Comprendere la migrazione dei rifugiati africani

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Di Anis Chowdhury e Jomo Kwame Sundaram

26 Settembre  2017

Non un solo mese è trascorso senza tremendi disastri che hanno scatenato i migranti disperati a cercare rifugio in Europa. Secondo IOM l’Organizzazione Internazionale per la migrazione (IOM), almeno 2.247 persone sono morte o disperse.

Dopo aver tentato di cercare rifugio in Europa passando per la Spagna, l’Italia o la Grecia nella prima metà di quest’anno. Nel 2016, sono stati registrati 5.096 morti.

La maggioranza, compresi i ‘migranti economici’ (cioè le persone che emigrano da una regione a un’altra per cercare un miglioramento dei livelli di vita,ndr), le vittime dei ‘trafficanti di persone’, e così via, erano giovani africani di età compresa tra i 17 e i 25 anni. L’ex capo della missione britannica a Bengasi (in Libia), in aprile ha dichiarato che un altro milione di persone erano già sulla strada per la Libia e poi per l’Europa, dall’Africa.

Perché fuggire dall’Africa?

Perché così tanti giovani africani stanno cercando di lasciare il continente dove sono nati? Perché rischiano la loro vita per fuggire dall’Africa?

Una parte della risposta sta nel fallimento di precedenti politiche economiche di liberalizzazione e di privatizzazione, solitamente introdotte come parte SAP Programmi di aggiustamento strutturale (SAP) a cui sono stati soggetti così tanti paesi in Africa fin dal 1980 in poi. La Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo e la maggior parte dei donatori occidentali hanno appoggiato i SAP, malgrado l’avvertimento delle Nazioni Unite circa le loro conseguenze sociali sfavorevoli.

I sostenitori dei SAP hanno promesso che gli investimenti privati e le esportazioni sarebbero seguite presto, portando crescita e prosperità. Adesso, alcuni rappresentanti delle istituzioni Bretton Woods con base a Washington, ammettono che il ‘neoliberalismo’ era ‘lodato esageratamente’, condannando  il 1980  e il 1990 a  diventare ‘decenni perduti’.

Mentre i SAP furono ufficialmente abbandonati alla fine degli anni ’90, le iniziative che lo sostituirono furono poco migliori. I Documenti  Strategici per la Riduzione della Povertà (PRSP), della Banca Mondiale, e del Fondo Monetario Internazionale (IMF) promettevano di ridurre la povertà con alcune condizionalità  e prescrizioni modificate.

Nel frattempo, i paesi del G8 si sono sottratti alla loro promessa del 2005 a Gleneagles, di fornire 25 miliardi di dollari extra annuali per l’Africa, come parte dell’aumento di 50 miliardi di dollari per l’assistenza finanziaria perché “la povertà diventi storia passata”.

Africa povera

Grazie ai SAP, ai PRSP, e a politiche complementari, l’Africa divenne l’unico paese che ha visto un massiccio incremento della povertà alla fine del XX secolo e durante i 15 anni dei Millenium Development Goals (Obiettivi di sviluppo del millennio)*

Quasi metà della popolazione del continente africano ora vive in povertà.

Secondo il libro: Poverty in Rising Africa, (La povertà sta aumentando in Africa), della Banca Mondiale il numero di africani che vivono in estrema povertà, è aumentato dai 100 milioni tra il 1990 e il 2012 a circa 330 milioni. Nel  libro si prevede che “i più poveri del mondo saranno sempre più concentrati in Africa”.

Il continente ha anche sperimentato crescente disparità economica, una disparità più alta che nel resto del mondo in via di sviluppo, superando anche l’America Latina. I coefficienti nazionali Gini – cioè la misura più comune della disuguaglianza – sono in media lo 0,45 per il continente, salendo a oltre lo 0,60 in alcuni paesi e sono aumentati in anni recenti.

Mentre il continente sta sperimentando un ‘incremento di giovani’, con un numero maggiore di  giovani  (di età compresa tra i 15 e i 24 anni) nella sua popolazione, non è riuscito a produrre un numero sufficiente di impieghi decenti. Il Sudafrica, cioè l’economia più sviluppata nell’Africa Sub-saharian (SSA), ha un tasso di disoccupazione giovanile del 54%.

La situazione reale potrebbe essere anche peggiore. I giovani scoraggiati, non in grado di trovare un lavoro decente, abbandonano la forza lavoro e, di conseguenza, non vengono calcolati.

