Come sono diventato un ‘terrorista’. Testimonianza di Abdelrahman Al Ahmar

Abdelrahman Al Ahmar proviene dal campo profughi di Deheisheh. Oggi è il vice sindaco eletto del comune di Doha, vicino a Betlemme e Deheisheh.

La prima volta che venni attaccato da un colono israeliano avevo 14 anni. Stavo andando a scuola quando un uomo armato, con addosso un copricapo e che se ne stava a fianco di alcuni soldati israeliani, mi strappò lo zaino dalla schiena e lo gettò nel fango. Ciò non avvenne lo scorso mese, né capitò vicino a un nuovo avamposto a Nablus. Questo successe 30 anni fa, sulla strada principale verso Betlemme, vicino al campo profughi di Deheisheh, dove abitavo. Questo colono non era semplicemente una persona disadattata e delusa. Era, appresi più tardi, il padre del progetto religioso d’insediamento – il rabbino Moshe Levinger. In quei giorni, i coloni e i bus della Egged nelle loro vie da e per i nascenti insediamenti nell’area, sarebbero andati dritti fino al campo. I loro veicoli erano spesso gli obiettivi del lancio di molte pietre: chi tra noi avrebbe voluto che israeliani armati utilizzassero le nostre strade? Levinger voleva dimostrare a noi chi era il capo. In un primo momento avrebbe fermato la sua auto, ci avrebbe inseguito e avrebbe tentato di attaccarci. Avrebbe urlato ai soldati che presidiavano la strada di arrestarci e avrebbe colpito i bambini, i soldati avrebbero quindi sparato i gas lacrimogeni e avrebbero giocato con noi al gatto e al topo nei vicoli del campo. Incoraggiato dal supporto dell’esercito, Levinger a i suoi seguaci ‘pionieri’ sarebbero entrati nel campo e avrebbero aperto il fuoco a caso. Ne sarebbero conseguiti scontri. I soldati allora sarebbero accorsi e avrebbero compiuto arresti, mentre Levinger e i suoi amici sarebbero ritornati alle loro auto per guidare fino a casa, nei loro insediamenti. La violenza divenne un fatto quotidiano. Questo rappresenta cosa era la vita per me e i miei amici durante quegli anni. Per Levinger e il suo mvimento nazionalista, tutto ciò costituiva una rottura dei loro spostamenti da e per Gerusalemme. Per placare questi campioni di Sion, le forze di difesa israeliane alla fine eressero attorno a Deheisheh una recinzione alta 9 metri e sormontata da filo spinato. Le migliaia di residenti del campo ora avevano una singola via di accesso e di uscita, presidiata da soldati, così che sembrava di vivere in una prigione. Un coprifuoco dopo le sette di sera venne imposto per anni. I coloni avevano vinto: si erano impossessati dell’unica via di accesso a Deheisheh e della parte sud della West Bank, e avevano messo noi arabi in gabbia. Prendendo atto della sua invincibilità, il padre del movimento dei coloni – non una frangia radicale della estrema destra, ma lo stesso Levinger – creò allora un ‘avamposto’, un nuovo insediamento, lungo la strada verso il campo. Lo fece con un casa mobile, dove issò una bandiera israeliana, dichiarando questo come il primo insediamento vicino alla tomba di Rachele. Protetto dai soldati delle forze di difesa israeliana, invitò i suoi amici pionieri e tenne grandi festeggiamenti durante la notte, mentre noi rimanevamo sotto il coprifuoco. Come nel caso di Hebron oggigiorno, i soldati avrebbero messo Deheisheh sotto coprifuoco diurno quando l’insediamento veniva visitato da delegazioni di coloni affini alle loro idee. Ogni giorno portava un nuovo incubo – scontri, coprifuochi, gas lacrimogeni, chiusura delle scuole. Le nostre case vennero colpite di notte e vedemmo i nostri amici, le nostre madri e le nostre sorelle attaccate. Con il supporto dell’esercito israeliano, quest’uomo, l’amato rabbino del movimento religioso dei coloni, stava distruggendo le nostre vite. Non vedevamo nessun segnale di fine a tutto ciò, soltanto più israeliani in procinto di spostarsi nei nostri quartieri e rendere le nostre vite un inferno. E così un gruppo di noi ragazzi – in sei, tra i 13 e i 16 anni – si organizzò e combatté nell’unico modo in cui sapeva farlo: con pietre e con poche improvvisate bottiglie riempite di cherosene e uno stoppino fissato all’interno. Le lanciammo verso l’avamposto e ai soldati che stavano permettendo di distruggerci la nostra infanzia. Nessuno fu ferito. E a metà di una fredda notte d’inverno, soltanto pochi giorni dopo che c’eravamo organizzati, un poliziotto in borghese dei servizi segreti israeliani, scortato da un grande contingente dell’esercito, rastrellò le nostre case, ci prese tutti quanti per sottoporci a interrogatori e torture e arrestarci. Lea Tsemel, il nostro avvocato israeliano, dichiarò di fronte al giudice militare che “eravamo solo ragazzi”. Il giudice rispose con una sentenza che ci condannava a tutti e sei dai quattro ai sei anni di prigione per attività terroristiche. Mia madre svenne in tribunale: il suo figlio primogenito, per il quale lei aveva aspettato per anni, le veniva portato via per sempre. Sì, per sempre, perché a 16 anni, varcando le porte di acciaio delle prigioni israeliane, non sarei mai più potuto ritornare alla mia vita precedente. L’avamposto di Levinger, la sua violenza da colono, cambiarono in modo permanente la mia vita. I miei amici ed io eravamo adesso ”terroristi” e per i successivi 20 anni, saremmo stati presi dalle porte girevoli degli interrogatori israeliani e delle detenzioni amministrative. Alla fine, l’avamposto di Levinger è stato smantellato dall’esercito, che aveva deciso che era troppo difficile da proteggere a causa dei lanci di pietre dei bambini di Deheisheh.

Adesso ho 44 anni – come gli anni dell’occupazione israeliana – sono sposato e ho 4 figli. Sto finendo il mio tirocinio così che potrò diventare avvocato. Ed ancora le azioni dei pionieri di Levinger – non di una frangia particolare, ma atti del movimento tradizionale dei coloni – mi spaventano. Ovunque io possa muovermi, ci sono delle restrizioni e il mio nome è ancora “nel computer”. Sono una minaccia alla sicurezza se voglio assistere alla nascita di mio figlio all’ospedale di Gerusalemme, e mi viene rifiutato il visto per poter andar a far visita a mia suocera a New York, perché, secondo le autorità statunitensi, ”potenzialmente potrei intraprendere azioni terroristiche”.

Mi sarei dovuto comportare in modo differente all’epoca? Suppongo che se un colono israeliano dovesse strapparmi lo zaino dalla schiena e buttarlo per terra oggi, probabilmente scriverei un reclamo. La violenza da entrambe le parti è una parte importante del problema, non la soluzione. Il progetto degli insediamenti, nella sua stessa essenza e non in una delle sue frange, era e rimane marcio e intrinsecamente violento. Noi palestinesi abbiamo lottato a lungo per interrompere questo progetto, che viola i più elementari diritti del diritto internazionale, e per questo siamo stati etichettati come terroristi. Oggi la società israeliana potrebbe pagare il prezzo a livello esistenziale del progetto degli insediamenti, ma noi palestinesi lo abbiamo pagato con i nostri corpi, le nostre vite e il nostro futuro.

Da Haaretz 23 Dicembre 2011
(Traduzione a cura di Domenico Tucci – Assopace gruppo Palestina)

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