Cronache da piazza Tahrir, parte prima

25 novembre 2011 – 20:13

http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2011/11/cronache-da-piazza-tahrir-parte-prima.html

“L’opportunità di una vera rivoluzione è passata?, mi chiedono  su Facebook dall’Italia. Qui da piazza Tahrir è difficile rispondere. Che cosa è una vera rivoluzione, chi deve vincere perché lo sia? E cosa è una vera rivoluzione in Egitto? Qui non c’è solo una piazza ma un Paese intero apparentemente allo sbando e che invece sta cercando una via d’uscita.

  L’Egitto non è la Tunisia. Ha 80 milioni di abitanti la metà dei quali analfabeti o quasi, ha due milioni di uomini in divisa e le forze armate sono il principale datore di lavoro del Paese. Ieri lo scrittore ‘Ala Al-Aswani, un monumento vivente per la gente di piazza Tahrir, mi diceva che “l’esercito siamo noi, l’esercito di popolo il cui ruolo non è mai stato messo in discussione dalla rivoluzione. La giunta militare è un’altra cosa”.

  Mentre l’Egitto si agita sul ciglio del caos politico ed economico, la Lega Araba il cui quartier generale è qui, proprio in piazza Tahrir, si riunisce per decidere come comportarsi con il regime siriano; Abu Mazen e Khaled Meshal, l’Autorità della Cisgiordania e Hamas di Gaza, cercano al Cairo una soluzione alle divisioni palestinesi; i riformatori e i conservatori del Medio Oriente guardano all’Egitto per capire quale sarà anche il loro futuro. Nel 1952 Gamal Nasser cominciò qui a influenzare e cambiare tutti i regimi arabi del dopoguerra. E nel 2011 o 2012 la soluzione che verrà trovata qui fra democrazia, Islam e militarismo – l’essenza del conflitto sociale arabo contemporaneo – sarà replicata nel resto della regione.

  Quello che è accaduto al Cairo nell’ultima settimana è d’importanza storica. Il governo provvisorio controllato dai militari diffonde le linee guida della Costituzione che dopo le elezioni la commissione incaricata dovrà scrivere. Tutti sono certi che le elezioni saranno vinte dai Fratelli musulmani e il governo, cioè i militari, vuole fissare dei paletti perché il nuovo Stato sia laico e non religioso anche se la fratellanza ne controllerà il Parlamento. Poi però vengono aggiunti altri elementi alla legge quadro: i militari saranno al di sopra della Costituzione, continueranno ad essere un corpo separato a guardia della laicità dello Stato, seguendo il modello turco precedente alla vittoria del partito islamico di Erdogan. La mossa che doveva dividere laici e liberali dagli islamici, li unisce. Venerdì scorso tornano tutti in piazza Tahrir a protestare pacificamente. Poi i Fratelli musulmani si ritirano: non vogliono stare con i militari né, del tutto, con la rivolta. Si sentono forti. Tahrir è controllata dai giovani, quelli che iniziarono la rivoluzione a gennaio. La polizia si scatena, ci sono le violenze, i morti. La calma che ora è tornata è debole.

   Che cosa è dunque una vera rivoluzione in Egitto? Secondo Jean Renoir, il regista francese,  “la tragedia è che tutti hanno sempre le loro ragioni”. Ha ragione piazza Tahrir che rivendica un Paese democratico e laico mai esistito prima? Hanno ragione gli islamici, che non sono tutti antidemocratici, a pretendere di determinare il profilo di un Paese profondamente religioso, sulla base di un voto democratico? Hanno ragione i militari a pensare che dopo 60 anni di dittatura e sottosviluppo l’Egitto non abbia le capacità di governarsi senza tutori che determinino tempi e modi del cambiamento? Anche se il mio cuore e le mie convinzioni sono in piazza Tahrir, cerco di ragionare e non so dare una risposta.

 

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