Cosa vede in Palestina una delegazione afro-americana

 adminSito  mercoledì 19 dicembre 2012 09:48

Cosa succede quando persone cresciute nella segregazione razziale incontrano i palestinesi residenti in Cisgiordania?

di Alice Rothchild – AlterNet

Roma, 19 dicembre 2012, Nena News – Il recente conflitto tra Hamas e Israele è stato combattuto non solo in città insanguinate e nei campi profughi dove risiede la popolazione civile o nelle città a Sud di Israele, ma anche sui social media. Nei giornali, i siti e i tweet, report e analisi sulla guerra di Gaza raramente ne riportavano il contesto, né il terribile assedio o le frequenti incursioni che hanno strangolato Gaza per anni. Spesso giornalisti e politici hanno parlato con toni razzisti e irrispettosi verso i civili palestinesi che dovrebbero indignare tutti coloro che credono nel valore della vita e nel diritto di un popolo a resistere all’oppressione.

L’attacco israeliano è stato innescato da un sempre più belligerante primo ministro Netanyahu, che ha minacciato di pretendere “un alto prezzo” se i palestinesi avessero proseguito sulla strada della richiesta di riconoscimento di Stato osservatore alle Nazioni Unite. E che ha riposizionato la sua figura per le imminenti elezioni. Dopo il voto dell’Onu, la minaccia è stata seguita dalla promessa di riprendere l’espansione coloniale, in particolare nell’area E1, tagliando in due la Cisgiordania, e di bloccare il trasferimento delle tasse palestinesi raccolte da Israele.

Tutto ciò solleva importanti questioni tra la comunità ebraica e i suoi alleati. Ad esempio, gli afroamericani e gli ebrei statunitensi hanno combattuto insieme la lunga battaglia per i diritti civili e l’uguaglianza, hanno lottato insieme contro il razzismo e l’antisemitismo e hanno sostenuto lo Stato di Israele. Allo stesso tempo, gli afroamericani intendono proseguire nel sostegno ai fratelli e alle sorelle ebrei, nonostante le preoccupazioni riguardo le politiche del governo israeliano verso i palestinesi residenti in Cisgiordania e a Gaza. Un esempio: la partecipazione di Stevie Wonder all’evento degli “Amici dell’IDF”, sponsorizzato da Haim Saban, ebreo americano, guru della tv della West Coast, ha sollevato così tante critiche da spingere Wonder a cancellare lo show.

Quindi, cosa accade quando una delegazione di leader dei diritti civili afroamericani, teologici, studenti e attivisti (molti di loro ebrei), guidati dal Dorothy Cotton Institute (DCI) e dall’eredità di Martin Luther King, viaggiano in Terra Santa? Cosa accade quando persone cresciute nella segregazione razziale, linciati e aggrediti, impegnati nel boicottaggio degli autobus e in marce nonviolente, incontrano i palestinesi residenti in Cisgiordania?

Insieme abbiamo visto con i nostri occhi comunità per soli ebrei, autobus e strade riservate agli ebrei, il sistema dei permessi che imprigiona la popolazione palestinese, le pratiche razziste e la demolizione di case, il confronto tra manifestanti disarmati e soldati che li picchiano e gli lanciano contro gas lacrimogeni. Insieme abbiamo incontrato i palestinesi e i loro sostenitori israeliani, uniti nello spirito di Gandhi e di Martin Luther King e profondamente impegnati nella resistenza non violenta contro l’occupazione, la segregazione e la discriminazione.

Oltre la Via Dolorosa di Gerusalemme, le chiese di Betlemme, le colline mozzafiato della Cisgiordania e le spiagge di Tel Aviv, si è rivelato un mondo che solleva le difficile questioni del razzismo, il colonialismo e l’apartheid, un mondo che risuona delle voci della gente che ci viveva prima. Mentre i leader nazionali e i media americani dipingono il quadro di un Israele sotto assedio e di una popolazione palestinese impegnata nella violenza e nel terrorismo, il DCI e il suo progetto “Palestinian/Israel Nonviolence” ha trovato tale quadro profondamente inaccurato.

