Considerazioni sulla questione palestinese in base alla sessione del Tribunale Russell (marzo 2013)

REDAZIONE 1 DICEMBRE 2013

 palestina

di Attilio Cotroneo – novembre 2013

Considerazioni sulla questione palestinese in base alla sessione del Tribunale Russell

(Marzo 2013)

 

Il tribunale Russell fu fondato da Bertrand Russell e Jean Paul Sartre nel 1966 per indagare sui crimini statunitensi in Vietnam. Dal 1974 al 1976 si è occupato dei crimini in Cile, nel 2001 dei diritti umani in psichiatria, nel 2004 dei crimini commessi in Iraq. Dal 2009 al 2012 l’attività del tribunale si è concentrata sulla questione palestinese in sessioni tenutesi a Barcellona, Londra, Città del Capo e New York.

“La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica e sarà duro, ma saprò superare i miei maestri”.

Il mercante di Venezia, Sheakspeare

Affinché la questione palestinese non sia ulteriormente ignorata in tutto l’Occidente, con grave danno per la popolazione di Gaza e Cisgiordania, sono necessarie due strategie. La prima è informare la più ampia fascia possibile di persone sulle reali violazioni dei diritti umani e delle risoluzioni dell’ONU che Israele continua a perpetrare con l’appoggio degli USA e di altri paesi arabi. La seconda è far giungere al mondo arabo, con ogni mezzo disponibile, un messaggio chiaro: in riferimento al popolo palestinese, l’unica opzione possibile, per il mondo occidentale, è quella non violenta.

L’attuale fase di stallo rende di fatto quasi impossibile la nascita di uno stato palestinese,  se non alle condizioni dettate da Israele e dagli USA, giacché in fatto di diritti umani la situazione a Gaza è ben al di là di ogni limite accettabile. Questo stato di miseria e vessazione è conseguenza diretta della violazione della risoluzione dell’ONU che impone il blocco degli insediamenti nei territori occupati e non fa che accrescere la tensione sul versante palestinese. Tutte le azioni di resistenza vengono strumentalizzate per giustificare la violenza militare israeliana nel quadro di una reazione anti-terrorismo. Il Tribunale Russell ha il merito di rendere agevole la conoscenza di violazioni che i media occidentali quasi sempre tacciono

Queste considerazioni sono riflessioni sulla base delle conclusioni del Tribunale ed hanno lo scopo di essere sposate da una partecipazione popolare in Occidente, in modo da sensibilizzare gli organismi politici europei, governativi e non, a sentirsi sollecitati dalla pressione popolare per la soluzione del conflitto palestinese. La nostra ambizione dovrebbe essere duplice: non agevolare la diffusione di un’immagine deviante del mondo arabo in Europa, strumentale a politiche razziste che vorrebbero seminare paure solo per giustificare controllo e sorveglianza, e dare agli Ebrei del mondo, lontani dalla visione sionista più estremista, l’opportunità di dissociarsi in modo ufficiale dalle politiche governative israeliane, reputate offensive per la tradizione ebraica e per la sofferenza storica di questo popolo.

L’Europa dei popoli e non dei governi ha la responsabilità morale dell’indifferenza verso la condizione del popolo palestinese e proprio per questo motivo dovrebbe orientarsi verso l’esercizio di una pressione politica e sociale che solo in Europa può trovare un contraltare all’alleanza USA-Israele. Agire dal basso per rendere evidenti le storture di questa alleanza antidemocratica è un dovere politico cui nessun cittadino dovrebbe sottrarsi.

Quello che i lavori del Tribunale Russell sottolineano con insistenza è che Israele sta agendo in violazione di note risoluzioni dell’ONU e si comporta come un regime di occupazione perseverando in intense e reiterate politicherazziste ormai consolidate. La politica degli insediamenti non fa altro che rendere impossibile la creazione di una entità geografica palestinese compatibile con la libera circolazione delle persone e delle merci. A ciò si unisce il sospeso dramma dei profughi che non viene più neppure menzionato e rischia seriamente di uscire dalla percezione e dalla memoria dell’opinione pubblica.

