Cos’è cambiato dal 2015! Morte e resurrezione di Gesù

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I Saluti di Don Emanuele parroco di Ambivere (BG), una voce fuori dal coro.

Pasqua 2015

A Pasqua l’ottimismo d’ufficio non è così obbligatorio come a Natale. Possiamo permetterci qualche verità scomoda. Cominciamo dalla paura che si è impadronita della nostra società. Uscire da soli è altamente sconsigliato. Di bambini per strada se ne vedono sempre meno, salvo quelli rigorosamente accompagnati. Bullismo a scuola, corruzione nella classe dirigente, malaffare nel mondo del lavoro, litigiosità in ufficio, microcriminalità, illegalità e usura, pedofilia…meglio rimanere in casa.
Ma anche lì, nelle case, la violenza non si fa desiderare. Il tasso di fiducia reciproca non è mai stato così basso. Cresce il timore di essere aggrediti o raggirati, cresce il bisogno di cautelarsi e di guardarsi da chiunque non faccia parte delle strettissima cerchia dei conoscenti. Le nostre strade sono più insicure, i volti più estranei e basta un niente per assistere ad esplosioni di rabbia incontrollata.
A sentire la gente nessuno sa spiegarsi cosa diavolo stia succedendo. Ma la tentazione di trovare una risposta semplice è forte. E anche la voglia di usare il bastone si fa più impellente. Da che mondo è mondo le società in crisi hanno sempre cercato di ricompattarsi individuando in qualche corpo estraneo la causa del declino. L’impero romano diede la colpa ai barbari. Nerone diede la colpa ai cristiani.
Il medioevo alle streghe. Il sentire odierno va trovando una certa convergenza attorno alla figura dell’extracomunitario di provenienza mediorientale o africana e di religione islamica. In questo modo il nemico ha un volto, un nome, una provenienza: il cattivo è tra noi ma non è uno di noi. Si tratta solo di cercare le prove della sua colpevolezza. E chi cerca trova.
Qui vogliamo denunciare la responsabilità dell’informazione giornalistica e televisiva nel nascondimento delle verità scomode con l’intento preciso di incanalare la paura diffusa verso un bersaglio ben preciso, lo straniero. Vogliamo opporci con forza a questa narrativa e adempiere un dovere di cronaca mettendo in luce la parte che non viene mai raccontata: quella nella quale i cattivi siamo stati noi e non gli altri. Il tentativo potrà apparire antipatriottico ma la differenza tra l’ideologia e la verità è che la seconda ascolta anche la storia raccontata dagli altri. Istruiti da Gesù dovremmo avere imparato che l’unico nemico è la violenza insieme alla propaganda che la giustifica. E invece siamo ancora qui, a terzo millennio iniziato, a credere come nel medioevo che la cosa giusta da fare sia armarsi contro il Saladino. Dimenticando che trent’anni fa dovevamo armarci contro il Russo, settant’anni fa contro il mondo intero, cent’anni fa contro gli Austriaci e prima contro i Turchi per consolidare il potere coloniale in Libia, Eritrea e Somalia.

