Copertura Gaza, sotto gli insulti: giornalista, non starò in silenzio

Genocidio a Gaza News – 8/12/2012

Maram, dans une classe d’école (Caroline Bourgeret)

Di Caroline Bourgeret – Giornalista – 3 Dicembre 2012

(Da Gaza) Il cessate il fuoco è in vigore da più di tre giorni. Gli ultimi giornalisti sono partiti questa mattina, ho tutto l’hotel per me. E ‘un po’ inquietante. Le notizie si sono spostate. Gli occhi sono altrove. Gaza torna alla sua quotidianità e il sentirsi “fuori dal mondo” improvvisamente si avverte.

Mi ritrovo da sola nel mio letto, con Twitter e i messaggi di Facebook e piovono messaggi di incoraggiamento, ma anche insulti. Sento il mare, le onde hanno colpito duramente questa mattina. Non fa caldo e rimango sotto il mio piumone, perché la mia finestra è esplosa nel bombardamento della strada fuori dall’hotel il Martedì. Hanno messo il cellophane ma non è molto efficace contro il freddo.
Le critiche sono molteplici. Si comincia per “mancanza di imparzialità”, perché ho postato una foto di una classe in cui piccole sedie sono rimaste vuote ieri mattina. E si va alle accuse di persone che mi chiamano “il portavoce di Hamas.”
Dovrebbe farmi ridere. Ma io sono esausta, e non mi fa ridere.

Caos sulle pareti, sui corpi… 
Sono qui da una settimana, e io sogno semplicemente una doccia d’acqua dolce. Ma io sono a Gaza, e in questa parte della città, l’acqua del rubinetto è molto salata. E’ qualcosa di simpatico. Non c’è elettricità, solo in modo intermittente.
Passo molto tempo al centro oggi. La vita ha ripreso. Regolarmente incrociamo cumuli di rovine. Crateri a volte così profondi che l’intero edificio vi è scomparso dentro. Il punto in comune tra Gaza e l’India è il numero di storpi che mendicano.
Prelevo del denaro dalla banca, vedo un uomo seduto sul pavimento, entrambe le gambe amputate. Un vecchio. Ferito in un bombardamento israeliano tempo fa. Ce ne sono decine per le strade. Le devastazioni delle offensive israeliane sono ovunque. All’interno delle mura, sui corpi, nella menti e nei cuori.

Prendo un caffè e uno schiaffo
Prendo un caffè con un giovane rapper, del quale mi hanno dato il contatto a Beirut (Libano). Mi racconta fino a che punto è diventato pazzo per non potersi muovere:
“Tu guidi al massimo venti minuti verso nord, mezz’ora verso sud, e un quarto d’ora verso est, se sei fortunato ci sono ingorghi. “
Il viaggio su strada che svuota la testa, non esiste più a Gaza. Antara ha viaggiato in Europa per dei concerti. Ma non gli interessa più veramente. E’ agli arabi che vuole indirizzare la sua musica.
“Sono loro che devono dare la priorità a sostenerci.”
Come possono voler restare qui? Lui e gli altri musicisti fanno parte della categoria di Gazawi che non avrebbe troppe difficoltà ad ottenere i visti per l’emigrazione. Ma questo giovane, come il piccolo cyberactivist incontrato un’ora più tardi, dicono la stessa cosa:
“Il mio posto è qui con la mia gente. E’ mio dovere portare una pietra per l’edificio della lotta del nostro popolo.”
Prendo uno schiaffo. Mai, da nessuna parte ho visto tanto coraggio. Vecchi, giovani, donne, uomini, bambini. Ognuno è coraggioso.
C’è un tassista, Mohammed, che mi porta da Rana. Si inizia una conversazione per scoprire quello che sto facendo ancora lì. Mi dice che proviene da Betlemme, in Cisgiordania. Tutta la sua famiglia è lì. I suoi genitori, i suoi fratelli, sua moglie e i loro tre figli. Lui non li vede più dal 2002: “E così, per due volte, al valico di Erez, ma i soldati ci hanno dato un’ora. ‘

Tre piccole cose che io non dimenticherò
Leggendo i testi di Rana su Internet, mi sono immaginata qualcuno più adulto. In realtà è una piccola cucciola di 21 anni – ma che ha l’aria di averne 15 – che mi apre la porta. Felpa con cappuccio, faccia da bambina, 40 kg circa. Gli occhi infossati. Lì c’è anche suo padre. Lui è un chirurgo dell’ospedale di Shifa. Colgo l’occasione per chiedere di nuovo del ragazzo di 11 anni, Mohamad, che avevo fotografato un paio di giorni fa, in terapia intensiva. Ferite alla testa. Lo stesso per suo cugino e sua cugina.
Non dimenticherò mai quei tre piccoli esseri in coma, distesi sul letto uno accanto all’altro. Il dottore dice che farà quanto più possibile, ma non è possibile sapere se si sveglieranno da quello stato, per il momento.
Ed infine, passo dall’ospedale in serata per scoprire che Fouad e sua sorella sono stati trasferiti in Egitto. I loro casi erano troppo gravi. Mohamad ha ripreso conoscenza.
Rana mi racconta la sua vita per due ore. I libri di Noam Chomsky e Ilan Pape li porta con sè, poichè a Gaza sono introvabili: “I libri, questi non sono davvero una priorità quando si utilizzano i tunnel sotterranei per il contrabbando di materiali da costruzione e le medicine.”

