Cronache e crimini quotidiani dalla Cisgiordania

Sabato 22 dicembre 2012

I CRISTIANI PALESTINESI DEI TERRITORI OCCUPATI NON POSSONO ANDARE A BETLEMME PER CELEBRARE IL NATALE

Israele blocca i cristiani a Betlemme

NEWS / Inviato da Administrator / Venerdì 21 dicembre 2012

Israele è stato famoso nel negare il diritto di movimento per i palestinesi, che incide poi sul diritto di entrambi, musulmani e cristiani, di praticare la loro fede. Anche a Natale Israele ha mantenuto una forte restrizione su Betlemme con blocchi stradali, checkpoints e il muro che circonda Betlemme.

Quest’anno solo 557 cristiani della Striscia di Gaza hanno avuto la fortuna di essere autorizzati da parte di Israele a recarsi in Cisgiordania per partecipare alle feste di Natale, attraverso il valico di Beit Hanoun “Erez”, mentre a decine di migliaia di cristiani palestinesi anche quest’anno verrà negato il diritto di intervenire ai riti a Betlemme.

Questa lotteria in balia di Israele per il diritto a pregare è inaccettabile, e FOA rivendica il diritto per tutti di avere accesso ai siti religiosi. FOA invita tutte le comunità di fede nel Regno Unito per porre fine alle violazioni dei diritti umani dei cristiani palestinesi e delle comunità religiose e domanda, inoltre, che Israele permetta la libera circolazione di tutti i palestinesi.

Amici di Al-Aqsa

http://www.foa.org.uk/news/israel-blocks-christians-to-bethlehem

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BIBI ALL’ONU: ME NE FREGO DI QUELLO CHE DITE SULLA COSTRUZIONE DEI NUOVI INSEDIAMENTI

Netanyahu: Non sono interessato a quello che le Nazioni Unite dicono sulla costruzione degli insediamenti

Come critica all’intenzione di Israele di andare avanti con piani di costruzione in Cisgiordania e sui monti di Gerusalemme Est , il Primo Ministro dice in un’intervista televisiva che è il diritto di Israele di costruire a Gerusalemme.

Per Haaretz | Dec.21, 2012 |

In mezzo alle crescenti critiche internazionali sulla recente approvazione di Israele dei piani di costruzione in Cisgiordania e Gerusalemme Est, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto in un’intervista televisiva venerdì che lui non è interessato a ciò che l’ONU ha da dire su questo argomento.

Dopo il voto delle Nazioni Unite che ha concesso ai palestinesi lo status di non membro , Israele ha annunciato l’intenzione di avanzare il progetto a lungo congelato per il corridoio E-1 , che collega la città di Gerusalemme con l’insediamento di Ma’aleh Adumim. Il governo Netanyahu ha anche annunciato piani per costruire 3.000 nuove unità abitative al di là della linea verde.

La critica su questo è arrivata per quanto riguarda le Nazioni Unite questa settimana, quando mercoledì quattordici membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU hanno condannato Israele per la sua intenzione di andare avanti con la costruzione in E-1, così come con la costruzione di case nuove per i coloni. Martedì scorso il Dipartimento di Stato ha accusato Israele di impegnarsi in un “modello di azione provocatoria” , che è in contrasto con le dichiarazioni dei leader israeliani che si sono impegnati per la pace.

Nell’intervista di venerdì a Canale 2 , Netanyahu ha detto che la costruzione è una questione di principio. “Viviamo in uno stato ebraico, e Gerusalemme è la capitale di Israele. Il Muro occidentale non è territorio occupato. Costruiremo a Gerusalemme, perché questo è un nostro diritto. Ciò che l’ONU dice non mi interessa.”

