Contro la demolizione del villaggio di Khan al Amar

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Contro la demolizione del villaggio di Khan al Amar

Amira Hass, giornalista

Un piccione intrappolato nella mia veranda vetrata mi ha distratta dalla tastiera mentre combattevo con le parole per descrivere la religiosità che alimenta il progetto colonialista. Il povero uccello sbatteva tra i vetri e le zanzariere. Poi le sue ali hanno cominciato a sparpagliare gerani e felci. Infine sono intervenuta e il piccione si è rintanato impauritissimo in un angolo.

Quando finalmente ha trovato la finestra aperta, sono tornata davanti alla tastiera. Mi sono passati per la testa gli articoli che ho da scrivere: uno su un cittadino tedesco di origine palestinese che è stato interrogato con le maniere forti dal Shin Bet appena tornato da un breve viaggio in Giordania; l’altro sul villaggio di Khan al Ahmar: la popolazione, gli avvocati e molti attivisti stanno lottando per scongiurarne la distruzione. Io e la mia tastiera siamo al loro servizio.

Poi m’è caduta l’attenzione su un articolo scritto da un collega su un gruppo musicale israeliano che, neanche a farlo apposta, si chiama The keyboard uprisers, i ribelli della tastiera. Assaf Talmudi, leader del gruppo, parla del modo in cui la musica araba sta assorbendo le armonie occidentali: “L’armonia è come la Coca-Cola, lo zucchero, la farina. La porti nella giungla e la mattina dopo tutti bevono Coca-Cola”. Il solista Ziwar Bahlul aggiunge: “Nella musica araba la tastiera è una straniera”.

Lui, personalmente, non è uno straniero: è un compositore palestinese dall’aspetto hippy che vive nel nord di Israele. E di sicuro non c’è nulla di straniero nel suo accompagnamento con tastiera di cantanti arabi ed ebrei sefarditi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

https://www.internazionale.it/opinione/amira-hass/2018/08/28/khan-al-amar

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