Com’era verde la mia valle

E’ un appello. Inascoltato.

Due telefonate ci hanno raggiunto in queste settimane da due regioni “poco coperte” dalle informazioni, evidentemente centrate su Gerusalemme. Abbiamo sentito una volontaria del Jordan Valley Solidarity e una giornalista da Nablus (“Grazie a voi che ci date la possibilità di leggerci, in questa guerra che, come ogni guerra, finirà non con le armi, ma con nuove idee e immagini dell’altro: e grazie perchè ci fate sentirvi vicini, in questi giorni di intifada”). Per questo abbiamo subito deciso di mettere con voi sotto la lente d’ingrandimento la disastrosa condizione dell’intera Valle del Giordano e la complessa situazione della città di Nablus.

di Amira Hass

All’inaugurazione dei nuovi uffici del Ministero dell’Agricoltura Palestinese nel nord della Valle del Giordano, il moderatore camminava inquieto avanti e indietro dietro le spalle dell’oratore, e per due volte ha cercato di interromperlo. Poi si è alzato per parlare il Ministro dell’Agricoltura Ismail Du’ek. Sorridendo ha detto che l’oratore precedente, Fathi Khdirat del Comitato di Lotta Popolare della Valle, è “impertinente, e noi abbiamo bisogno di gente impertinente.”

L’assegnazione del nuovo settore, allestito in un vecchio edificio che era stato restaurato, è avvenuta il 22 febbraio. Questo è solo il secondo ufficio del Ministero nella Valle, oltre a quello di Jericho. Il nuovo settore e la relativa cerimonia rappresentano solo una piccola parte di un preciso obiettivo dell’amministrazione del Primo Ministro, Salam Fayyad, di estendere la sua presenza sul 60% dell’area della West Bank che i suoi predecessori avevano completamente trascurato.

Questa avrebbe potuto essere considerata una decisione “impertinente” – il che equivale a sovversiva – e come una ripulsa delle norme israeliane che precludono in quel 60 % (Area C) qualsiasi sviluppo palestinese fino a nuovo avviso.

“Fayyad ha visitato la Valle del Giordano sette volte,” ha rammentato questa settimana Khdirat. Nel passato, Khdirat era stato coinvolto in litigi quasi costanti con funzionari palestinesi per le sue dichiarazioni secondo le  quali la Valle del Giordano era stata trascurata fino al punto da sembrare che i funzionari palestinesi collaborassero con gli israeliani, che avevano imposto i vincoli. “Nessun primo ministro palestinese è mai venuto a visitarla nel passato,” ha spiegato. “Ho sentito dire da Fayyad che per lui non ci sono cose come le [Aree] A, B, o C, che sono tutti territori dello stato che stiamo costruendo. L’ho sentito dire che noi non possiamo leggere la lettera C.” Il Ministero dell’Agricoltura dovrebbe essere l’ente governativo principale interessato al 60 % della terra in questione. “Là ci sono tutte le nostre fattorie,” ha detto Du’ek ad Haarez, confermando le lamentele di abbandono da parte dei governi precedenti fatte da Khdirat.

“Essi avevano creduto di poterla recuperare tramite negoziati, e che sarebbe stato facile. La realtà ha dimostrato il contrario e Israele considera l’Area C come territorio israeliano,” ha asserito. Il fulcro sta, naturalmente, nella Valle del Giordano sia perché essa rappresenta quasi un terzo dell’area della West Bank e il 90% di questa viene classificata come Area C come pure perché i portavoce israeliani dichiarano ripetutamente che il confine orientale di Israele si snoderà attraverso di essa.

“Gerusalemme è la porta per il paradiso, la Valle è la porta per la Palestina,” era scritto su un manifesto all’inaugurazione. “La Valle è il confine della Palestina con la sorella Giordania” affermava un altro.

Perfino prima che la West Bank venisse suddivisa nelle Aree A, B e C, secondo gli accordi provvisori israelo-palestinesi del 1995, Israele utilizzò vari mezzi per impedire ai palestinesi lo sviluppo delle loro terre nella Valle. Grandi aree vennero dichiarate di proprietà dello stato fin dalla Guerra dei Sei Giorni, esse vennero riconosciute e trattate come terreni da pascolo dei villaggi sulla dorsale montuosa. Altre aree vennero dichiarate zone per il fuoco e le esercitazioni militari, e i pastori vennero costretti ad andarsene con le loro greggi.

L’area è ricca di sorgenti d’acqua sulle quali Israele conserva il controllo. Alcune delle comunità palestinesi erano connesse di fatto con la rete idrica nazionale, ma Israele limita l’apporto idrico che esse ricevono. Altre comunità , che Israele non riconosce, non sono collegate anche se esse sono distanti di appena tre metri dalla sorgente o dalle tubature che trasportano l’acqua ad una colonia ebraica adiacente. E un collegamento alla rete elettrica che provvede a tutte le colonie, è fuori di discussione.

Servizi da migliorare

I palestinesi sostengono che in numero di palestinesi nella Valle del Giordano relativamente basso è una conseguenza delle limitazioni israeliane. Ci vivono circa 56.000 palestinesi, il 70 % dei quali a Jericho. Al confronto, 9.400 israeliani vivono in colonie che il Dipartimento per la Negoziazione delle Questioni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dichiara controllano il 50 % del territorio nella Valle. Secondo valutazioni palestinesi non ufficiali, alla vigilia della Guerra del 1967, la popolazione della Valle superava le 200.000 persone. Molta di questa gente, specialmente coloro che vivevano nei campi profughi, fuggirono in Giordania e a loro venne proibito il ritorno.

