Cominciamo a vincere

REDAZIONE 9 MARZO 2014

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di Eric Ruder e Ali Abunimah

7 marzo 2014

Ali Abunimah è cofondatore e direttore del sito ElectronicIntifada.net, ampiamente osannato, e autore del libro di recente uscito, The Battle for Justice in Palestine [ La battaglia per la giustizia in Palestina], pubblicato dalla Haymarket Books. Residente  negli Stati Uniti, ha scritto centinaia di articoli ed è stato per  20 anni una parte attiva del movimento per la giustizia in Palestina. Mentre il movimento  Boicottaggio,  Disinvestimento e Sanzioni (BDS) raggiunge nuovi vertici, il suo lavoro per la Palestina ha fornito a questo nuovo movimento profondità intellettuale e strategica.

Mentre inizia un giro di conferenze per promuovere The Battle for Justice in Palestine, Abunimah ha parlato con Eric Ruder sulle opportunità e le sfide che hanno davanti gli attivisti per la solidarietà palestinese che improvvisamente scoprono che il problema della liberazione palestinese fa parte della discussione politica convenzionale dopo decenni di emarginazione.

ALLA FINE del 2013 e all’inizio del 2014 il movimento BDS che era in formazione da un po’ di tempo, ha guadagnato un profilo senza precedenti tramite la coincidenza della decisone di boicottare le istituzioni accademiche israeliane presa dall’Associazione per gli Studi Americani e la ricaduta causata dall’accordo commerciale tra l’azienda israeliana in Cisgiordania, Soda Stream e Scarlett Johansson. E’ stato in qualche modo sorpreso per il ritmo dei recenti eventi?

NON penso mi abbia colto di sorpresa. In effetti, proprio dopo che Obama è stato eletto alla presidenza, ho scritto un articolo pregustando i quattro anni successivi. Ho previsto due cose. Una  era che il “processo di pace” appoggiato dagli Stati Uniti non sarebbe andato assolutamente da nessuna parte e questo è risultato vero. E l’altra era che il movimento BDS sarebbe stato sempre più considerato come un fattore significativo in relazione e in conflitto tra la Palestina e gli israeliani. E’ esattamente ciò che è accaduto.

Dico che non mi sorprende perché ho avuto il privilegio di viaggiare in molti posti dove gli attivisti di base stanno lavorando per queste campagne del BDS con incredibile tenacia e dedizione. Se vedete che tipo di lavoro stanno facendo le persone, e il tipo di dedizione che hanno, non penso che possiate essere sorprese dai successi e dall’alto profilo  che abbiamo visto nei mesi recenti.

Detto questo, è un progresso certamente sorprendente. E’ gratificante vedere questi argomenti che diventano di interesse attuale, che la discussione diventa ?’’ E l’elemento chiave sul BDS è che  ha veramente portato la discussione via  da questi discorsi di “fantasia” sulla pace per farli tornare a  quello che sta realmente accadendo ai palestines;, all’assedio di Gaza, al continuo furto di terre fatto da Israele, allo sfruttamento economico dei lavoratori palestinesi causato dall’occupazione di Israele, e da chi profitta dell’occupazione, come la Soda Stream. Tutto questo è molto positivo per quello che accadrà in seguito.

QUANTO GRANDE  pensa che sia il fattore BDS nei calcoli dei politici americani e israeliani quando provano a coordinare il futuro della regione­­?

PENSO che sia un fattore enorme. Nel mio nuovo libro c’è un capitolo intitolato “Israele lotta contro il BDS.” Faccio notare che è stato durante un discorso presidente ha tenuto nel 2011 all’AIPAC [Comitato  americano israeliano di  affari pubblici) che il presidente Obama ha fatto la promessa alla lobby filo-israeliana che avrebbe lottato contro il movimento BDS.

Ed è stato nel 2010 che il governo israeliano ha adottato questa guerra totale contro il movimento BDS. Questa è stata una raccomandazione fatta dall’Istituto Reut che è un  gruppo di esperti vicino al governo israeliano e ai suoi servizi segreti. E quindi, quattro ani fa, Israele e i gruppi filo-israeliani negli Stati Uniti e in tutto il mondo, hanno dato il via a una guerra totale contro il movimento di solidarietà per la Palestina, in particolare contro gli studenti nei campus.

E tuttavia, eccoci qui, quattro anni dopo, e il  BDS è più grande che mai e ci sono dei ministri come Yair Lapid, ministro delle Finanze, Tzipi Livni, ministra della Giustizia, e altri importanti politici israeliani, tra i quali ora il Primo ministro Benjamin Netanyahu, che dicono che il BDS è tra le maggiori minacce che  Israele deve affrontare. Quindi che cosa vi dice questo? Hanno investito milioni di dollari,  forse 10 milioni, per combattere un movimento di base, e lo considerano una minaccia più grande che mai.