Alla domanda se i recenti annunci erano una manovra politica in vista delle elezioni di gennaio , e se fossero stati fatti su consiglio dello stratega politico del partito Likud, Arthur Finkelstein , Netanyahu ha replicato che si tratta di una questione di politica di governo. Tali affermazioni sono “leggende metropolitane”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche risposto alle osservazioni del leader del partito di destra Habayit Hayehudi, Naftali Bennett, giovedi, che avrebbe rifiutato gli ordini israeliani se fosse stato detto di evacuare un insediamento .

Bennett ha detto giovedi a Canale 2: “Se ricevo un ordine di sfrattare un Ebreo dalla sua casa e espellerlo, personalmente, la mia coscienza non lo permette, mi piacerebbe chiedere al mio comandante di esentarmi. Ma io non lo farei pubblicamente.. chiamare per disobbedire agli ordini. “

Netanyahu ha detto ai suoi intervistatori: “Chi insiste a rifiutare gli ordini dell’esercito israeliano non sarà un ministro nel mio governo”.

http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-i-m-not-interested-in-what-un-says-about-settlement-construction-1.489204

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GLI ATTACCHI IN CISGIORDANIA DA PARTE DEI MILITARI ISRAELIANI SONO ORMAI UNA TERRIBILE ROUTINE QUOTIDIANA

Feriti e scontri dopo il raid al villaggio di Essawiye

Venerdì 21 dicembre, 2012

Silwan, Gerusalemme (SILWANIC) –

Scontri nel villaggio Essawiye tra la gente del posto e le forze israeliane che hanno fatto irruzione nella zona sin dalle prime ore del mattino senza alcun motivo.

La gente del posto ha riferito sulle lesioni per i molti proiettili di gomma e bombe sonore che sono stati utilizzati per disperdere i manifestanti, che hanno risposto con lancio di pietre.

Hanno spiegato che le forze si sono concentrate sulle entrate della zona, hanno dato ticket per le auto, hanno fermato e controllato gli ID dei passeggeri e cancellato permessi a qualche macchina , quindi l’unità sotto copertura si sono sparse nelle strade del paese e a mezzogiorno molte forze hanno circondato la casa del prigioniero Samer al Essawiye, poi hanno lasciato la zona e sono tornati nel pomeriggio.

La gente del posto ha detto che le forze hanno lanciato bombe luminose verso la moschea e il cimitero del villaggio di Arbain.

Muhammad Sadek, l’amministratore del centro Media della zona, ha detto che le forze israeliane gli hanno impedito di fare il suo lavoro nella zona e hanno minacciato di arrestarlo.

Da martedì la polizia ha iniziato una operazione di arresto di giovani, razziando e perquisendo le case, si mantiene diffusamente in tutto il territorio e provoca continuamente la gente del posto.

http://silwanic.net/?p=32007

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ONU: UN ALTRO PASSO VERSO IL DIRITTO DELLA PALESTINA AD ESISTERE

Risoluzione ONU sostiene l’autodeterminazione palestinese

19:01 pubblicato ieri

GERUSALEMME (Ma’an) – L’assemblea generale dell’ONU ha adottato a maggioranza un progetto di risoluzione denominato “diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione,” un funzionario ha detto giovedi.

L’ambasciatore Riyad Mansour ha detto che 179 paesi hanno votato per il diritto palestinese all’autodeterminazione , in un voto che ha confermato che la Palestina ha il diritto di avere uno Stato indipendente.

Mansour ha esortato tutti i paesi e le organizzazioni delle Nazioni Unite a continuare a sostenere il popolo palestinese. Secondo la risoluzione, l’Assemblea generale dell’ONU ritiene che i negoziati dovrebbero riprendere il più velocemente possibile.

La decisione ha fatto riferimento una sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004 circa le conseguenze giuridiche derivanti dalla costruzione del muro in Cisgiordania.

Israele, Stati Uniti, Canada, Palau, Micronesia, Isole Marshall, Nauru hanno votato contro la decisione. Camerun, Tonga e Honduras si sono astenuti dal voto.

http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=549956

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ISRAELE TRATTIENE ARBITRARIAMENTE LE ENTRATE FISCALI DELL’ANP. L’ANP NON PUO’ PAGARE LE CURE MEDICHE AD UNA BIMBA DI GAZA MALATA DI CANCRO, RICOVERATA IN UN OSPEDALE ISRAELIANO. E L’OSPEDALE LA BUTTA FUORI. 

