CORTEGGIARE IL SUD DEL MONDO

di Ramzy Baroud

21 settembre  2017

C’è una grande ironia nel fatto che Israele stia cercando un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (UNSC).

Fin dalla sua fondazione sulle rovine delle città e dei villaggi israeliani nel 1948, Israele ha avuto la relazione più precaria con il più grande organismo internazionale del mondo.

Ha disperatamente cercato di essere legittimato dall’ONU, e contemporaneamente ha fatto tutto il possibile per delegittimare l’ONU.

In seguito a una risoluzione presa al Consiglio dell’ONU per i Diritti Umani (UNHRC) nel marzo 2014 la quale condanna le violazioni di Israele dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha accusato l’ONU di essere ‘assurdo’.

Ha promesso di “continuare e denunciare e a rivelare” la “processione di ipocrisia” dell’ONU.

Da molti anni, i leader e i funzionari di governo di Israele hanno preso l’abitudine di indebolire l’ONU e i suoi vari organismi e, con l’aiuto incondizionato da parte di Washington, hanno abitualmente ignorato le numerose risoluzioni dell’ONU riguardanti l’occupazione illegale della Palestina.

In una certa misura, la strategia di Israele – di usare e abusare dell’ONU – ha funzionato. Con i veti degli Stati Uniti che hanno bloccato qualsiasi tentativo dell’ONU di fare pressione su Israele per porre fine alla sua occupazione militare e alle sue violazioni dei diritti umani, Israele non aveva nessuna fretta di rispettare la legge internazionale.

Due avvenimenti importanti hanno, però, costretto Israele a un ripensamento.

Primo, nel dicembre 2016 gli Stati Uniti si sono astenuti dal votare una risoluzione dell’ONU che condannava le attività negli insediamenti illegali di Israele, nei Territori Palestinesi Occupati.

Interrompendo una tradizione di decenni di proteggere Israele da qualsiasi censura internazionale, è sembrato che perfino la lealtà in apparenza eterna di Washington a Tel Aviv, fosse incerta.

Secondo, la crescita del movimento a guida palestinese denominato: Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha iniziato a cambiare le dinamiche della politica internazionale riguardanti l’occupazione di Israele.

Il movimento, iniziato come appello della società civile palestinese a considerare Israele colpevole delle sue violazioni dei diritti umani palestinesi, è cresciuto rapidamente per diventare un movimento globale. Centinaia di gruppi locali del BDS si sono moltiplicati in tutto il mondo, e vi partecipano artisti, accademici, membri dei sindacati e politici eletti.

Nel giro di pochi anni, il movimento BDS  è diventato  un serio strumento di pressione, usato per denunciare l’occupazione israeliana e chiedere giustizia per il popolo palestinese.

L’UNHRC vi è rapidamente entrata, dichiarando la sua intenzione di distribuire una lista dove esporre i nomi delle società che devono essere boicottate perché operano negli insediamenti illegali israeliani.

Gli sforzi del gruppo per i diritti umani si sono sommati alle ripetute condanne delle violazioni dei diritti umani compiute da Israele, come documentato dall’agenzia culturale dell’ONU, cioè l’UNESCO.

Questo ha significato che gli organismi dell’ONU che non permettono ai membri il diritto di veto.

Le azioni dell’UNHRC e dell’UNESCO hanno incoraggiato una decisa campagna israelo-americana per delegittimarli.

Fin dall’avvento al potere dell’Amministrazione di Donald Trump, e col l’aiuto della sua ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, Washington ha dichiarato guerra contro l’ONU, usando l’intimidazione e le minacce  di rifiuto dei finanziamenti.

L’UNESCO ha insistito sulla sua posizione, malgrado il taglio dei finanziamenti. Nel frattempo, l’UNHRC ha deciso di acconsentire alla pubblicazione della lista delle società, anche se gli Stati Uniti minacciano di uscire del tutto dall’organismo per i diritti umani.

Secondo il canale TV 2 di Israele, la lista comprende la Coca-Cola, TripAdvisor, Airbnb, Priceline and Caterpillar; comprende inoltre delle compagnie nazionali israeliane e due grosse banche.

I funzionari israeliani si sono infuriati. La vice ministro Tzipi Hotovely ha accusato che “L’Onu sta giocando con il fuoco”, minacciando che tale iniziativa causerà ulteriori perdite per il bilancio dell’ONU.

La Hotovely ha anche dichiarato che gli Stati Uniti e Israele stanno operando insieme per dare inizio a una ‘rivoluzione’ al Consiglio per i Diritti Umani, per mezzo di un ‘piano di azione’ congiunto.

Dei segnali di questa ‘rivoluzione’ stranamente definita così, sono già evidenti. A parte aver bloccato finanziariamente gli organismo dell’ONU, Israele sta facendo pressioni su alcuni paesi nel Sud del mondo che hanno tradizionalmente manifestato solidarietà con i Palestinesi, per via dei comuni legami storici di oppressione straniera e di lotte anti-coloniali.

