. Fu luogo di battaglia nella seconda intifada: nel muro  che lo cinge, vi sono  grandissimi murales che la illustrano e la difendono. L’ingresso al quartiere è costituito dal buco enorme di una toppa, con sopra una chiave altrettanto enorme. È un simbolo importante per i palestinesi: esprime la volontà di tornare ad abitare le  case dalle quali sono stati cacciati.

  All’udire queste cose, tutti, nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino” (Lc 4, 28-30). Con queste parole termina il Vangelo di oggi.

   Era cominciato in tal modo il cammino di Gesù, nella sua Nazareth. E qui, a Gerusalemme, è finito. “Nessun profeta è ben accetto in patria” aveva detto in quel giorno.

  Nemmeno oggi i profeti, i testimoni scomodi, i ribelli ai sistemi politico-religiosi oppressivi, i veri amanti della pace, i pellegrini di giustizia, sono bene accetti “in patria”. Ma essi vanno dietro a Lui, e si “mettono in cammino”. Fino alla fine dei propri giorni.

Maurizio,

24 marzo 2013,

Domenica di Passione e Memoria di Oscar Arnulfo Romero, vescovo e martire

* Note:

 

1. Il titolo è tratto dal profeta Isaia 52,7:

Come sono belli sui monti / i piedi del messaggero che annuncia la pace, / del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, / e dice a Sion: ‘Regna il tuo Dio’”.

2. Il nostro libro di viaggio era:

Nandino Capovilla, Betta Tusset, Via crucis in Terra Santa, Paoline, 2010

Degli stessi autori consiglio anche: Nei sandali degli ultimi. In Terra Santa con Etty Hillesum, Paoline, 2005.

Importantissimo, infine, è: Kairòs Palestina, Messaggero PD, 2010 (Documento dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme)

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