Coronavirus in Africa: cosa rischiano i debitori della Cina

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tratto da: NENA NEWS

23 mar 2020

I casi di Sudafrica, Etiopia e Kenya, privi di una sanità in grado di affrontare la pandemia e pesantemente indebitati con la Repubblica popolare cinese, che da anni costruisce infrastrutture e lega a sé le leadership locali

(Fonte: africanews.com)

(Fonte: africanews.com)

di Alessandra Mincone

Roma, 23 marzo 2020, Nena News – Il grande allarme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, in merito alla pandemia da Covid-19 è arrivato in Africa. Nonostante non si registrino, ufficialmente, dei numeri allarmanti di contagio, il coronavirus potrebbe destabilizzare la crescita sociale di molti paesi africani, oltre che diventare il prossimo flagello di salute nella maggior parte delle regioni, quasi tutte impreparate dal punto di vista della ricerca medica e degli strumenti sanitari.

Già nel mese di gennaio, numerose compagnie africane avevano sospeso la maggior parte dei voli aerei, da e verso numerose città della Cina; tra le eccezioni l’Etiopia, che ha bloccato i voli sono verso la fine di febbraio dopo sei casi risultati positivi al tampone.

Mentre il primo paese ad attuare misure di prevenzione è stato il Kenya, con la piattaforma tecnologica “Leap”, lanciando a gennaio una campagna di formazione e informazione sanitaria, rivolgendosi agli operatori e 3,5 milioni di membri di famiglie interessate. A oggi in Kenya si sono registrati 15 casi di Covid-19 in totale, mentre in Etiopia 9 casi.

Ma il paese che oggi vede un pericoloso aumento dei contagi è il Sudafrica, che se il 16 marzo registrava oltre 50 casi positivi al test del Covid-19, il 22 marzo ne ha contati 275. La nazione più colpita del continente proprio agli inizi di marzo ha venduto all’Italia quasi un milione di mascherine, mentre le misure adottate questa settimana dalla Repubblica del Sudafrica per gestire il contagio prevedono la chiusura delle scuole, la revoca del visto per viaggiare nelle zone maggiormente contagiate e la disposizione ad evitare raggruppamenti di oltre 100 persone.

Assenti per ora le misure di sospensione del lavoro e delle esportazioni, nonostante la nota comunicata dal direttore commerciale di LCL Logistics Avril de Villiers, dove annunciava la chiusura del Terminal Polivalente del Porto di Cape Town: “c’è una grande spinta a operare elettronicamente nel settore marittimo”.

Ma il rischio più grande per il Sudafrica è provocato dalla difficoltà di accedere ad un servizio sanitario adeguato, a cui oggi si rivolge quasi l’85% della popolazione e dove il personale sanitario impiegato è composto a malapena dal 30% del totale, contro il 70% che lavora nel settore privato.

L’epidemia da Covid-19 andrebbe a sfiancare un paese già estremamente fragile: basti pensare che il 17% della popolazione è infetta da Hiv e che nonostante gli aiuti internazionali degli ultimi anni per contrastare l’Aids, si stimano ancora sei milioni di abitanti esclusi dalle terapie. Come se non bastasse il Sudafrica è lo scenario di una delle peggiori epidemie di tubercolosi al mondo, con un’incidenza che nel 2012 coinvolgeva 950 casi per 100mila persone.

Terreno fertile per queste malattie, sono le pessime condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di acqua potabile, oltre alla smisurata povertà che colpisce più di 10 milioni di persone, costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno, con la conseguenza che ancora oggi, nel 2020 i dati sui decessi per malnutrizione sono di 27.8 morti per 1000 bambini al di sotto di un anno.

Vale la pena sottolineare che nonostante le emergenze sociali in cui versa il Sudafrica, esso si fa portavoce dell’Africa nei gruppi G20 e Brics. Proprio con la Cina, sede del ceppo originario del coronavirus, vanta un ruolo privilegiato di partnership dal 2000 e nel 2010 ha proclamato la nazione più popolosa del mondo la sua prima partner commerciale, grazie agli ingenti finanziamenti e prestiti ricevuti per il contrasto alla povertà e la costruzione di infrastrutture.

Ma lo Stato Cinese quali interessi ha tratto dagli innumerevoli investimenti e prestiti in Africa? E soprattutto quali saranno le ricadute degli stati più indebitati con la Cina, che hanno dovuto chiudere le frontiere per scongiurare il dramma di un’epidemia che in Africa non avrebbe eguali?

Secondo i dati forniti dal Ministero del commercio di Pechino, “nel 2018 il totale del commercio cinese in Africa ammontava a 204 miliardi di dollari”. La Cina ha vincolato tutte le infrastrutture prodotte di tasca propria in Africa, ampliando il progetto strategico di scambi commerciali “Nuova Via della Seta” e garantendosi così degli appoggi nelle Nazioni Unite sulle discussioni geo-politiche contro l’Ue e gli Usa.

L’epidemia del coronavirus in Africa non solo potrebbe rivelarsi tragica considerando l’ampia densità di popolazione e povertà del continente, ma per altro verso richiedere gli aiuti internazionali potrebbe ridurre alcune regioni profondamente indebitate a diventare ufficialmente colonie asiatiche: è proprio il caso del Kenya e dell’Etiopia, tra i maggiori creditori della Cina.

Il Kenya dopo l’ultimo prestito del 2019 e l’ipoteca internazionale sul Porto di Mombasa (scalo marittimo tra i più importanti dell’Africa), per la costruzione della linea ferroviaria di scambio merci da Nairobi a Mombasa, ha un debito verso la Cina di 6,2 miliardi di dollari.

Alcune riviste e siti on-line, hanno dato spazio a episodi di razzismo anti-cinese, in particolare pubblicando alcuni video dove dei cinesi venivano aggrediti verbalmente. Tale isteria non poteva che aggiungersi al senso comune di rabbia che la popolazione vive con lo sviluppo imperialista della Cina, che non sortisce alcuna riduzione della povertà, tant’è vero che gli investimenti nella sanità non superano il 4% della spesa pubblica e che l’accesso agli ospedali e alle terapie è più facilitato per una ristretta classe politica, incolpata anch’essa di speculare indisturbata sui fondi esteri destinati a manovre anti-povertà.

Peggio per l’Etiopia, il cui debito ammontava nel 2018 a 12,1 miliardi di dollari e che è servito ad esempio per costruire la struttura stradale urbana della capitale, Addis Abeba, e per la ferrovia che collega l’Etiopia e Gibuti, che non a caso è la sede di difesa degli interessi commerciali cinesi con la prima base militare permanente su un territorio estero. Proprio il 5 febbraio 2020, il primo ministro Abyi ha inaugurato una diga idroelettrica costruita da imprese cinesi e costata altri 451 milioni.

Rispetto invece alla sanità, anche l’Etiopia come il Kenya non supera il 4% di spesa pubblica. Si vive un peggioramento delle condizioni della popolazione del 70% sia nelle aree urbane che rurali, e nel 2020 malattie come epatite A, tifo, rabbia, meningite e malaria non sono per niente estirpate.

Insomma, ai tempi dell’epidemia globale, il mondo che corre per il capitale ci appare più incerto che mai. Ma purtroppo nulla ancora fa pensare che, una volta scongiurata la pandemia, gli stessi poteri che muovono lo sviluppo invertiranno la rotta della ricchezza privata per la ricerca, per il benessere dell’individuo e soprattutto, per il diritto all’esistenza dignitosa delle comunità e dei popoli più fragili. Nena News

 

http://nena-news.it/coronavirus-in-africa-cosa-rischiano-i-debitori-della-cina/

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