E’ un fatto molto notevole. Un altro segno del successo e della crescita del BDS è il fatto che funzionari statunitensi come l’Ambasciatore alle Nazioni Unite Samantha Powers e altri, parlano apertamente contro il BDS. Fa vedere che stanno tirando fuori i pezzi grossi.

Naturalmente questo viene dopo il voto  dell’American Studies Association (ASA)  di rispettare l’invito palestinese a boicottare le istituzioni accademiche israeliane. Quindi tutto questo fa vedere che questo è un movimento di base e che dipende dalla benedizione o dal consenso delle persone al potere. E ’un movimento che sta crescendo malgrado i loro migliori tentativi di     diffamarlo, di sabotarlo e di fermarlo.

NEI RECENTI mesi molti personaggi filo-israeliani come Petern Beinart o Roger Cohen che sono liberali o che almeno si considerano tali, hanno discusso vigorosamente contro il movimento BDS. Sono stati efficaci?

SONO tipici  rappresentanti  dei progressisti contro la Palestina. Come faccio notare nel libro, Peter Beinart è stato uno di coloro presumibilmente critici rispetto all’occupazione israeliana, ma è stato molto esplicito nel dire che si oppone ai diritti uguali per i palestinesi, perché li considera come una minaccia a Israele e al cosiddetto stato ebraico.

E, più di recente, data  la controversia della SodaStream e di Scarlett Johansson, ci sono stati altri cosiddetti liberali, come Jane Eisner, direttrice del settimanale Jewish Daily Forward, che fanno il ragionamento che queste fabbriche negli insediamenti in realtà sono una cosa buona per la Palestina perché forniscono posti di lavoro.

Però, come ha fatto notare la mia collega Rania Khalek su ElectronicIntifada.net,

questi sono esattamente gli stessi argomenti che i conservatori americani e britannici e le persone di destra hanno usato per opporsi al boicottaggio dell’apartheid in Sudafrica. Dicevano che il disinvestimento  e le sanzioni per il Sudafrica avrebbero danneggiato i lavoratori di colore, avrebbe danneggiato le persone che cerchiamo di aiutare. La gente ora ripensa a quelle cose con imbarazzo e vergogna.

SEMBRA che la narrativa sulla Palestina e i palestinesi , si sia trasformata in modo percepibile in mesi recenti. I funzionari israeliani possono cercare di rimanere attaccati al copione secondo cui si oppongono alla creazione di uno stato palestinese a causa delle loro preoccupazioni per la sicurezza di Israele. Ora, però, sta riemergendo  la realtà che i palestinesi sono un popolo oppresso e occupato. Ci potrebbe parlare di come l’argomento dell’autodeterminazione palestinese sta venendo reintegrata in questa discussione dopo essere stata a lungo assente da essa?

SIAMO davvero a un bivio. Il paradigma della cosiddetta “soluzione con due stati” è morta. Certo, il Segretario di stato John Kerry e Obama stanno ancora esaminando le mozioni del cosiddetto processo di pace ma nessuna persona seria, e certamente non la dirigenza israeliana o l’Autorità Palestinese (AP) credono che questo si concluderà con due stati che vivono fianco a fianco in pace.

Ci sono due leadership che devono andare avanti con questa falsità per evitare di fare arrabbiare troppo gli Stati Uniti perché hanno vari progetti con gli Stati Uniti. Ammettere il fallimento e ammettere che il modello che avete incoraggiato per decenni  è una conchiglia vuota, costa tantissimo, specialmente per l’Autorità Palestinese. Costa politicamente e costa materialmente alle persone che traggono vantaggio dallo status quo.

Ma penso che i palestinesi stiano attraversando collettivamente un processo di riesame di ciò che è fondamentale per loro. E viene fuori che per i palestinesi il diritto di ritorno, il diritto di essere uguali, e il diritto di vivere e di muoversi liberamente nel loro paese, sono di gran lunga più essenziali che avere un cosiddetto stato, specialmente uno stato privato della sovranità e di ogni brandello di indipendenza che esiste soltanto su una frazione della loro terra patria.

Penso quindi che i palestinesi stiano portando a termine un processo di ridefinizione o di riscoperta di che cosa significa l’autodeterminazione. Alcuni dei maggiori progressi stanno accadendo non soltanto in Cisgiordania e a Gaza, ma nell’Israele attuale, nelle zone del 1948, dove i giovani palestinesi e i cittadini palestinesi di Israele stanno guidano un movimento per tornare nei villaggi dei loro genitori e dei loro nonni, per stabilire presenze permanenti in quei luoghi, e non per  aspettare che le Nazioni Unite o il presidente Obama o qualcun altro benedica il loro diritto di ritorno, ma che lo esercitino veramente. Quella è realmente autodeterminazione.