Rana non odia gli israeliani

 Parla degli israeliani. Afferma che non li odia. Quello che fa la differenza dentro il governo è: quelli che lo seguono da un lato, e quelli che sono a conoscenza dei diritti violati dei palestinesi dall’altro. Sogna un unico Stato con Gerusalemme come capitale.

Antara, il rapper, come in un sogno.
“Ma resterà un sogno. Immaginare di vivere insieme non è più possibile. Non è necessariamente una vendetta.”

Nessuno dei due è praticante religioso. Non sono in realtà fans di Hamas. Antara è anche stato arrestato più volte per aver composto pezzi critici nei loro riguardi.
Ma da dopo la guerra, hanno solo una parola in bocca: Rispetto. Antara pensa che nessun governo li ha difesi molto bene fino ad ora. Lo stesso vale per Rana. Sostegno incondizionato alla resistenza.

La sua versione della sequenza del conflitto
Lei è furiosa contro i media “mainstream” come dice lei. Non le piace il termine “media occidentali”, lo trova riduttivo. “Molti media arabi sono su questa linea.” Lei sottolinea la vera sequenza degli eventi di questo conflitto:
“Tutti i media dicono che la guerra è iniziata con l’assassinio di Ahmed al-Jaabari, un leader di Hamas, il 14 novembre.
In realtà, l’esercito israeliano ha bombardato un campo di calcio l’8 novembre, nei pressi del confine, a Khan Younis. Un ragazzo stava giocando con i suoi amici ed è morto, aveva 13 anni.
Per ritorsione, il Fronte Popolare per la Palestina (FPLP) ha sparato due razzi. Hamas ha negoziato un cessate il fuoco attraverso l’Egitto, Israele l’ha rotto uccidendo uno dei loro leader una settimana più tardi.”
Rana pensa ancora che i palestinesi come gli aggressori non affrontano mai la vera sequenza degli eventi.
Ha trascorso la guerra a realizzare quello che vedeva sui social network e registrare il suono dei bombardamenti intorno a lei.
Mi ha mostrato la sua stanza. Tutto è rosa. Lei si affretta a dirmi che odia la decorazione. “Non sono più una ragazzina.” Questo è sicuro, questa non è più una ragazzina.
I bambini di Gaza si muovono come tutti i bambini del mondo, ma hanno negli occhi gli orrori che danno duri colpi al cuore.
Scorro le foto scattate questa settimana.
L’occhio cade sul foglio lanciato dagli aerei israeliani sulla Striscia di Gaza settentrionale due giorni prima del cessate il fuoco. Un messaggio che ordina alla popolazione del nord a fuggire verso il centro della città di Gaza, “per la sua sicurezza”.

Bambina: “Lasciami venire con te”.
Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case in pochi minuti, senza prendere niente con loro. La maggior parte si sono rifugiati nelle scuole delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA).
All’arrivo nel cortile di una di queste, scopro il caos assoluto: 2000 persone stipate in gruppi di 60 per ogni classe. Un numero impressionante di bambini.
Un terzo della popolazione è sotto i 18 anni a Gaza. In una delle aule, Maram, una bambina di 3 o 4 anni, mi è saltata in braccio stringendomi così forte che quasi mi fa perdere l’equilibrio. Continuava a ripetere nel mio orecchio in arabo: “Lasciami venire con te.” Ci sono volute letteralmente le lacrime di sua madre.
Tutte queste persone sono profughi della città, che è stata poi bombardata durante la notte, più violentemente che mai.
E’ stato questa notte che la strada del nostro hotel è stata bombardata. Dopo diversi missili caduti agli uffici stampa, quasi tutti i giornalisti si erano riuniti in due alberghi lungo il mare, vicino al porto. Un proiettile era caduto davanti, proprio tra i due, a una quindicina di metri.
Tutte le finestre dell’albergo sono esplose e stasera io dormo ancora vicino ad una finestra in cellophane. È noto che la precisione di raid israeliani è infallibile.
Questa volta, hanno deciso di colpire un terreno abbandonato vicino a dove vivo, nel quale avevo fatto una diretta un paio d’ore prima. Inutile dire che i non combattenti di Hamas si erano riuniti in questa posizione quando la bomba è caduta, causando a tutti un arresto cardiaco.