E’ purtroppo comune avvertire, specialmente in Europa, la facile tendenza ad accusare di antisemitismo chiunque si opponga alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Eppure proprio gli israeliani dovrebbero comprendere quanto qualunque forma di attivismo contro i loro governi sia in sintonia con la loro tradizione storica e con quella degli ebrei di tutto il mondo. Gli effetti devastanti di qualunque ghettizzazione sono noti prima di tutto al popolo ebraico che da sempre ha sofferto persecuzioni e abusi. Agire per liberare gli ebrei di Palestina dall’ignominia di molte violazioni del diritto internazionale che i loro governi compiono, significherebbe aiutare questo popolo a ritrovare il senso della convivenza rigettando qualunque visione militarista della società in cui vivono. Liberarsi dalla paura è il primo passo per dialogare con chi reputiamo diverso da noi e quello che serve adesso è trovare una strada che non detti condizioni unilaterali, ma piuttosto sia volta a trovare un punto di incontro per una soluzione pacifica.

Attirare l’attenzione su quello che accade a Gaza, Cisgiordania e in tutti i territori occupati ha lo scopo di far conoscere come Israele violi ripetutamente e consapevolmente le risoluzioni dell’ONU, le dichiarazioni della Corte Internazionale di Giustizia, di organizzazioni umanitarie e di intellettuali, anche di origini ebraiche, che provano da decenni a fermare le politiche ingiustificabili dei governi israeliani. Su questo si concentra il Tribunale Russell sulla scia della sua tradizione di denuncia.

Molti affermerebbero che il Tribunale non ha valore giuridico ma anche la Corte Internazionale di Giustizia condanna come illegale la costruzione del muro, già definito come uno strumento di espansione e non di difesa. Difesa che non giustificherebbe nemmeno una misura di questo tipo, capace solo di impedire ai palestinesi, tra le altre cose, l’accesso a luoghi santi della loro religione.

La continua negazione al popolo palestinese rifugiato di rientrare in Palestina palesa, oltre a una violazionedeldiritto, il timore israeliano di una pressione demografica crescente sul fronte opposto alla propria visione politica, tuttora basata su una minoranza molto ben armata che controlla la potenziale maggioranza di uno stato unico.

Come il Tribunale fa notare, fino alla fine del 2012 ci sono state risoluzioni ONU che impongono a Israele di ritirarsi dai territori occupati e sono state tutte ignorate con il sostegno degli Stati Uniti. Tra le violazioni israeliane censurate vi è  l’annessione di Gerusalemme. Persino a Gerusalemme Est, a Gaza e in Cisgiordania, che il mondo crede siano territorio interamente palestinese, Israele controlla spazio aereo e marittimo e non pone fine a una presenza insidiosa che continua ad accrescere la tensione in quelle aree. Appoggiare l’ala compiacente dell’Autorità Nazionale Palestinese e condannare Hamas è una parte della strategia, cui si unisce la possibilità di incrementare con l’occupazione quell’estremismo politico che spesso è preso a giustificazione per propagandare al mondo occidentale una continua minaccia terroristica da cui difendersi.

I palestinesi possono accedere solo al 10% delle loro riserve di acqua potabile e questo basta a chiarire quale possa essere l’accesso ad altri beni comuni di prima necessità e a farmaci. Dal 1949 la Convenzione di Ginevra ha vietato le colonie israeliane e le espulsioni palestinesi, dopo la Nakba (catastrofe) del 1948, evento ignorato dalla storia in cui i palestinesi furono sottoposti al rastrellamento e alla pulizia etnica israeliana.