Sopravvivere in Africa

La maggior parte dei poveri semplicemente non possono permettersi di restare disoccupati in assenza di un decente sistema di protezione sociale. Per sopravvivere devono accettare qualunque cosa sia disponibile. Per questo le ‘poveri che lavorano’ dell’Africa proporzioni di sottoccupazione sono molto più alte. In Ghana, per esempio, il tasso ufficiale di disoccupazione e del 5,2% mentre il tasso di sottoccupazione è del 47%!

I tassi di crescita annuale spesso hanno superato il 5% in molti paesi africani nel nuovo secolo. I sostenitori dei SAP* (Programmi di aggiustamento strutturale) e dell’iniziativa PRSP  (Documenti per la Strategia per la Riduzione della Povertà) sono stati rapidi a rivendicare il merito della fine del ‘quarto di secolo perduto’ dell’Africa, sostenendo che le loro rigide prescrizioni politiche stavano finalmente dando frutto.  Dopo il crollo del prezzo dei prodotti fin dal 2014, i proponenti hanno taciuto.

In seguito alla liberalizzazione, e di conseguenza a una maggiore specializzazione, molti paesi africani dipendono ora di più dall’esportazione di meno prodotti. Le  5 massime esportazioni dell’Africa sub-sahariana sono tutte risorse naturali non-rinnovabili che rappresentano il 60% delle esportazioni nel 2013.

I collegamenti tra le attività estrattive con il resto dell’economia nazionale sono ora più bassi che mai. Quindi, malgrado impressionanti tassi di crescita economica, la natura del cambiamento strutturale in molte economie africane, le hanno rese più vulnerabili agli impatti esterni.

Di nuovo una partenza falsa partenza?

L’Africa possiede circa la metà della terra arabile non coltivata del mondo. Il 60% della popolazione dell’Africa sub-sahariana hanno lavori connessi con l’agricoltura.

Tuttavia, la produttività agricola è rimasta per lo più stagnante fin dal 1980.

Data questa stagnazione nell’agricoltura, la gente si è spostata dalle aeree rurali a quelle urbane, per trovare, però  una vita poco migliore. L’Africa ha, quindi sperimentato una  rapida urbanizzazione e la crescita dei quartieri poverissimi. Secondo il programma Habitat   dell’ONU per gli insediamenti umani, il 60% della popolazione dell’Africa sub-sahariana vive negli slum, e ha scarso accesso ai servizi di base, non parliamo poi di nuove tecnologie.

Potenti interessi esterni, comprese le Istituzioni Bretton Woods e i donatori, hanno difeso la grossa produzione agricola, sostenendo che fosse l’unico modo di incoraggiare la produttività. Vari governi hanno già dato in affitto della terra al settore agroalimentare, spesso spostando delle comunità locali già stabilite.

Nel frattempo,  la quota dell’Africa della produzione industriale globale   è calata dal circa 3% nel 1970 a meno del 2% nel 2013. La quota  della manifattura industriale   del PIL totale africano è calato dal 16% nel 1974 a circa il 13% nel 2013. A circa un decimo, la quota della manifattura  industriale della produzione  dell’Africa sub-sahariana nel 2013, è molto più bassa che in altre zone in via di sviluppo. Prevedibilmente, l’Africa si è deindustrializzata negli scorsi 40 anni!

Non si può fare altro se non dubitare di come il nuovo ‘patto sulla migrazione’ con l’Africa’ del G20, messo in mostra  ad Amburgo, possa combattere la povertà e gli effetti del cambiamento di clima, oltre a  scoraggiare  l’esodo dall’Africa, senza fondamentali cambiamenti di linea politica.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Aggiustamento_strutturale

*https://it.wikiversity.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods

*https://it.wikipedia.org/wiki/Obiettivi_di_sviluppo_del_Millennio

Nella foto: migranti africani su una barca dopo essere stati salvati dalla Marina Libica

Anis Chowdhury, già professore of economia all’University of Sydney Ovest, ha ricoperto cariche elevate  alle Nazioni Unite dal 2008 al 2015 a New York e a  Bangkok.

Jomo Kwame Sundaram, ex professore di economia, è stato vice Segretario Generale  delle Nazioni Unite General per lo Sviluppo  Economico, e ha ricevuto il Premio Wassily Leontief per aver fatto progredire le frontiere del pensiero economico, nel 2007.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/understanding-african-refugee-migration/

Originale: IPS

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

Comprendere la migrazione dei rifugiati africani

http://znetitaly.altervista.org/art/23231

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