Contrordine: gli americani restano in Siria – di Ugo Tramballi

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11 gennaio 2019 

Ugo Tramballi

La bontà di una diplomazia risiede nelle qualità del paese che la esercita. Una di queste è certamente la potenza militare, o meglio: la capacità di sfruttare il potere deterrente di una forza armata in sostegno della diplomazia, senza sparare un solo colpo di cannone. Un’altra qualità è saper definire e perseguire un interesse nazionale e che questo non sia in contrasto con quello degli alleati. Secondo me, tuttavia, una diplomazia è forte e rispettata soprattutto quando assicura la continuità dei suoi comportamenti e la consistenza degli obiettivi.

Tutta questa accademia per parlare delle ultime di Donald Trump è forse sprecata. “Mi hanno chiesto ancora: ‘possiamo avere un po’ più di tempo?’. No, ho detto: non potete”. E’ il racconto di Trump alle truppe in Iraq che era andato a visitare il giorno di Natale. Il presidente spiegava che dopo avere ordinato il ritiro dalla Siria, i suoi generali avevano chiesto di restare di più per valutare gli effetti della partenza e per “finire il lavoro” che Trump – unico al mondo- pretendeva fosse invece già finito. Cioè la sconfitta definitiva dell’Isis.

Qualche giorno più tardi alla Casa Bianca, a chi gli ricordava che il ritiro avrebbe avvantaggiato l’Iran, Trump aveva reagito di scatto con una risposta surreale, dato che si parlava del paese contro il quale aveva stracciato l’accordo sul nucleare: gli iraniani “possono fare quel che vogliono” in Siria.

Comprensibilmente, russi, turchi e iraniani avevano incominciato ad accordarsi sulla spartizione del vuoto lasciato dagli americani. Baciato dalla fortuna dopo aver dato, lui, il bacio della morte a una parte del suo stesso popolo, Bashar Assad già sognava la riconquista di tutta la Siria. Il più eccitato era comunque il turco Erdogan che aveva subito ammassato le truppe al confine per attaccare i curdi, presto senza la protezione americana. Per lui i terroristi non sono quelli del califfato ma i curdi. Sul cancro dell’Isis e la sua metastasi tutti sono responsabili. Ma i turchi più degli altri: per i loro interessi hanno sfruttato lo stato islamico come la mafia fa con il mercato della droga.

In realtà anche prima di spiegare ai soldati in Iraq il no ai generali sulla Siria, nella pioggia dei suoi tweet Trump aveva scritto “stiamo uscendo ma…non fino a che l’Isis sarà scomparsa”. E’ temporalmente quantificabile quanto occorre per sradicare quell’organizzazione terroristica dalla Siria? Francamente no. Il senatore repubblicano del South Carolina Lindsey Graham, senza l’appoggio del quale Trump non potrà ricandidarsi per un secondo mandato presidenziale, ha ricordato che “ci sono tre cose che dobbiamo realizzare come parte di un ritiro: che i curdi non siano massacrati, che l’Isis non torni quando ce ne saremo andati, che l’Iran non sia il principale vincitore”.  Il nuovo calendario del ritiro – ufficioso perché nel vocabolario di Trump non esistono cose come “scusate, mi sono sbagliato” – prevede quattro mesi. Ma se il programma di Graham è quello che conta, i mesi diventeranno anni.

In linea di principio non è nell’interesse degli Stati Uniti. Fra due anni neanche un nuovo presidente democratico potrà prescindere da una realtà che Trump ha solo amplificato: la crescente riluttanza americana di governare il mondo. In assistenza economica e militare gli Stati Uniti spendono 50 miliardi di dollari l’anno. Venti nel Grande Medio Oriente (dal Maghreb all’Afghanistan), 12 nell’Africa sub sahariana, solo 2 in America Latina e meno della metà in Salvador, Guatemala e Honduras dai quali arriva la maggioranza dei migranti.

In linea di principio, dunque, non è sbagliato ridurre la presenza in Medio Oriente; come non lo è mettere in discussione lo squilibrio commerciale con la Cina, cercare un accordo con la Corea del Nord, chiedere agli alleati asiatici e della Nato di contribuire un po’ di più alla sicurezza collettiva. Ma Donald Trump è inadeguato al compito. L’ineluttabile “ridispiegamento” americano nel mondo per lui è diventato il rifiuto dei trattati; gli alleati si sentono minacciati e gli avversari esortati a osare pericolosamente. In Russia c’è un presidente che ha annunciato testualmente di aver regalato al suo popolo per capodanno un super-missile nucleare invincibile, invisibile, inaffondabile. Che uso pensate voglia fare del suo priapismo militare e geopolitico, con un presidente come Donald Trump alla guida degli Stati Uniti?

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

 

 

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