L’inganno

Gli schermi televisivi ci inondano quotidianamente di immagini di violenze inaudite compiute da uomini incappucciati ai danni di persone inermi di nazionalità occidentale o di religione cristiana.
A queste immagini si aggiungono notizie inquietanti sulla distruzione di Chiese e sul dilagare in medio Oriente e in Africa dell’odio anti-cristiano e anti-occidentale. Si tratta di cose verissime. Ho incontrato in Giordania alcune famiglie cristiane fuggite dalla furia distruttiva delle bande dell’Isis. Il bersaglio non sono soltanto i cristiani ma tutte le minoranze: cristiani, yazidi, turcomanni, mandei, shabak, assiri.
Il punto è che la televisione e i giornali sbattono in faccia questi fatti senza spiegare nulla. Non uno straccio di contestualizzazione che aiuti a leggere la crescita dello spirito fondamentalista, anti-occidentale e anti-cristiano sullo sfondo della politica guerrafondaia americana ed europea e israeliana che dura da mezzo secolo. Nulla sul genocidio della popolazione irachena a cominciare dal 1992; nulla sulla devastazione programmata della Siria; nulla sulla distruzione dei delicati equilibri tribali che da sempre regolano la società libica ad opera dei Mirage francesi e dei Tornado italiani; nulla sui vent’anni di invasione israeliana del Libano; nulla sul genocidio palestinese; nulla sulla persecuzione sistematica della gente di Gaza. In Medio oriente i massacri ci sono da decenni e non si contano più, sono diventati routine. Ma la televisione e i giornali non lo dicono. Mancano di raccontare tutti i fatti e quando raccontano un fatto mancano di collocarlo dentro una storia. Separano invece di collegare. Mischiano invece di distinguere. Decidono di raccontare soltanto l’episodio rivoltante del macellaio che sgozza persone nel nome dell’Islam e il gioco è fatto. D’incanto i bombardieri occidentali si trasformano agli occhi degli spettatori nell’esercito celeste che fronteggia le potenze infernali. E tutte le stragi e i colpi di Stato architettati dall’occidente in quei paesi si trasformano a posteriori in imprese eroiche delle civiltà contro la barbarie.

Chi semina ingiustizia…

Finché i taglia gole erano funzionali agli obiettivi dell’asse Washington-Tel Aviv andavano bene. Quando hanno cominciato a creare destabilizzazione in aree di interesse strategico (ad es. il Kurdistan) allora sono stati presentati al mondo come il mostro da combattere. Assoldare e armare bande di mercenari senza scrupoli è prassi ordinaria delle nostre democrazie quando vogliono mettere al suo posto qualche leader locale troppo intraprendente. Quando poi sfuggono di mano e passano a un miglior offerente tutti si chiedono da dove sono spuntati.
La verità è che ai governanti d’oltre oceano, a quelli che siedono a Bruxelles e a Strasburgo, a quelli che siedono a Roma e alla Knesset dei cristiani e delle minoranze religiose in Medioriente non è mai importato nulla. La deriva fondamentalista di un certo Islam è conseguenza perversa della deriva militarista-terrorista occidentale e israeliana che considera l’uccisione indiscriminata di decine di migliaia di persone allo stesso modo in cui ciascuno di noi considera le formiche che potrebbero restare schiacciate sotto le scarpe quando si cammina. Non lo si fa con intenzione. Ma se succede, la cosa non ci turba.
Cosa può accadere nella psiche collettiva di popoli che da decenni si vedono trattati alla stregua di scarafaggi? Come si può pensare che la politica dei bombardamenti, degli embarghi contro i governi non allineati che ha ucciso centinaia di migliaia di persone, dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa da parte di Israele non semini nell’anima degli oppressi il desiderio della vendetta? Come possiamo pensare di essere visti dai popoli mediorientali come civili quando le bombe sono sganciate nel nostro nome, con le nostre bandiere, con i nostri aerei, finanziati con il nostro denaro? E come possiamo pensare che la vendetta cieca possa sfuggire alla sua strumentalizzazione da parte di gruppi vecchi e nuovi assetati di potere (sunniti, sciiti, isis)?

