Croazia. POLIZIOTTI A CACCIA DI MIGRANTI (tra neve e mine): «CE LO CHIEDE L’EUROPA» – di Nello Scavo

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tratto da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scavo-rotta-balcanica-reportage

Nello Scavo, Inviato a Bojna (confine Croazia–Bosnia) sabato 9 gennaio 2021

«Nessuno di questi vuole fermarsi in Croazia, ma noi dobbiamo fermarli». Sulla rotta balcanica, tra i disperati in fuga dalle guerre (provocate anche dall’Occidente e dai suoi alleati)

Una famiglia di migranti catturata dalla polizia croata in una zona boscosa disseminata di mine

Una famiglia di migranti catturata dalla polizia croata in una zona boscosa disseminata di mine – Maso Notarianni

La cronaca di un’altra emergenza umanitaria annunciata comincia dalla bufera di neve che per il terzo anno di fila ha quasi sepolto i campi profughi sul confine tra Bosnia e Croazia, trasformati in una trincea d’altri tempi. Pochi tra i migranti bloccati a Bihac e Velika Kladusa si azzardano a sfidare il manto bianco che poco più in là nasconde trappole mortali.

La maggior parte dei tremila accampati, tra cui i 1.200 in cerca di una sistemazione dopo l’incendio nel campo di Lipa, prima di ritentare i 300 chilometri di cammino verso l’Italia attenderanno che le temperature tornino sopra lo zero. Qualcuno però sfida la sorte, nella speranza che anche le guardie croate abbiano freddo.

“Ne prilazite”, avverte il cartello. “Non avvicinarsi”, perché questo è uno dei campi minati più pericolosi al mondo. Nella foresta di Bonja c’è il più recente tra i varchi aperti dai trafficanti. Lontano dai percorsi più noti al tam tam della rotta balcanica, in media chiedono 200 euro per ciascun migrante da guidare lungo i sentieri fin nel territorio croato. Di solito i passeur se la danno a gambe appena dopo il confine. I boschi, infatti, sono pattugliati giorno e notte. Arrivare a Bonja è un’impresa. Un viaggio tra edifici bombardati, eredità della guerra nella ex Jugoslavia, e chilometri di fango e torrenti senza anima viva. Non ci sono mappe stradali aggiornate, i telefoni diventano muti, e a ogni passo c’è da sperare di non essere incappati in un sinistro souvenir di guerra. Sono le cosiddette “aree sospette di mine”. Quasi il 99% delle trappole esplosive è ancora nascosto tra i boschi.

Il centro croato per lo sminamento, che da anni lavora incessantemente per mettere in sicurezza i quadranti più a rischio, stima almeno 18 mila esplosivi antiuomo ancora nascosti, oltre a un incalcolabile quantità di bombe inesplose. Dal termine del conflitto oltre 500 persone sono morte dopo aver sentito un micidiale clic sotto agli scarponi, più di 1.500 sono i mutilati. Perciò anche i poliziotti inviati a tenere d’occhio le possibili vie d’ingresso dei migranti non sono contenti di dover restare per giorni quassù.

«Le mine si spostano – racconta un giovane agente dai modi cordiali –. Non esiste una mappatura affidabile perchè la pioggia, il fango, le frane, cambiano continuamente lo stato del terreno».

Mentre ci implora di tenerci alla larga dal sentiero e tornare indietro il prima possibile, il suo sguardo cade dietro al furgone bianco del commissariato. Accovacciati su dei sassi ci sono due donne, due uomini e un bambino. Sono stati catturati pochi minuti prima da una squadra in tenuta antisommossa, poi tornata nella foresta per dare la caccia ad altri irregolari.

«Vi prego – dice – qui non potete fare fotografie. Non dovete fare domande e non potete parlare con i migranti. Sono entrati illegalmente. Adesso arriva il mio capo e vi spiegherà tutto».

Poi viene interrotto dalla radio. Sembra che il tenente non creda sia possibile che ci siano dei giornalisti proprio lì.

