Cristiani, ebrei e Israele: parliamone di Giorgio Bernardelli

Qualche riflessione a freddo sulla frase del Messaggio del Sinodo che tanto ha fatto discutere in questi giorni. Adesso che la polemica tra il mondo ebraico e la Chiesa sull’appena concluso Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente è sparita dalle prime pagine dei giornali, è possibile proporre una lettura un po’ più approfondita su questo tema?

Credo, infatti, che meriti qualche riflessione la più contestata tra le frasi del «Messaggio al popolo di Dio» scritto dai Padri sinodali: quella sul ricorso a letture esclusiviste della Torah per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Proverò dunque a leggere quella frase dentro al suo contesto e a confrontarla con alcune notizie arrivate da Israele nelle ultime settimane, per vedere se quel pericolo denunciato è fondato oppure no.

Intanto va detta una cosa: nel Messaggio finale del Sinodo quella frase non si trova al paragrafo 3.2, quello dedicato al problema politico dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese, ma al paragrafo 8, quello sulla «cooperazione e il dialogo con i nostri concittadini ebrei». Basterebbe già questo a dire molto: quando pronuncia quelle parole il Sinodo non si sta rivolgendo al governo di Israele, ma al mondo religioso ebraico. E il paragrafo comincia con questo passaggio che dice l’atteggiamento di fondo dei vescovi del Medio Oriente nei confronti degli ebrei: «La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico Testamento che è la Parola di Dio per voi e per noi. Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna» (detto per inciso: questo è un documento votato da 173 vescovi e di fatto già smentisce la sciagurata uscita del singolo vescovo greco-melchita Cyrille Salim Bustros, secondo cui la promessa a Israele sarebbe ormai superata). Dentro a questo disegno dell’Altissimo che ci accomuna – dunque – il Sinodo chiede a cristiani ed ebrei di «impegnarsi insieme per una pace sincera, giusta e definitiva», agendo anche presso i responsabili «per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e perturbare la vita dei nostri Paesi». Ed è in questo sforzo che ai religiosi – lo sottolineiamo ancora – viene detto che «non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla religione deve portare ogni persona a vedere il volto di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il suo amore per noi». Ora, la vera domanda da porsi sarebbe: da dove nasce questa frase? C’è oggi nel mondo ebraico un problema di alcuni ambienti religiosi che utilizzano il riferimento alla Parola di Dio per giustificare la violazione di diritti altrui, oppure questa è un’invenzione dei vescovi? Leggendo gli attacchi polemici piovuti in queste ore sul Vaticano mi viene da chiedere se chi li ha scritti legga i giornali israeliani. Cito solo – e allego qui sotto – tre notizie delle ultime settimane. La prima la traggo da Arutz Sheva, l’agenzia più vicina alla destra religiosa, che non può certo essere accusata di aver travisato le parole: è una dichiarazione di un gruppo di rabbini guidati dal solito rav Shmuel Elyahu. Con quella che non ha niente di diverso da una fatwa, scrivono che in Galilea un ebreo deve sentirsi moralmente obbligato a non vendere terre agli arabi (e questo nella regione in cui gli arabi con cittadinanza israeliana sono la maggioranza della popolazione). La seconda è una presa di posizione di un’altra celebrità nel mondo dei coloni, rav Yitzhak Shapira: in aperto contrasto con una sentenza della Corte suprema israeliana e utilizzando riferimenti religiosi, dice ai soldati israeliani che – durante le loro azioni – devono ignorare il divieto di utilizzare persone palestinesi come scudi umani per proteggere la propria incolumità. Terza citazione: proprio nelle ore in cui (soprattutto in Italia) divampava la polemica sul Sinodo, Yediot Ahronot dedicava un commento allarmato all’escalation che quest’anno sta avendo la cosiddetta «operazione price tag», cioè le violenze dei coloni nei Territori palestinesi. Violenze particolari: sono contro le regole (minimali) imposte dall’amministrazione israeliana, ma vanno a devastare campi, moschee o cimiteri che sono palestinesi. Per dire una cosa sola: che «la Giudea e la Samaria sono nostre».

Allora io dico: cari amici ebrei, non è esattamente ciò di cui si parla in quella frase contestata? E, proprio per il bene di Israele, non è importante riconoscere che questo è un problema? Non è un pericolo prima di tutto per la società israeliana, sempre più in difficoltà a gestire anche al proprio interno questo tipo di atteggiamenti? Oppure è meglio buttarla sui toni di sempre: tutti ce l’hanno con noi e sono annebbiati da un pregiudizio anti-ebraico?

Aggiungo un’ultima postilla: il vice-ministro degli esteri è certamente una carica importante in ogni Paese. Però – a mio modesto avviso – in questo caso bisognerebbe almeno spiegare anche chi è Danny Ayalon, l’uomo politico intervenuto con il giudizio più critico sul Sinodo, e quale sia lo stile oggi del ministero degli Esteri in Israele. Bisognerebbe dunque ricordare che il «Manuale Cencelli» israeliano è un po’ diverso da quello italiano: quando un ministero è assegnato a un partito non è che gli altri si spartiscono i sottosegretari. A Gerusalemme oggi il ministero degli Esteri è tutto in mano al partito Yisrael Beitenu, quello del ministro Avigdor Lieberman. E l’ex ambasciatore Danny Ayalon è l’ideologo: è lui ad aver scritto le pagine sulla politica internazionale del programma di Yisrael Beitenu. Compreso il contestato rilancio dell’idea del transfer, cioè del trasferimento all’ipotetico Stato palestinese dei territori del Nord di Israele dove vivono gli arabi israeliani in cambio delle colonie ebraiche nei Territori. Una tesi – come si ricorderà – sostenuta solo poche settimana fa «a titolo personale» da Lieberman all’Assemblea generale dell’Onu.

Ora: che il vice-ministro degli Esteri di un Paese intervenga in una polemica che vede al centro il Vaticano è un fatto naturale. Bisognerebbe, però, fargli notare che è un po’ beffardo che sia proprio lui a citare i dati secondo cui Israele sarebbe l’unico Paese del Medio Oriente dove i cittadini cristiani aumentano. Bisognerebbe infatti guardare dentro anche a quel dato: dove crescono i cristiani in Israele? Non certo a Gerusalemme, dove oggi sono appena 10 mila, il minimo storico. La crescita si deve al Nord, alla Galilea, dove anche i cristiani (come peraltro i musulmani e gli ebrei nel resto del Paese) crescono seguendo le normali dinamiche di una popolazione giovane. Dunque oggi scopriamo che Ayalon è orgoglioso della crescita dei cristiani. Ma allora perché sarebbe ben felice di sbarazzarsene cacciandoli via da Israele  (come il resto della popolazione araba della Galilea) in nome dell’identità ebraica dello Stato? È un’altra domanda che giriamo ai nostri amici ebrei.

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