Come accade a Guantanamo dove ci sono detenuti per lungo tempo in attesa di processo e sottoposti a tortura come sospetti terroristi, anche nelle carceri israeliane vengono detenuti palestinesi in regime di detenzione amministrativa prolungata che non garantisce nessun diritto alla difesa.

Ancora oggi la maggior parte delle persone in Occidente non viene informata a dovere per potersi creare una opinione sulla differenza tra i razzi palestinesi lanciati in territorio israeliano e i continui e sproporzionati attacchi militari contro civili palestinesi e contro i campi profughi. La sproporzione tra le forze in campo e l’intensità, durata ed efficacia degli attacchi da entrambe le parti, se fossero ben chiarite, renderebbero subito evidenti due aspetti: chi si comporta da terrorista e chi si difende e quanto risulti comodo a una parte mantenere una condizione di stallo nelle trattative per continuare ad avanzare lentamente sul territorio.

La condizione igienica e sanitaria delle popolazioni di Gaza non consentirà, con questi standard, un regime di vita sostenibile già entro il 2020. Recentemente, il cambio di regime in Egitto, con il colpo di stato militare che ha rovesciato il presidente Morsi, ha reso ancora più complicato l’arrivo di cibo, medicinali e altri beni di prima necessità attraverso tunnel di comunicazione che i cittadini di Gaza adoperavano per sopravvivere e che sono stati allagati con lo scopo di strozzare quasi completamente ogni residuo di resistenza palestinese.

Dal 1967 il 20% della popolazione è stato arrestato (anche 10.000 donne) e a ciò si aggiungono 8.000 minori solo dal 2000. Per quanto si possa pensare che alcuni di essi avessero attentato alla sicurezza del popolo israeliano, molti sono attivisti politici pacifici e comunque uomini e donne che esprimono un dissenso e vengono trattati come prigionieri senza diritti da un regime di occupazione. Gli scioperi della fame denunciano al mondo torture, maltrattamenti, processi non equi, tutti crimini contro l’umanità in un contesto di trasferimenti forzati e arresti di massa.

Molti potrebbero pensare che non sia così perché Israele si deve difendere da attacchi terroristici. Ciò sarebbe soltanto ridicolo se non fosse soprattutto intellettualmente disonesto e compatibile con uno stato di apartheid. Ciò avviene sia a danno dei palestinesi di Gaza sia a danno dei palestinesi residenti in Israele che votano ma che sono privati di diritti fondamentali. A molti parlare di apartheid potrebbe sembrare esagerato ma di fatto ci sono in Palestina due gruppi etnici di cui uno sottomesso ripetutamente dall’altro con metodo militare. La suddivisione sociologica di due entità, percepita come tale dalle popolazioni in questione, acquista valore per il diritto internazionale e legittima la definizione di regime di apartheid da parte di Israele.

Uno dei punti fondamentali dei lavori del Tribunale è che la teoria della difesa israeliana dagli attacchi palestinesi di stampo terroristico è fuorviante per il semplice fatto che negli anni le azioni militari israeliane  si sono accompagnate alla costruzione di un sistema normativo che di fatto pone gli ebrei israeliani in una condizione di totale privilegio rispetto ai palestinesi, con la promozione di un’assoluta politica di “separazione” nell’uso di mezzi e nell’applicazione della legge.

Inoltre la legislazione israeliana è straordinariamente nebulosa in fatto di normative che consentono ai cittadini ebrei di essere eventualmente giudicati con equità da tribunali civili e ai cittadini palestinesi di non avere lo stesso tipo di trattamento. In Sudafrica questo era espressione di una chiara politica, in Israele è abilmente mascherato e parte integrante della propaganda ritrita della necessaria difesa da azioni terroristiche. Israele viola la proibizione internazionale dell’apartheid (art.3), motivo per cui il Comitato di Ginevra ha censurato lo stato ebraico. Nei territori occupati esistono spazi giuridici privilegiati per i coloni con violazione di diritti fondamentali per i palestinesi, come in un qualunque regime di apartheid.