Mentre il poliziotto spiega che non è uno scherzo e che devono venire in forze, riusciamo a parlare con i migranti. Sono curdo–iraniani. Si erano messi in cammino da poco e sono stati intercettati subito. Chiederanno asilo, se gliene sarà data la possibilità. Il bambino non avrà più di 11 anni. È preoccupato, ma non spaventato. Una delle due donne tiene la testa bassa mentre arrivano i furgoni senza finestrini. All’interno solo due panche d’acciaio ancorate e diverse catene con manette agganciate ai sedili. È li che la famiglia di profughi verrà caricata. Gli agenti, però, non vogliono dirci dove li portano.

La dozzina di poliziotti indossa tute blu. Le mani coperte da guanti mozzati con le nocche rinforzate. «E’ per proteggerci dal freddo», assicurano. Secondo le denunce di diverse organizzazioni umanitarie e dalle inchieste del Commissario croato per i diritti umani, uomini con analoghe divise sono stati ripresi mentre aggredivano i migranti nel corso dei respingimenti verso la Bosnia. Il governo di Zagabria ha garantito di avere avviato decine di indagini interne, ma esclude che le proprie forze di polizia possano essere state coinvolte in violazioni contro i diritti umani.

Il lavoro che Ipsia–Acli insieme alla Caritas sta svolgendo lungo la rotta balcanica «è proprio quello di non rincorrere l’emergenza, che – spiega la coordinatrice Silvia Maraone – puntualmente si ripresenta a ogni inverno. Semmai scegliamo di creare spazi di relazione con le persone che altrimenti vengono trattate semplicemente come numeri da mettere in coda per ricevere il cibo, le scarpe, le coperte».

Oltre agli stranieri presenti nei campi, moltissimi altri che vagano alla ricerca di una sistemazione di fortuna. «Da mesi sapevamo che il campo di Lipa era inadeguato. Per ragioni politiche il governo bosniaco non ha ottemperato all’impegno di portare almeno l’elettricità nel campo». Poi è arrivato un incendio alla vigilia di Natale e centinaia di persone sono rimaste senza neanche una tenda di plastica sotto cui ripararsi.

Attraversare il confine non è poi così difficile. La foresta è una terra di nessuno. La frontiera non è segnalata. Solo il gps può indicare con precisione lo sconfinamento. E quando raggiungiamo il territorio bosniaco, lungo la stradina di fango abitualmente percorsa dai trafficanti di uomini e dai contrabbandieri, una camionetta sopraggiunge dalla direzione opposta e corre a fermarci. «Andate via, ci sono anche trafficanti armati, sono pronti a sparare», prova a spiegare mostrando la divisa completamente ricoperta di fango solo sul davanti, come se avesse strisciato per terra.

Dal 2017 il Centro per gli studi sulla pace di Zagabria ha depositato sei denunce penali. Due nelle settimane scorse, a causa della detenzione di 13 stranieri, tra cui due bambini, poi consegnati «a dieci uomini armati vestiti di uniformi nere, con il passamontagna sulla testa».

Secondo l’accusa, «gli uomini in divisa nera hanno picchiato, umiliato e respinto le vittime dal territorio della Repubblica di Croazia fino alla Bosnia–Erzegovina».

Fonti del ministero dell’Interno hanno reagito sostenendo che potrebbe trattarsi di “civili armati” che sfuggono al controllo della polizia. Intanto l’ufficio del difensore civico presso la Commissione Ue ha avviato il 20 novembre una indagine per accertare se vi siano state omissioni o comportamenti illegali da parte delle polizie sui confini di Italia, Slovenia e Croazia, finalizzati al respingimento verso la Bosnia.

«Nessuno dei migranti è intenzionato a fermarsi in Croazia», ammette un poliziotto al posto di controllo di Veliki Obilaj. «Però dobbiamo fermarli lo stesso per proteggere i nostri confini. Sono gli ordini – dice –. E poi ce lo chiede l’Europa».

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