CRISI SIRIANA UCCIDE IN LIBANO, SCONTRI A BEIRUT

Notte di battaglia: scontri tra sostenitori del regime di Bashar e militanti anti-siriani. Due morti e 18 feriti. Hariri accusa Damasco. La crisi siriana infiamma il Paese dei Cedri, un’influenza ingombrante che spinge Beirut sull’orlo della guerra civile

CHIARA CRUCIATI

Roma, 21 maggio 2012, Nena News (nella foto, sangue nelle strade di Beirut dopo gli scontri della notte) – La crisi del regime siriano di Bashar al-Assad uccide anche in Libano. Ieri notte sono scoppiati violenti scontri a Beirut tra militanti sunniti anti Assad, sostenitori del regime e forze di sicurezza libanesi. Le violenze sono esplose a seguito dell’uccisione nella giornata di ieri di due leader sunniti, tra cui  Ahmad Abdel Wahed, da parte dell’esercito in un checkpoint ad Akkar, nel Nord del Paese: secondo quanto riportato dalla National News Agency, i soldati libanesi avrebbero aperto il fuoco contro il convoglio in cui viaggiavano i due leader perché non si sarebbe fermato allo stop intimato al checkpoint.

Il bilancio degli scontri della notte è di due morti, entrambi membri di gruppi anti-siriani, e almeno 18 feriti, oltre a danneggiamenti a edifici e negozi (tra cui la sede di un partito pro siriano, data alle fiamme).

La battaglia giunge dopo le violenze che hanno insanguinato la città libanese di Tripoli la scorsa settimana e che hanno lasciato sul terreno 12 morti. Questa mattina pare essere tornata la calma nel quartiere di al-Tariq al-Jadeed, teatro degli scontri di ieri notte. Il ministro dell’Interno libanese, Marwan Charbel, ha annunciato che il governo non esiterà a prendere tutte le misure necessarie a soffocare ogni tipo di violenza settaria.

Secondo quanto riportato dalla stampa presente a Beirut, gli scontri armati sono cominciati intorno alle 10 di ieri sera per proseguire fino alle 5 di questa mattina. A fronteggiarsi miliziani armati del Future Movement, sostenitori dell’ex presidente libanese e anti-siriano Saad al-Hariri, e l’alleanza  pro-Assad guidata da Shaker Barjawi e legata al gruppo militante sciita di Hezbollah. Immediata la reazione del Future Movement che ha organizzato per oggi alle 18 uno sciopero generale nella Piazza dei Martiri a Beirut, manifestazione inizialmente pensata come protesta per l’uccisione dei due leader sunniti ad Akkar.

Manifestazione contro il presidente siriano Bashar a Beirut, il 18 maggio 2012

Simili violenze non sono nuove in casa libanese: dal 2008 i settarismi tra sunniti e sciiti sono esplosi con una tale forza da spingere il Paese verso la deriva di una possibile guerra civile. E la crisi siriana non ha fatto che gettare benzina sul fuoco, incendiando una situazione che nel Nord del Paese va avanti da quasi 40 anni. La regione di Tripoli, teatro delle violenze della scorsa settimana, è tradizionalmente più vicina a Damasco che a Beirut, una vicinanza economica e politica che la rende particolarmente permeabile agli effetti e le influenze della crisi siriana.

Tripoli non è che lo specchio delle divisioni interne alla politica libanese: da una parte la coalizione sciita di governo, fedele al presidente siriano, e dall’altra i partiti d’opposizione, in prima linea contro il regime di Bashar e convinti che Damasco stia lavorando per gettare il Libano nel caos. L’ultimo esempio di tale politica, secondo alcuni quotidiani libanesi, sarebbe proprio l’uccisione ieri del leader sunnita, subdolo strumento per infiammare le tensioni libanesi.

A dare voce a simili accuse è stato ieri l’ex primo ministro libanese Saad Hariri, leader del partito Future Movement, secondo il quale i due omicidi di ieri vanno imputati proprio al regime di Bashar che attraverso infiltrati nell’esercito libanese opera per destabilizzare il Paese dei Cedri: “Ci sono alcuni infiltrati che utilizzano l’esercito per importare la crisi siriana in Libano, nel tentativo disperato di salvare il regime di Assad da una fine inevitabile”.

L’influenza siriana sul Paese dei Cedri è sempre stata consistente, a livello politico e militare: le truppe di Damasco, ben 40mila uomini, sono rimaste in Libano per 29 anni, dal 1976 fino al ritiro forzato di sette anni fa a seguito dell’omicidio del premier Rafiq Hariri, assassinio di cui proprio Damasco è stata la prima imputata. Una presenza ingombrante, giustificata dalla necessità di evitare violenze settarie interne, ma che ha reso il Libano, già affetto da un debole equilibrio tra fazioni religiose ed etniche, dipendente dall’amato odiato vicino.

Intanto, non si placa la crisi interna siriana. Ieri almeno 33 persone sono rimaste uccise, di cui 21 nella città di Hama, durante scontri tra oppositori dl regime e esercito. Sabato le vittime delle violenze politiche erano state 26. Nena News

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