Prendete il villaggio palestinese di Nabi Saleh, da sempre impegnato nella lotta per la salvaguardia delle sue terrazze rocciose, dei suoi alberi di ulivo e dell’accesso all’acqua, mentre la vicina colonia ebraica di Halamish continua la sua espansione. Dal 1967 gli abitanti hanno visto le loro terre e la loro acqua, la loro capacità di muoversi, di lavorare la terra, di crescere le proprie famiglie, di andare all’università (ovvero di condurre una vita normale) uccise dalle continue confische di terre, dalle incursioni militari, dalle perquisizioni, dagli arresti.

Lo scorso mese Rushdi Tamimi, abitante di Nabi Saleh, disarmato, è morto mentre manifestava contro l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza. I soldati dell’IDF hanno sparato proiettili di gomma alla schiena e alla gamba di Rushdi e poi lo hanno picchiato al volto con il calcio del fucile.

La resistenza popolare nonviolenta è cominciata nel 2009 quando i residenti hanno piantato alberi di ulivo nelle terre confiscate loro dai coloni ebrei. Da allora, 150 abitanti di Nabi Saleh sono stati arrestati per periodi superiori a 14 mesi, compresi 33 bambini. Trecento persone sono state ferite, il 40% bambini, e 13 case sono sotto ordine di demolizione.

Un venerdì di ottobre, la delegazione del DCI ha incontrato un gruppo di manifestanti, che sventolavano bandiere e portavano cartelli con su scritto “Le nostre vite finiranno il giorno in cui resteremo in silenzio”. Martin Luther King è vivo. I manifestanti hanno marciato vicino ai soldati israeliani che hanno lanciato gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Noi eravamo lì in solidarietà con i manifestanti, prima unendoci alla marcia e poi guardandoli salire su una collina. I residenti hanno condiviso con noi le loro storie di morte, arresti e detenzioni continue nelle prigioni israeliane. Hanno parlato dei soldati, delle perquisizioni nel villaggio, di notte, intimidendo e svegliando gli abitanti con granate stordenti, luci e cani.

Ci sono cinque villaggi da 15mila persone che dipendono da un pozzo “diviso” con le colonie ebraiche. I palestinesi possono usare l’acqua un giorno a settimana per 7-12 ore al fine di riempire i propri tank; i coloni hanno accesso 24 ore al giorno.I delegati statunitensi hanno ripensato alle loro esperienze, molto simili, a Montgomery, Birmingham e Alabama negli anni Sessanta.

Il dolore di una giornata trascorsa a Nabi Saleh è stato rotto dalla condivisione delle canzoni. La voce ridondante di Vincent Harding ci ha ispirato: “Non ci muoveremo, proprio come un albero che affonda nell’acqua, non ci muoveremo”. I palestinesi hanno cantato una serie di melodie entusiasmanti, hanno riso, scattato foto, condiviso le loro voci gioiose, stessa umanità e determinazione. Essere testimoni della realtà sul terreno, invece che dell’immagine data e controllata dalla “sola democrazia del Medio Oriente”, ci ha posto di fronte domande radicate nel nostro movimento per i diritti civili: Come usare il potere della resistenza nonviolenta in un mondo violento? Come sostenere i palestinesi che si trovano di fronte uno Stato militare ebraico, in un’escalation invisibile di razzismo?Come i nostri leader possono condividere le proprie esperienze e sostenere palestinesi e israeliani che rifiutano di essere nemici? Come questo modificherà le relazioni tra afroamericani e una spaccata e agonizzante comunità ebraica?
Con l’intensificarsi della segregazione e della discriminazione in Israele e un movimento palestinese di resistenza non violenta che cresce, è il momento per ebrei statunitensi e afroamericani di impegnarsi di nuovo insieme nella marcia per la giustizia.Nena News

Alice Rothchild è un’autrice e registra di Boston, attiva nel movimento per la pace degli ebrei americani.

Tradotto in italiano da Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44606&typeb=0&Cosa-vede-in-Palestina-una-delegazione-afro-americana

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