I mezzi di trasporto pubblici dalla Cisgiordania sono riservati, per decisione della società di trasporti israeliana che opera alle dipendenze del ministero dei trasporti, ai soli ebrei. Questo configura un “sociocidio”, termine che per il diritto non esiste come non esisteva quello di genocidio fino al 1948. In questo modo nessuna istituzione politica autonoma può nascere, essendo distrutta l’entità sociale che ne deve costituire fondamento. Contro i beduini del Negev Israele viola la dichiarazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (artt. 25 e segg.), non facendoli tornare nei loro territori dal 1948.

L’aspetto ancor più grave è che la violazione dei diritti descritti è anche di quei paesi che a Israele prestano aiuto e assistenza. Soprattutto gli USA  con il loro appoggio incondizionato dal 1967, i loro aiuti per 115 miliardi di dollari dalla fine della seconda guerra mondiale e i 43 veti opposti a risoluzioni ONU che altrimenti avrebbero messo Israele di fronte alle proprie responsabilità. Il Foreign Military Financing fornisce il 60% dei suoi fondi a Israele. La propaganda attuale comprende la possibilità di non far seguire i fatti alle parole, così mentre gli USA hanno appoggiato in passato risoluzioni ONU contro Israele in merito alla costruzione di colonie, hanno poi fornito appoggio con il veto al momento di prendere provvedimenti in vista delle reiterate violazioni. La Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegittimo il muro di separazione (fatto costruire da Sharon)che funge da confine. Gli USA hanno sempre impedito l’avallo di una risoluzione che imponesse l’abbattimento del muro. Le operazioni militari sproporzionate e illegittime condotte a Gaza per lo più contro civili sono state sostenute dagli USA con la piena consapevolezza dei governi e senza interpellare il popolo statunitense “bombardato”, come quello europeo, da una propaganda mediatica fuorviante. Come se non bastasse, gli USA hanno bloccato l’ingresso della Palestina all’ONU come stato non membro nel 2011, per non riuscirci nel 2013 dopo aver ritentato nel 2012. Questo comportamento che incoraggia e sostiene Israele è in aperta violazione della Convenzione di Ginevra. I responsabili delle violazioni che dovessero recarsi in un altro paese, anche in visita, accertata la violazione, dovrebbero essere deferiti alle Corti: questo non avviene in USA ed in altri paesi europei. Gli atti commessi da Israele nel 2009, con l’operazione Piombo Fuso, sono stati classificati come crimini di guerra. Sfruttare il proprio diritto di veto in relazione a queste violazioni è doppiamente grave, per il ruolo che si ha e per il diritto violato in sé.

L’ONU da parte sua non si è prodigata per applicare le sanzioni conseguenti alle ripetute risoluzioni violate da Israele. Per altri paesi, come Darfur o Libia non è stato così, dimostrando come anche l’applicazione del diritto internazionale, di cui gli organismi deputati dovrebbero essere garanti, non risponde sempre a criteri di uguaglianza. La Corte Penale Internazionale ha il mandato di lottare contro l’impunità. Tranne che per la Palestina. Nel 1948 l’ONU riconosce Israele nonostante questo violasse il principio di autodeterminazione in rapporto al territorio della Palestina, lo stesso non è stato concesso alla Rodesia quando, nel 1967, chiedeva di costituire uno stato indipendente in un territorio che negava il diritto all’autodeterminazione di un territorio a maggioranza nera. Tutto è come nel 1967 e il colonialismo illegale di Israele in Cisgiordania rimane impunito. La Società delle Nazioni si era presa l’impegno di una Palestina indipendente che l’ONU non vuole mantenere. Gli USA ostacolano l’ammissione della Palestina come stato membro effettivo. Noi europei dobbiamo chiederci che senso abbiano i valori fondanti dell’UE se non c’è nessun gesto reale ed incisivo contro un simile abuso? Chi non fa nulla ed inoltre ha rapporti con qualunque occupante, è suo complice davanti alla storia.

