Cosa ho imparato?

Sabato 18 Maggio 2013 11:11  Palestina/Israele

Il contenuto di questo brano vorrei che sgorgasse direttamente dal cuore, senza troppi ragionamenti, pensieri, preoccupazioni, nervosismi.
Vorrei mettere in queste parole un anno e mezzo di vita, di incontri, di sorrisi, di paure, di frustrazioni, di gioie. Vorrei, ma non posso, perché è difficile fare sintesi di se stessi, è difficile rileggere obiettivamente la nostra anima.

L’artista non può giudicare la sua opera.
Parlerò quindi di voi, viandanti che ho incrociato sul cammino, perché in voi si riflette il mio bene e il mio male.

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Ho imparato a non giudicare la critica, verso me stesso, verso gli altri. Ho imparato da un palestinese frustrato per l’ennesima umiliazione subita dai coloni israeliani ad accettare le sue parole dure nei nostri confronti, nei miei confronti. Ho rivisto nella sua voce spezzata dall’emozione, tutta una lunga vita di abusi. Ho rivisto nella mia fatica ad ascoltare le sue invettive contro le nostre mancanze, la necessità di interrogarmi a fondo sui motivi che mi facevano sentire in colpa, ferito. Frustrato. Ho imparato ad andare più a fondo nelle mie domande.
Ho imparato che se non parli con il cuore nessuno in un conflitto ti prende sul serio. Non è necessaria solo l’esperienza sul campo, il sapere come si tiene una telecamera, i passaggi per scrivere un comunicato stampa.
Importante è riuscire a presentarsi con il proprio cuore in mano davanti al prossimo, che siano volontari, soldati o palestinesi infuriati per il tuo errore. Ho imparato che non si è mai pronti a sentire il peso di una presa in giro da parte di chi stai cercando di aiutare, ma che è necessario mettersi in cammino anche su questo, perché altrimenti ti stai prendendo in giro da solo. 
Ho imparato che se guardi negli occhi di qualcuno, devi essere pronto a sostenere la sua storia, devi essere pronto a sostenere la tua storia. Ho imparato da un soldato israeliano che con lo sguardo carico di dolore ripete automaticamente: “Tu senti ma non ascolti”, quanto sia importante lavorare sul proprio dolore. Ho rivisto nella sua paura di perdere le persone più vicine, la mia inquietudine nel ferire le persone a me care. Ho rivisto nella sua volontà di pagare il prezzo in prima persona piuttosto che vivere di rimorsi quella parte di me che con i rimorsi fa i conti spesso.
Ho imparato che l’essere umano, nella sua specie, non smette mai di sottovalutarsi, e di sottovalutare le sue potenzialità. Ho imparato da un padre e una madre di famiglia israeliani, che dopo avere perso la loro figlia in un attentato esplosivo su di un autobus a Gerusalemme hanno scelto la strada del perdono verso se stessi e verso la vita. Piuttosto che l’odio radicale nei confronti di un nemico invisibile. Ho imparato che la violenza genera altra violenza, e che il sangue attira solo altro sangue. Ho imparato l’importanza che hanno le parole, come fonte di guarigione o di distruzione. Nei confronti nostri e del nostro prossimo. Ho imparato che il perdono è un fatto soprannaturale, e che non c’è nessuna spiegazione razionale o psicologica per comprendere come una madre ferita, anziché chiudersi in se stessa, possa far germogliare nuovo amore verso figli appartenenti ad un altro popolo. Lo stesso popolo che ha portato via per sempre sua figlia al ritorno da scuola.
Ho imparato che la fiducia è un dono che non si può negare a nessuno, perché la mancanza di fiducia è la negazione dell’esistenza del prossimo. Ho imparato che se ti senti fiducioso verso te stesso riuscirai anche a valorizzare i tuoi compagni.
Ho imparato da una volontaria di breve periodo, da una Colomba, colpita da una malattia al sistema motorio dei piedi, quanta dignità si possa tirare fuori nei momenti di difficoltà. Ho imparato dalla sua tenacia che la condivisione non si teorizza nei salotti, si vive. Nonostante tutto. Ho imparato che il sapersi leggere con sincerità sia il migliore aiuto che si possa dare al gruppo. Ho imparato che se una persona si sente apprezzata darà il meglio di se stessa in qualsiasi situazione, a volte anche troppo. 
Ho imparato che il linguaggio umano non ha barriere, e che se vuoi farti capire ti fai capire, e se non vuoi farti capire non ti farai capire.
Ho imparato quanto essere Colomba non sia una questione di fare quanto di essere.
Ho imparato che quando scrivi un brano non devi pensare alle emozioni che susciterà a qualcuno leggendolo, quanto a quanto tu stesso lascerai uscire la vita e la sincerità dalle tue mani sulla tastiera. Ho imparato che il titolo va bene lo stesso, sia se lo scegli alla fine che all’inizio del tuo lavoro. Ho imparato che non importa quanto tempo passi prima che tu scelga di condividerlo con il gruppo, l’importante è farlo quando ti senti in verità con te stesso, e con quello che hai scritto. Ho imparato l’importanza della coerenza, nei gesti, nelle frasi, in quello che si chiede agli altri. Ho imparato che gli articoli migliori sono quelli scritti senza rileggere la frase scritta in precedenza. Ho imparato a non guardare il passato con nostalgia passiva, ma con voglia di vivere il futuro.
Ho imparato che la nonviolenza non la si può esigere a tutti i costi. Ho imparato che la nonviolenza è un atto di amore, e che l’amore in certe sue parti è un atto di volontà. Ho imparato da quindici studenti palestinesi, che ogni mattina devono essere scortati dall’esercito israeliano per andare a scuola, l’importanza del coraggio. Ho imparato che il coraggio viene dal cuore, e se non è agire del cuore è solamente frenesia e schizofrenia. 
Ho imparato che non si può essere sempre ovunque e con chiunque, e che in ogni caso non sarebbe giusto, perché non sarebbe umano.
Ho imparato che la nonviolenza se non è esercitata in qualche maniera, viene sostituita dall’esercizio con la fionda, perché in un conflitto non c’è da scherzare. 
Non si gioca con la vita degli altri, né con la propria. 