Fonti israeliane citano il censimento giordano del 1961, che forniva per la popolazione della valle la cifra di 73.662. (La discrepanza viene attribuita allo sviluppo estensivo della regione tra il 1961 e il 1967 come pure al fatto che un certo numero di persone venne conteggiato come se esse fossero nei loro villaggi di origine piuttosto che nella Valle dove essi di fatto vivevano.) Il censimento israeliano dopo la guerra conteggiò appena 12.082 palestinesi come residenti nella Valle.

Negli ultimi 15 anni l’Amministrazione Civile ha demolito molte abitazioni nei sobborghi delle città e dei villaggi palestinesi – comprese Tubas, Beit Furik, Beit Dajan e Tamun – sulla base che esse erano state costruite illegalmente. In ogni caso, i permessi di costruzione non vengono concessi ai palestinesi. Con una popolazione di 5.000 persone, Jiftlik è la più grande comunità palestinese nell’Area C, ma in passato per diversi anni circa 180 famiglie l’hanno lasciata per trasferirsi nelle Aree A e B a causa dei divieti di costruzione.

La nuova strategia del Ministero dell’Agricoltura per prima cosa è rivolta a sostenere in vari modi, dappertutto nell’Area C, compresa la Valle del Giordano, le famiglie degli agricoltori, i più poveri tra tutti i palestinesi. Gli obiettivi comprendono l’edificazione di scuole e di cliniche, l’assistenza nella costruzione di abitazioni fatte con mattoni di fango, la fornitura di prestiti per varie attività commerciali e l’aiuto perché gli agricoltori migliorino la qualità della loro produzione, come pure per la commercializzazione della stessa.

Il governo di Fayyad si è pure assunto l’impegno di “rendere verde la Palestina”. Secondo Du’ek, circa 1,6 milioni di dunam di terreno (400.000 acri), una gran parte di loro nella Valle, sono divenuti sterili per tutta una serie di motivi. Circa 1 milione di dunam di questa zona potrebbe essere destinata alla pastorizia, espandendo le aree a pascolo disponibili e le industrie alimentari ausiliarie e creando occupazione. Su altri 600.000 dunam di terreno nell’Area, nelle zone con maggiori precipitazioni, potrebbero essere piantati alberi da frutta.

Un altro modo per rinvigorire la popolazione palestinese della Valle è dato dalla costruzione di strade. Un sabato recente, Du’ek valutò come a Jiftlik un chilometro di strada malridotta era stato ripristinato. L’iniziativa proveniva dai Comitati Popolari di Lotta fondati diversi anni fa dai residenti dell’area stufi dello stato di abbandono da parte delle istituzioni e delle proibizioni israeliane. L’idea consiste nel creare situazioni di fatto sul terreno – costruire, restaurare ed espandere anche in mancanza degli inottenibili permessi. e’ una tattica popolare, di base, non organizzata.

“Abbiamo cessato di aver paura,” ha spiegato un uomo di Jiftlik che esibiva una pila di ordini di interruzione e di demolizione dell’Amministrazione Civile emessi diversi mesi fa per alcune baracche con il tetto di plastica – o di lamiera – costruite come ultima risorsa. Questi gruppi di lotta popolare operano su linee guida similari, ma costruiscono edifici che servano all’intera comunità, come scuole e cliniche, e il loro lavoro è della qualità più elevata.

Costruire scuole, non moschee

“Questa è la nostra lotta popolare,” ha dichiarato Khdirat alla cerimonia di inaugurazione della settimana scorsa. In quel caso non c’è stato dissenso, ma il moderatore – un funzionario del ministero ed amico di Khdirat – ha temuto che le riflessioni causassero scalpore. “Il Profeta Maometto per prima cosa ha educato il popolo a leggere, non a pregare,” ha proseguito Khdirat. Il suo messaggio è stato chiare: Date denaro per costruire scuole, non moschee.

Questo discorso non è stato contestato, ma un commento ha prodotto alcune proteste da parte del pubblico: Khdirat aveva criticato gli stati donatori e gli organizzatori internazionali per lo sviluppo di aver diretto lamaggior parte dei loro contributi su progetti nelle Aree A e B, piuttosto che in quella C. Egli li ha accusati sostenendo che in questo modo stavano collaborando con le politiche israeliane mirate ad “imprigionarci in recinti ed in enclave.” Alcune persone, beneficiarie di queste organizzazioni, hanno fatto sentire la loro protesta. Du’ek è incline a concordare con l’affermazione di Khdirat secondo la quale la maggior parte degli stati donatori si dimostrano riluttanti a finanziare progetti nell’Area C, dissuasi dall’iter prolungato per ottenere permessi dall’Amministrazione Civile. Talvolta i termini per il completamento di un progetto scadono prima che l’Amministrazione pronunci la sua decisione in merito, se è un’approvazione o un rifiuto.

Egli ha sostenuto che le organizzazioni internazionali coinvolte nei progetti per l’agricoltura sono state informate che la cooperazione con loro sarebbe cessata se essi avessero continuato a sottrarsi alla partecipazione in progettinell’Area C. Ha affermato che la pratica di eludere da tali iniziative è stata infranta. E’ chiaro, tuttavia, che, in ogni caso, l’Autorità Palestinese attualmente si è accollata pubblicamente l’onere dello sviluppo dell’Area C, essa è responsabile dell’attuazione così come della maggior parte dei finanziamenti.

L’evidente cambiamento nella posizione del governo palestinese riguardante il suo ruolo nell’area “la cui lettera essi non possono leggere” evidenzia un’interessante tendenza: La dirigenza palestinese, retta da un ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, di fatto sta adottando tattiche di carattere popolare, sia spontanee che organizzate.

Haaretz, 15 marzo 2010

tradotto da Mariano Mingarelli

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