“Nessun giornalista legittimo”
Il giorno dopo, a un angolo di una strada, mi sono imbattuta in quello che era rimasto della vettura dei due giornalisti palestinesi della TV Al-Aqsa. Sono in tre ad aver visto due diversi raid.
Hussam Mohammed Salama, 30 anni. Mahmoud Ali al-Koumi, 29 anni. Due cameraman che si stavano recando all’ospedale di Gaza per filmare l’arrivo dei feriti dopo un bombardamento israeliano. Quello era il loro crimine?
Mousa Mohammed Abu Eisha, 24 anni, meno di un’ora dopo, morto anche lui.
Ah, loro non hanno dovuto soffrire. Guardando la foto della carcassa bruciata della Jeep, ripenso alle spiegazioni fornite da parte dell’esercito israeliano
“Non erano giornalisti legittimi.”
Nessuno si ferma su questa affermazione? Questi due giovani uomini lavoravano per la televisione vicina ad Hamas, naturalmente. Ma se il mondo si è offeso per esempio per l’assassinio di Samir Kassir in Libano, che era anche un giornalista militante, perché non si tiene conto delle stesse grida di protesta su ciò che succede qui? Qual è la linea rossa? Qual è il prossimo passo? Scrivere e parlare ad alta voce può causare la mia morte se ho la disgrazia di dispiacere allo Stato di Israele?
La maggioranza delle televisioni straniere per presentare il conflitto hanno bisogno di servizi tecnici e umani in loco. Le società di produzione sono costituite da gruppi di palestinesi di Gaza. Sono in grado di attestare la loro professionalità nelle ore più buie.
Questi produttori, giornalisti convertiti in “fixeur” (intermediari) per l’occasione, cameraman, tecnici del suono, editori, non si meritano lo stesso rispetto di noi, giornalisti occidentali? Lavorano a Gaza, perché vivono lì, volenti o nolenti. Le morti che vengono filmate, le filmano loro. Chi ha rimosso il diritto di fare il loro lavoro?

Il mio lavoro non è piaciuto a tutto il mondo
Il mio lavoro non è piaciuto a tutti. I miei critici mi chiedono di dare “informazioni reali” su Gaza. Ma che cosa vuol dire “vera informazione”? Non ho mentito, non ho inventato. Se la descrizione della vita a Gaza è così schiacciante per Israele, che cosa posso fare? Devo alterare la realtà per renderli felici? Per quella parte del mondo occidentale sentire quello che vuole sentirsi dire?
Dire che le condizioni di vita a Gaza sono insostenibili e disumane non è giudizio, né presa di parte. Questo è un fatto. Non ho incontrato tutte le persone di Gaza. Ma di tutti coloro a cui ho parlato, nessuno poteva raccontare la sua vita senza una tragedia legata agli interventi del governo israeliano. Nessuno.
Se un giornalista qualunque, venuto a Gaza, può pretendere il contrario, sono ben disposta a sentire un discorso diverso dal mio. Qualcuno mi deve dimostrare che a Gaza, non ci sono famiglie lacerate da un blocco, migliaia di donne e bambini morti sotto le bombe, contadini espropriati delle loro terre, ospedali senza mezzi, rifugiati di tre o quattro generazioni.

Io sono pagata per i vostri occhi, le vostre orecchie
Copertura Gaza, si trova a dover combattere per il suo lavoro. Tutte le informazioni uscite da qui sono state immediatamente messe in discussione. Perché quello viene da Gaza. Che Gaza è un’onta per l’umanità, ma i responsabili di questa situazione sono forti e la verità resa pubblica crea imbarazzo.
I governi occidentali invocano i diritti umani quando gli fa comodo.
Ad una pretesa obiettività asettica ed ipocrita, io preferisco l’onestà nuda, nuda e cruda e umana. Sono pagata per i vostri occhi e le vostre orecchie, là dove voi non potete essere. E ‘colpa mia se la realtà che vi riporto va contro certi programmi politici?
Sono cresciuta in una società in cui la libertà di stampa è sacra e non si sceglie di fare questo lavoro per abdicare ogni giorno davanti alle intimidazioni, qualunque esse siano.

Se per rimanere un giornalista “legittimo”, è necessario falsificare la realtà, allora inizierò con orgoglio una carriera nel giornalismo illegittimo. Non starò in silenzio.

 

Fonte: http://www.rue89.com/2012/12/03/couvrir-gaza-sous-les-insultes-je-ne-me-tairai-pas-237525

-jasmine-

Des enfants réfugiés auprès de l’UNRWA (Caroline Bourgeret)

La chaise vide, dans une école de Gaza (Caroline Bourgeret)

Des enfants jouent dans des ruines (Caroline Bourgeret)

Un des immeuble touchés, où se trouvait notamment la société de production avec laquelle moi et de nombreux autres journalistes français ont travaillé (Caroline Bourgeret)

 

© Agenzia stampa Infopal
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