Diciamo che siamo esseri umani, che desideriamo ci vengano accordati tutti i diritti che hanno gli esseri umani, e non accettiamo lo status secondario che il sionismo ci impone, dove il sionismo dice che se si è ebrei si è privilegiati su questa terra, e che se si è palestinesi non si è nulla.

Infatti ci dicono che siamo letteralmente spazzatura. Pensate ai Beduini  Jahalin che sono stati mandati via della loro terra negli anni ’90 per permettere di costruire l’insediamento dove oggi la SodsStream ha oggi la sua fabbrica. I Beduini Jahalin che sono stati cacciati via dalla terra messi in una discarica . Israele considera i palestinesi letteralmente come spazzatura, l’autodeterminazione significa affermare la nostra umanità, la nostra umanità completa e non accettare lo status di seconda classe che al sionismo e al presidente Obama piacerebbe imporre ai palestinesi.

POSSIAMO passare alla discussione riguardo alla soluzione con i due stati e a quella con un solo stato?

CHE COSA E’RIMASTO da discutere sulla soluzione con i due stati? E’ finita.

E’ davvero notevole come dieci anni fa ci fosse un vasto appoggio alla soluzione dei due stati, anche tra i palestinesi, mentre oggi il panorama si è trasformato. Ciò nonostante, ci sono ancora dei difensori del modello dei due stati, ma è vero che i loro argomenti sono in gran parte negativi. I sionisti liberali, per esempio sostengono: “Le persone non possono proprio da uguali in uno stato. Non accadrebbe mai.”

GUARDATE chi oggi sta difendendo vigorosamente la cosiddetta soluzione dei due stati. Sono per lo più, non del tutto, ma soprattutto, i sionisti liberali. E ci sono anche dei palestinesi, ma non ne incontro molti. Sono  soprattutto  sionisti liberali e muoiono dalla voglia di avere un cosiddetto stato palestinese, perché la loro preoccupazione è di conservare una maggioranza ebraica manipolata, in modo che gli ebrei possano controllare la politica, l’economia e la cultura di Israele.

Per loro riguarda la manipolazione razziale, etnica e religiosa. Penso che numeri sempre maggiori di persone abbiamo capito che la soluzione dei due stati non riguarda la liberazione dei palestinesi né sull’autodeterminazione palestinese. Riguarda la conservazione e la legittimazione dell’apartheid israeliana e della supremazia ebraica che richiede il Sionismo. Penso che nel ventunesimo secolo sempre più persone dicono che dobbiamo andare verso un mondo dove le persone sono trattate allo stesso modo e dove la propria etnicità e religione non determinano i diritti che si hanno.

C’è poi la realtà concreta. Il fatto è che il nemico più ardente della cosiddetta soluzione dei due stati è stato Israele, che continua a colonizzare e a insediarsi sulla terra palestinese, fino al punto che c’è una realtà di un singolo stato che però è uno stato di apartheid. Penso che questo sia il motivo per cui è avvenuto il cambiamento e penso che sia un cambiamento realmente importante. Nel periodo in cui è stato pubblicato il mio libro One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian

Impasse [Una nazione: una proposta audace per porre fine all’impasse israelo-palestinese], nel 2007, le persone che parlavano di un singolo stato democratico erano decisamente in minoranza e considerati marginali o visti con divertimento o con disprezzo o soltanto con una specie di curiosità.

Penso che ora la discussione sia davvero finita. Nel mio libro The Battle for Justice in Palestine, cito John Kerry che discute accanitamente contro la soluzione di uno solo stato.

Il fatto che un Segretario di stato americano debba dedicate del tempo per trattare questo argomento, fa vedere che è diventato davvero di interesse diffuso. Naturalmente ho sentito molti argomenti negativi su uno stato unico fin dalla pubblicazione di One Country, e che questa è stata la mia motivazione per scrivere The Battle for Justice in Palestine. Nel nuovo libro in realtà replico molto direttamente a queste confutazioni.

Affronto direttamente le dichiarazioni che gli Israeliani non accetterebbero mai questo, e che i palestinesi e gli israeliani non potrebbero vivere insieme, in un capitolo intitolato: “Gli ebrei israeliani e la soluzione di un solo stato,” e non vedo davvero l’ora che la gente legga questi argomenti e che se ne occupi.