Andrebbe rivolto un appello a tutte quelle imprese private che traggono profitti dalla politica di occupazione israeliana e che dovrebbero sentirsi complici di gravi violazioni, affinché una mancata loro collaborazione con Israele possa far risaltare la gravità delle scelte politiche di questo paese. L’Olanda ha avuto il coraggio di perseguire una azienda privata che ha fornito supporto alla costruzione del muro.

Nel Mediterraneo, dove la civiltà che conosciamo è nata, accade questo e altro di cui i media volontariamente tacciono. La Corte Penale Internazionale può essere lo strumento giuridico dove cercare giustizia per quello che i palestinesi subiscono. La Palestina deve sentire l’urgenza di affacciarsi sulla scena internazionale mostrando un volto unito. L’Europa può e deve essere alternativa alla politica di sostegno statunitense, per tradizione e per prospettive che si possano giudicare coerenti, specie in un periodo storico come questo in cui la credibilità viene meno per il forte disagio sociale. La comune sofferenza è il primo passo per la solidarietà ed essere solidali con i palestinesi è il primo dovere di molti popoli europei, specialmente di quelli mediterranei. Fa ben sperare il fatto che l’UE ha deciso di eliminare, dal gennaio 2014, qualunque sostegno a enti israeliani che operano nei territori occupati.

Da pochi giorni la decisione francese di sostenere le posizioni israeliane in merito alla politica nucleare iraniana, non solo dimostra come l’opinione pubblica venga volutamente mal informata su un pericolo che non è realistico, ma come l’attenzione dei popoli europei venga abilmente deviata ancora una volta dall’emergenza della causa palestinese.

Ci sono azioni individuali che hanno pagato un prezzo altissimo per non ignorare la condizione palestinese, ma noi tutti possiamo anche solo fare lo sforzo di essere informati, conoscere la storia e capire quanto ci sia di simile tra la storia dell’apartheid in Sudafrica e la politica di occupazione israeliana.

La questione palestinese ha prodotto solo morte e porvi fine stabilirebbe una differenza tra civiltà e barbarie in uno dei luoghi più sofferenti del mondo.

Non c’è dubbio che le persecuzioni che il popolo ebraico ha subito nei secoli e la tragedia immane del genocidio industriale nazista sono state maestre di durezza. Israele, onorando i morti della Shoa e i tanti prima di loro vittime di persecuzioni razziste, farebbe grande cosa dimostrando di essere capace di spezzare la catena dell’odio, non imitando i suoi carnefici nell’accanirsi contro innocenti e invece dando prova che all’orrore si può rispondere con la civiltà, diventando artefici e faro di pacifica convivenza per il mondo. Se Israele fosse capace di questo farebbe vergognare l’intero Occidente per il suo passato  e ci renderebbe responsabili per il futuro di essere all’altezza di quell’esempio, impedendo che altrove la sopraffazione sia l’unica legge che conta davvero.

Il Tribunale Russell è nato per un dovere civile e per dare voce a ingiustizie che spesso vengono ignorate e celate. Lo scopo di queste riflessioni sul ruolo del Tribunale Russell è sensibilizzare. Pensare che difendere il popolo palestinese non significa desiderare che Israele non esista o sentirsi sopraffatti dal falso senso di colpa di antisemitismo: questa è una strumentalizzazione storica che offende la memoria dell’Olocausto e costituiscela mercificazione mediatica del dramma di un popolo e di un continente. Lo sanno bene quegli ebrei che hanno rispetto per sé stessi e per la loro storia. Oggi ognuno di noi è chiamato a un suo ruolo di onestà, è chiamato a sapere e farsi un’opinione che non sia somministrata, ma libera e orientata alla ricerca della verità. Sempre.

 

 

 

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