Netanyahu aveva appena concluso un viaggio in America Latina, considerato il primo fatto da un primo ministro israeliano in carica. Nell’ultima tappa del suo viaggio in Messico, si è offerto di “sviluppare l’America Latina.’

Naturalmente, il prezzo per i paesi latino-americani è di appoggiare l’occupazione di Israele  della Palestina e di chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani in quel  paese.

L’ironia che, fortunatamente non è sfuggita a tutti, è che lo scorso gennaio Netanyahu aveva dichiarato il suo appoggio alla promessa di Trump di  costruire un muro  al confine tra Stati Uniti e Messico e di costringere il Messico a pagarlo.

Resta da vedere in che modo gli sforzi di Israele convinceranno l’America Latina a passare dalla parte di Israele, considerando il terribile “curriculum” di quest’ultimo di sostegno a regimi fascisti e di eversione della democrazia.

Nella campagna del Primo Ministro israeliano per accattivarsi simpatie, è stata programmata in ottobre per includere anche il Togo, e farlo partecipare al Summit di Israele e Africa. Grazie agli sforzi di Sudafrica, Marocco, tra gli altri paesi, il summit è stato cancellato a causa del fatto che oltre metà dei paesi africani stavano programmando di boicottarlo. Questa battuta d’arresto deve essere stata un grosso imbarazzo diplomatico per Netanyahu che ha fatto della diplomazia africana un pilastro nella sua politica estera. Lo scorso giugno, Netanyahu ha visitato ’Uganda, il Kenya, l’Etiopia, la Tanzania e il Ruanda. E’ stato accompagnato da una vasta delegazione di dirigenti di imprese. All’inizio di giugno ha promesso ai leader africani al summit della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) in Liberia, per rifornirli di tecnologia agricola che dovrebbe prevenire le siccità e la scarsità di cibo.

Il prezzo? Secondo l’Agenzia di stampa Africana (ANA), “la tecnologia di Israele risolverebbe i problemi più urgenti dell’Africa –fino a quando le nazioni africane  si  oppongono alle risoluzioni dell’ONU che sono critiche riguardo all’occupazione della Palestina da parte di Israele.”

Non tutti i leader africani hanno permesso di farsi manipolare da Tel Aviv.

La tattica di Israele sta però diventando più definita e coraggiosa. Lo scopo di Tel Aviv è di minare l’appoggio per i palestinesi all’Assemblea Generale dell’ONU, e di sabotare l’operato degli organismi dell’ONU che esistono al di fuori del settore del potere degli Stati Uniti.

Nel frattempo, vuole anche assicurarsi un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La supposizione è che, con l’aiuto di Nikki  Haley (Rappresentante permanente per gli Stati Uniti d’America alle Nazioni Unite, n.d.t.) all’ONU, questa possibilità non sia improbabile.

Oltre ai cinque membri permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con  diritto di veto, dieci paesi  membri  vengono eletti su base biennale.  La campagna di Israele per guadagnarsi simpatie in America Latina, in Africa e in Asia è intesa ad assicurare il voto necessario a garantirgli un seggio nel periodo 2019-2020.

Il voto ci sarà l’anno prossimo, e Israele prenderà posizione  contro la Germania e il Belgio.

La strategia di Israele di elevare il suo status all’ONU può anche essere vista come un’ammissione del fallimento del comportamento antagonistico di Tel Aviv. Se, tuttavia, Israele otterrà quel seggio è probabile che usi la nuova posizione per rafforzare la sua occupazione della Palestina, invece di aderire alla legge internazionale.

E’ una sfortuna che gli Arabi e l’Autorità Palestinese si stiano rendendo conto di questa realtà alquanto tardi.  Israele ha complottato per anni per arrivare a questo momento – fin dal 2005  quando Ariel Sharon aveva la carica di primo ministro, e tuttavia l’AP soltanto ora sta chiedendo una strategia alla Lega Araba per impedire che Israele raggiunga quella posizione influente.

Ciò su cui, al momento, contano i palestinesi è l’appoggio storico esistente che hanno tra molti paesi di tutto il mondo, specialmente nel sud.

La maggior parte di queste nazioni ha sperimentato la colonizzazione, l’occupazione militare e hanno avuto le loro lotte di liberazione costose e dolorose. Non dovrebbero permettere a un regime colonialista di fare parte dell’ONU, ostacolando la legge internazionale e allo stesso tempo facendo  prediche al mondo sulla democrazia e i diritti umani.

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California. Visitate il suo sito web: www.ramzybaroud.net.

Nella foto: Uno dei cartelli antisemiti con  i quali un gruppo di attivisti anti-israeliani ha tappezzato Buenos Aires per protestare contro la visita di Netanyahu. La scritta dice : “Fuori i sionisti dalla Palestina”.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/courting-the-global-south

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

Corteggiare il sud del mondo

http://znetitaly.altervista.org/art/23194

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