Ospedale israeliano si rifiuta di trattare una bambina palestinese di 8 anni, malata di cancro

Per Nasouh Nazzal, Corrispondente

A una bimba palestinese malata di cancro rifiutato il trattamento
La bambina è stata dimessa dall’ ospedale israeliano per il mancato pagamento delle parcelle sul trattamento da parte dell’ANP

17 Dic 2012 Ramallah: La gestione dell’Ospedale israeliano Kabalan in Rohovot ha respinto Leen Hassan, 8 anni, di Gaza, che ha il cancro in entrambi i reni, dalle cure ospedaliere, con il pretesto che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) non ha pagato le spese per il trattamento della bambina. L’Anp ha annunciato che molti ospedali israeliani e centri medici hanno dimesso pazienti palestinesi che hanno urgente bisogno di assistenza medica per gli stessi motivi, dicendo che è stato Israele a trattenere i fondi fiscali palestinesi che possono essere utilizzati per risolvere tutte le spese mediche irrisolte.

La madre di Leen ha lanciato domenica una petizione urgente al PNA per aiutare la figlia morente, che non aveva completato il suo trattamento in Israele, dopo che le autorità di occupazione avevano liquidato la donna e sua figlia e le avevanoo inviate di nuovo a Gaza.

La madre ha detto in una dichiarazione che ritiene la gestione dell’ospedale responsabile della possibile morte della figlia , in quanto non le ha dato la possibilità di provare a provvedere alle spese di trattamento da sola. La donna ha aggiunto che il trattamento per la figlia non è possibile a Gaza e, a meno che alla bimba fosse dato il necessario trattamento in Israele, sarebbe morta.

Leen era stata trasferita dal Ministero della Sanità palestinese in Israele, per il trattamento lì, poichè il padre di Leen, che lavora per l’ANP, non può permettersi le cure di sua figlia.

Un alto funzionario del ministero della Sanità palestinese a Ramallah ha detto a Gulf News che gli ospedali israeliani e centri medici stanno dimettendo palestinesi gravemente malati per il fatto che l’ANP non era riuscita a risolvere le loro spese di trattamento. Il funzionario ha sottolineato che l’Anp ha recentemente ridotto il numero di trasferimenti medici al di fuori dei territori, compresi quelli trasferiti in Giordania e Israele, ma in casi estremamente critici, l’ANP deve trasferire i pazienti. Il funzionario ha detto che gli ospedali israeliani dovrebbero gestire i palestinesi malati più umanamente, tenendo presente che Israele sta trattenendo milioni di shekel delle entrate fiscali palestinesi. Il funzionario ha detto che Israele dovrebbe dedurre alcuni di questi fondi per pagare le tasse di trattamento di quei pazienti, e dare priorità a questo piuttosto che al pagamento delle bollette elettriche e di acqua alle aziende israeliane, nel caso in cui l’ospedale si rifiutasse di attendere per il pagamento dei canoni di trattamento.

Israele ha deciso di trattenere il gettito fiscale dell’Autorità palestinese dopo che quest’ultima ha vinto il riconoscimento di status all’Assemblea generale delle Nazioni Unite all’inizio di questo mese. L’ufficiale medico ha detto che gli ospedali israeliani e i centri medici sanno per certo che le loro spese mediche saranno pagate e che nemmeno un centesimo andrà perso, e la liquidazione di tali contributi è una questione di tempo, fino a quando il problema di trattenere i fondi palestinesi si risolverà con il governo israeliano.