La manipolazione dell’opinione pubblica

Non sembra che l’occidente sia intenzionato a compiere riflessioni autocritiche. La paura regna sovrana ed è coltivata ad arte. L’operazione è funzionale peraltro a distrarre i cittadini europei dalle cattive politiche delle nostre classi dirigenti e dai problemi che affliggono cronicamente la nostra Italia e la nostra Europa. Quando si ha paura si chiudono gli occhi e si dà carta bianca a chiunque, soprattutto a quelli che usano il pugno duro col nemico. Che ovviamente non è un uomo ma un mostro. Il che autorizza a sospendere ogni esitazione, ogni riflessione, ogni autocritica. L’ideologia guerrafondaia occidentale e le bande dell’Isis un punto in comune ce l’hanno: entrambe sono interessate a presentare il contesto esplosivo del Medioriente come una guerra di religione e di civiltà, dove ciascuna delle due parti rivendica di essere la luce contro la tenebra, il bene contro il male. La sintonia di vedute dovrebbe insospettirci. Invece di restare a bocca aperta di fronte agli attori delle violenze e ai retori della propaganda filo-occidentale faremmo bene a volgere lo sguardo ai popoli che subiscono le cattive politiche dei loro rappresentanti (su entrambi i fronti). Le bande dell’Isis, i fondamentalisti islamici, gli apparati militar-politici dell’occidente con le loro porta- aerei e le loro parate, le formazioni cristiano sioniste e fondamentaliste, ci impediscono di vedere che il mondo mediorientale, quello nord africano, quello europeo e quello americano sono fatti di uomini e donne che vorrebbero semplicemente vivere in pace, che desiderano un futuro buono per i loro figli. Ma che manipolati da un propaganda finalizzata a creare inimicizia, cadono facilmente nella trappola. Dio ha donato a tutti una coscienza e anche un cervello: facendoli dialogare c’è la possibilità che si rompa questa ipnosi collettiva e le persone possano decidere di compattarsi non contro gli altri ma “con” gli altri. Bisognerebbe dedicare un po’ più di tempo a conoscere, a leggere, ad ascoltare, a incontrare l’altro.

Cosa fanno le nostre comunità cristiane?

Le comunità cristiane hanno ricevuto un compito preciso da Gesù: andare verso gli altri nel nome della pace, dovessero restare gli unici sulla terra a crederci. Ne va della loro fede. Per questo non c’è posto nella comunità cristiana per chiunque faccia del cristianesimo un’arma di difesa identitaria e un grimaldello da usare contro gli altri. In realtà non c’è alternativa all’incontro con l’altro: è l’unica via realistica ed efficace per costruire un presente e un futuro più umani.
La costruzione della pace chiede scelte precise. E la prima scelta dev’essere l’incontro non la guerra preventiva o la diffidenza. Con l’aiuto del PIME di Sotto il Monte (istituto pontificio) e l’Istituto MIGRANTES della Caritas diocesana abbiamo costruito un percorso per i ragazzi di 1 e 2 media. Muovendo dalla Scrittura abbiamo esplorato il nostro paese alla ricerca dell’Altro che è vicino a noi per poi spingere il nostro sguardo agli uomini e alle donne del Medioriente che vivono sul nostro territorio. Il percorso non è ancora finito. Abbiamo trovato ragazzi aperti, desiderosi di capire, disponibili e fiduciosi, capaci di sognare: sapremo sostenere il loro desiderio e incoraggiarlo? Alcune famiglie hanno accolto a pranzo domenica 15 marzo 50 giovani Africani in fuga dalla povertà e dallo sfruttamento, scoprendo che quei giovani non costituiscono una minaccia.
Con i bambini di terza elementare e i loro genitori abbiamo provato a stare dentro i conflitti che ci dividono. Abbiamo scoperto che non è come sembra: non è vero che litighiamo per il parcheggio, per i rumori molesti, per i confini, per i soldi. Questi sono spesso dei pretesti. In verità i conflitti nascono perché gli esseri umani desiderano un riconoscimento e non lo ottengono, desiderano essere presi in considerazione e si sentono ignorati, desiderano essere visti e si sentono dimenticati.
Per gli adolescenti abbiamo promosso un percorso quaresimale sulla Giustizia; con i Giovani un percorso per comprendere le strade della criminalità per isolare e impoverire le persone. Per la terza media e gli adolescenti abbiamo promosso due esperienze di vita comune presso la Casa Parrocchiale di Ambivere. Siamo convinti che la pace non si dice, si fa. E le nostre comunità stanno facendo scelte concrete per offrire alle persone canali e percorsi diversi affinché ciascuno possa diventare costruttore di comunione e riconciliazione.

 

 

 

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