Ho imparato che la furia è cieca, ma che in fondo all’animo umano alberga sempre una piccola voce rassicurante. Ho imparato da un colono adolescente con la maschera sul volto e una pietra tra le mani che non sempre si riesce ad arrivare fino in fondo alle proprie cattive intenzioni.
Ho imparato che anche un colono può essere titubante di fronte alla possibilità di commettere violenza. Ho imparato che a volte siamo la maschera di noi stessi, ma che a volte la maschera cade.
Nonostante il nostro impegno.
Ho imparato che nessuno è malvagio al cento per cento e che il picco d’ira ha un suo vertice e un suo declino. 
Ho imparato l’importanza di aspettare il declino, perché è il momento più umano di tutte queste maschere. Ho imparato a non affrontare discorsi importanti se dentro di me alberga del rancore, ma ho imparato anche a non trattenerne troppo dentro di me, per non ammalarmi. Ho imparato che non si deve trovare un senso a qualsiasi cosa.
Ho imparato che la preghiera più difficile è quella da fare al nostro Dio interiore, la preghiera dell’umiltà. Ho imparato da un bambino pastore che vorrebbe andare da sua mamma anziché lavorare con le greggi quanto io sia stato fortunato ad avere avuto la possibilità di studiare. Ho imparato a non sentirmi qualcuno solo perché ho avuto la possibilità di studiare qualcosa.
Ho imparato dalla mia storia a non rincorrere il conflitto, se prima non hai risolto i tuoi conflitti. Ho imparato a parlarmi con il cuore, e a volermi un po’ di bene.
Ho imparato l’essenzialità di questi gesti, di questi uomini, donne, bambini. O almeno ci ho provato.
Ho imparato che ogni tentativo in questo senso ci tiene in vita giorno dopo giorno, ed è verso la vita che voglio orientarmi.

Ale

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1550-cosa-ho-imparato.html

 

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