Il funzionario ha detto che il caso di Leen non è stato il primo del suo genere, in quanto altri centri medici israeliani hanno già respinto altri pazienti palestinesi e alcuni altri ospedali hanno rifiutato di ammettere pazienti critici, a meno che non fossero forniti con immediato pagamento della copertura sanitaria. Il funzionario ha sottolineato che il Ministero della Sanità palestinese sa per certo che liquidare i pazienti palestinesi mira a mettere più pressione sul PNA e la leadership palestinese, ma questo metodo è incivile e disumano.

Il funzionario ha detto che la questione è già stata trasferita alla leadership palestinese superiore che prenderà una decisione nel caso, partendo dal presupposto che la paziente respinta da Israele sarà probabilmente trasferita ad un paese arabo come la Giordania o l’Egitto.

http://www.uruknet.info/?colonna=m&p=93603&l=i&size=1&hd

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Venerdì 21 dicembre 2012

LA DIFFICILE VITA IN UN VILLAGGIO BEDUINO IN CISGIORDANIA: NIENTE ACQUA, NIENTE LUCE, NIENTE SCUOLE PER I BAMBINI 

Tagliato fuori dall’acqua e dalle reti elettriche, il villaggio Arab Abu Farda si trova solo

di Calum Toogood

Arab Abu Farda è un villaggio beduino che negli ultimi 60 anni aveva ricevuto servizi di base come l’acqua e l’elettricità, e po ‘ di aiuto da parte della comunità esterna.

Si trova a sud di Qalqiliya in quella che è conosciuta come la ‘zona cuscinetto’, che è la terra tra la linea verde e il muro dell’Apartheid. Questa terra è classificata come zona militare chiusa, il che significa che la costruzione nella zona è vietata. Anche l’accesso attraverso il punto di controllo richiede un particolare permesso.

Dal momento che le strutture non possono essere costruite all’interno del villaggio a causa delle politiche di occupazione israeliane, le case sono prevalentemente in metallo ondulato, pallet di legno e qualsiasi altra cosa che gli abitanti del villaggio sono stati in grado di raccogliere.

Il paese è basato sull’agricoltura, i residenti allevano bestiame di razza e vendono il formaggio dai loro animali a Nablus.

Durante la pulizia etnica dei palestinesi avviata da gruppi di miliziani ebrei nel 1948, le famiglie che ora vivono in Arab Abu Farda furono costrette a fuggire dalla loro casa in un villaggio vicino a Netanya.

Gli abitanti del villaggio affermano che ancora hanno i documenti che mostra la terra che possedevano nei pressi di Netanya. Dicono che la loro terra consisteva di 500 dunams, e di una grande quantità di bestiame.

Inoltre, i residenti dicono di avere i documenti per dimostrare che sono i proprietari del terreno su cui attualmente risiedono. Dal momento che non è possibile espandere, tuttavia, essi sono costretti a vivere praticamente al fianco dei loro animali in quello che sembra essere un modo non molto igienico.

Senza la fornitura di un approvvigionamento idrico sicuro, gli abitanti del villaggio stanno lottando per raccogliere la grande quantità di acqua necessaria per nutrire i loro animali. Accanto a questa, dicono che hanno difficoltà ad avere abbastanza acqua per la doccia e per pulire i propri abiti.

Un serbatoio di acqua di grandi dimensioni è stato donato al villaggio dall’organizzazione francese Urgence Première. Tuttavia, senza alcun tipo di alimentazione dell’acqua, non possono riempire il serbatoio. L’acqua deve essere acquistata in taniche e poi trasportata al villaggio da un trattore, che richiede un permesso speciale concesso dall’esercito israeliano perchè le taniche d’acqua possano attraversare il checkpoint.

Il capo del villaggio è andato alla vicina comunità di Hableh per chiedere loro di essere collegati al loro approvvigionamento di acqua. Hanno rifiutato e hanno detto che l’approvvigionamento idrico di Hableh era al minimo della sua capacità.

Un altro motivo è che, a causa l’altezza del terreno su cui si trova Arab Abu Farda, è molto più difficile lì pompare l’acqua .

