Con il cuore ferito, con lo spirito lacerato

Alla Maratona per la pace ha assistito anche un amico di Betlemme che ci ha inviato questa lettera che volentieri pubblichiamo.

Carissimi di BoccheScucite,

voi tante volte avete alzato il tono della vostra protesta contro l’occupazione che condanna a morte il mio paese, la Palestina. Ma per quanto vi sforziate di essere realisti, stavolta non potete immaginare come abbiamo vissuto noi, che abitiamo qui nella nostra città di Betlemme, l’ennesima umiliazione di veder stravolta la realtà che ci sta soffocando da anni, e che riesce a normalizzare un’ enorme ingiustizia che solo Dio, a questo punto, può ascoltare!
Infatti siamo sconcertati vedendo che tra gli organizzatori della cosiddetta “Maratona per la pace” c’è anche un nostro sacerdote, un pastore che conoscendo bene il dolore dei cristiani di Betlemme, con coraggio dovrebbe denunciare l’oppressione di cui è responsabile il governo israeliano. (Che sollievo ci avevano dato le parole chiare e forti dei nostri capi delle chiese cristiane nel Documento Kairos!)
Quella mattina, mi trovavo anch’io al check-point di Betlemme quella mostruosa “fabbrica di odio” che andrebbe solo denunciata e condannata. Non credevo ai miei occhi: un gruppo di italiani festosi e sorridenti, soddisfatti di stare in questo posto infernale dove solo qualche ora prima si era ripetuta la carneficina umana di migliaia di disperati palestinesi che, tutte le notti, ammassati come bestie, cercano di passare il muro dell’apartheid per andare a lavorare a Gerusalemme. Ma questi allegri atleti, circondati di quelle telecamere che vorremmo vedere almeno qualche volta riprendere le violazioni dei diritti umani nella nostra cittadina di Betlemme, sembravano marziani. Mi sono avvicinato ad un italiano e alla mia domanda se sapeva cosa succede ogni giorno in questo posto, non ha saputo rispondermi e si è allontanato. Anche lui era diventato inconsapevolmente strumento di una performance mediatica che, mascherando l’ingiustizia alta e minacciosa come i nove metri di cemento del muro, era riuscita ad inscenare una manifestazione a favore del governo di occupazione sbandierando e infangando la parola “pace”. Infatti, incredibilmente, ho assistito attonito al trucco studiato da mesi per creare l’effetto speciale più strabiliante: in un batter d’occhio, davanti alle telecamere, il muro che tiene da anni in prigione la mia famiglia e migliaia di betlemiti, improvvisamente si è spalancato! Per l’occasione i soldati hanno dimenticato il loro compito di arroganti padroni del nostro tempo e della nostre vite, per mostrare al mondo che dopo tutto, anche il muro può starci…che per passarlo basta avere i pantaloncini e le scarpe da jogging, esattamente come nei parchi delle città di tutto il mondo.
Mi sono trattenuto dal fermare qualche altro italiano, ma avrei voluto solo disturbare l’euforia del nostro ex parroco di Betlemme Ibrahim Faltas raccontandogli solo le ultime nostre difficoltà per passare quel Muro che lui ha artificiosamente fatto spalancare; dalle quotidiane umiliazioni per cercare di avere un visto, ai nostri inutili sforzi di genitori che tentiamo da mesi di far ottenere alla scuola dei nostri bambini un permesso perchè quaranta di essi possano visitare lo Zoo che si trova a pochi chilometri da Betlemme…
Per fortuna non ho assistito alla conclusione dello spettacolo, quando mi hanno detto che, al di là del Muro (cioè ancora sulla nostra terra palestinese rubata da Israele!) gli atleti si sono trovati addirittura il ministro del turismo israeliano! Sì. Proprio quello che da anni ci sta prendendo in giro appendendo al Muro enormi cartelloni pubblicitari che ironicamente proclamano: “LA PACE SIA CON VOI!”, “PEACE AND LOVE”…
Il ministro in persona. Se penso a quanti sforzi noi betlemiti facciamo da anni per dialogare con intellettuali, medici o scienziati in Israele… Ma nella realtà questo dialogo viene ostacolato continuamente. Per una simile iniziativa, invece, che non aiuta certamente la pace, si muovono i ministri.

Carissimi, ormai sono passati così tanti anni, che non ci scandalizziamo più. Siamo tristemente rassegnati ad assistere solo alla prossima trovata per nascondere al mondo la nostra sofferenza, così come si nascondono sistematicamente alle migliaia di pellegrini che arrivano a Betlemme le condizioni dei suoi cristiani. Eppure anche padre Ibrahim avrà letto il documento Kairos che dichiara che “l’occupazione è un peccato che grida a Dio”, come forse avrà sentito che proprio in questi giorni l’Università Cattolica a pochi metri dal Muro terrà un Convegno proprio sulla resistenza nonviolenta e il Muro; avrà letto le recentissime dichiarazioni riguardo la tomba di Rachele, ritenuta incredibilmente “patrimonio dello Stato di Israele” e di cui Israele si è impossessato nel “silenzio-assenso” del mondo; padre Ibrahim avrà sentito almeno l’eco delle denunce della comunità internazionale all’ultima legge di apartheid del governo israeliano: io, come ogni palestinese che abita nella sua terra, sarò considerato dall’autorità di occupazione semplicemente come un ospite; solo Israele si arrogherà il diritto di decidere se è opportuno che io resti qui o se devo esser deportato ed espulso dalla mia terra!

Carissimi, abbiamo sempre più paura. E come cristiani siamo così profondamente amareggiati, che vorremmo attaccare al Muro, sopra quegli umilianti poster che hanno fatto da sfondo alla maratona degli italiani, le parole che il nostro Papa Benedetto ha gridato proprio da qui esattamente un anno fa, denunciando l’ingiustizia dell’occupazione con quel coraggio che manca a tanti fratelli cattolici in Italia.
Con il cuore ferito, con lo spirito lacerato, mi chiedo cosa possiamo ancora fare per invocare giustizia e mendicare anche dai fratelli cristiani quella pace che, a questo punto, solo Dio potrà donare ai suoi figli.

Un palestinese di Betlemme

Betlemme, 26 aprile 2010

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