Per esempio, l’affermazione che non dovremmo parlare dell’uguaglianza o del porre fine all’apartheid perché gli ebrei israeliani non l’accetterebbero mai  o perché la grande maggioranza degli ebrei israeliani attualmente la sostiene, è un finto argomento, tanto per cominciare. Se prendiamo l’esempio del Sudafrica, la grande maggioranza dei bianchi in quella nazione, si opponeva con fervore alla fine dell’apartheid, e facevano tutti gli stessi ragionamenti che ora fanno gli ebrei israeliani: “Non è che siamo razzisti, ma è una questione di sopravvivenza per noi.” Oppure: “Se saremo inglobati in un ‘alluvione’ di africani,” – il  modo in cui gli israeliani parlano di un’ondata di profughi palestinesi, “sarà la nostra fine. Saremo buttati in mare.”

Come mostro nel libro, gli atteggiamenti dei bianchi erano molto saldamente contro   un sistema di voto: una persona un voto,  in Sudafrica, fino quasi al momento in cui è iniziato, al principio degli anni ’90. Ora, naturalmente, nessuno in Sudafrica ammette di avere sostenuto l’apartheid. Il fatto è che i bianchi la hanno appoggiata in maniera schiacciante fino quasi alla fine.

Quello che li ha fatti cambiare, non è il fatto che una mattina si siano svegliati e abbiano detto: “Ci siamo sbagliati.” E’ che l’equilibrio dl potere si è spostato. E l’equilibrio di potere si è spostato a causa delle lotte della gente, soprattutto sul terreno, in Sudafrica ma anche grazie alla solidarietà internazionale. E penso che nel caso della Palestina, la lotta e la solidarietà internazionale nella forma del BDS, sta già costringendo gli israeliani a riesaminare l’idea che possano godere pere sempre della sovranità e dell’impunità. Iniziano a riconoscere che c’è una data di scadenza per l’apartheid di Israele.

INFINE, CHE COSA  pensa che il futuro a breve medio termine riservi per la lotta palestinese? Che compiti ci sono per coloro che premono per la liberazione palestinese? E’ fondamentalmente  come organizzare la solidarietà con le lotte dei prigionieri politici palestinesi  e con le varie campagne del BDS? Oppure ci sono nuove direzioni che dobbiamo prendere in considerazione?

NATURALMENTEnon ho una palla di vetro, ma  posso dire questo: penso che sia alla nostra portata vedere  questa situazione trasformarsi radicalmente nel prossimo futuro. Sino stato molto colpito dal fatto che il co-fondatore del BDS, Omar Barghouti ha detto che il mio libro ha offerto quello che chiamava “speranza informata e che la mia collega Rania  Khalek ha detto che offriva “speranza realistica.” In altre parole, penso realmente che questa situazione sia matura per una trasformazione.

Penso che i compiti più importanti  che abbiamo davanti sono di continuare il lavoro di solidarietà, di continuare a far crescere e rafforzare il movimento BDS, e di ricordare che questo lavoro consiste prima di tutto nel perorare la causa per decolonizzazione, quella  per la uguaglianza, quella per la giustizia. La cosa sorprendente è che è una causa che le persone sono pronte a sentire, ed  è una causa che molte persone che in precedenza sostenevano Israele, a torto o a ragione, stanno cominciando ad ascoltare.

Sono quindi molto ottimista che il lavoro che faremo nel prossimo futuro farà davvero la differenza. E questo è il lavoro che è, naturalmente a sostegno e in solidarietà con i palestinesi che stanno lottando in Palestina, in ogni  parte della Palestina. E non dobbiamo dimenticare che anche i palestinesi in altri posti, particolarmente i palestinesi in Siria, stanno affrontando nuovi disastri. Negli ultimi tre ani, come conseguenza della guerra civile siriana, centinaia di migliaia di palestinesi, si sono stati trasferiti, ancora una volta, dai loro campi profughi in Siria. Molti di loro sono fuggiti in altri paesi, in situazioni assolutamente disperate. Naturalmente nel campo di Yarmouk, in Siria, a Damasco, la gente stava morendo di fame.

Questo è per ricordare che fino a quando la Palestina è colonizzata, fino a quando è un luogo di apartheid, un luogo di muri, un luogo di recinti, i Palestinesi non possono mai essere al sicuro. Sono i palestinesi che hanno bisogno di sicurezza, di rifugio, che hanno bisogno di tornare nel loro paese. Questo è un compito urgente, e penso davvero che è alla nostra portata di raggiungerlo nel prossimo futuro.

Trascrizione del testo registrato dell’intervista a cura di Karen Dominque

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/we-re-starting-to-win

Originale : Socialistworkwer.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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http://znetitaly.altervista.org/art/14467

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