Vi è un pozzo naturale che è molto più vicino al villaggio di Hableh, che rende possibile pompare l’acqua nel loro serbatoio.

Nonostante questo, viene vietato loro l’uso da parte dell’esercito israeliano. Nessuno attualmente utilizza il bene e gli abitanti del villaggio dicono che sono disposti a fare di tutto. Ancora non sono autorizzati a utilizzare questo bene.

I bambini di Arab Abu Farda frequentano la scuola nel villaggio di Nabi Ilyus, attraverso il punto di controllo e ad est di Qalqiliya. I bambini di solito ricevono voti bassi a scuola, in gran parte a causa delle loro condizioni di vita. I bambini non possono studiare la sera, dato che non c’è elettricità nel villaggio.

I bambini sono anche regolarmente assenti da scuola. L’autobus che viene a prenderli attraverso il posto di blocco a scuola non li prende dal paese, invece li attende sulla strada principale. Quando piove è difficile per i bambini raggiungere a piedi la strada principale per prendere l’autobus.

Vivere in tale area e in condizioni così cattive ha evidentemente preteso il suo pedaggio sugli abitanti del villaggio e ha creato un’incertezza sulla propria identità:

“Non sappiamo, se siamo palestinese o israeliani”, ha spiegato un abitante del villaggio. “Gli israeliani ci stanno considerando come i palestinesi e i palestinesi (PA) non ci stanno dando le strutture. Non siamo noti. Chi siamo?”

La clinica mobile del Palestinian Medical Relief Society ha iniziato la visita al villaggio su base regolare. Sulla sua prima visita, il personale medico ha visto alcune delle esigenze degli abitanti del villaggio, prelevato campioni di sangue e distribuito farmaci necessari.

http://www.uruknet.info/?colonna=m&p=93665&l=i&size=1&hd

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L’ASSOCIAZIONE ISRAELIANA PER I DIRITTI B’TSELEM PROTESTA PER GLI ATTACCHI AI SUOI VOLONTARI E AD ALTRI FOTOGRAFI DA PARTE DELL’ESERCITO, CHE IMPEDISCE LORO DI DOCUMENTARE LE CONTINUE VIOLENZE DEI MILITARI SUI CIVILI NEI TERRITORI OCCUPATI. 

L’esercito israeliano deve permettere la documentazione video nei Territori occupati e condurre indagini sull’attacco ai fotografi

Pubblicato il: 18 Dic 2012

B’Tselem ha scritto all’ OC Central Command maggiore generale Nitzan Alon chiedendo di poter emettere un avviso immediato alle forze di sicurezza israeliane a Hebron, ricordando loro che ai volontari e agli operatori di B’Tselem, nonché ad eventuali altri fotografi, deve essere consentito di documentare gli eventi in città . B’Tselem ha anche chiesto che l’esercito israeliano agisca contro i soldati che hanno attaccato i fotografi e interrotto la documentazione multimediale.

La lettera di B’Tselem è stata scritta alla luce di un incidente in cui i soldati israeliani hanno attaccato i fotografi di Reuters a Hebron, spogliandoli e gettando lacrimogeni contro di loro. I racconti della stampa dicono che i soldati hanno “accusato” i giornalisti di lavorare per B’Tselem. La sera stessa in cui i fotografi della stampa sarebbero stati attaccati, i soldati israeliani hanno aggredito un operatore video volontario di B’Tselem , che è stato arrestato con il pretesto di attaccare i soldati. E ‘stato portato alla stazione di polizia di Hebron e rilasciato nelle prime ore del mattino. Ha richiesto cure mediche, e dopo la sua liberazione è stato portato in ambulanza in un ospedale di Hebron.

Nella lettera, il direttore esecutivo di B’Tselem Jessica Montell ha scritto che tali incidenti non sono rari e che i volontari e gli agenti in campo di B’Tselem continuano a segnalare i casi in cui le forze di sicurezza israeliane impediscono loro le riprese, li trattengono per ore e confiscano le telecamere. Queste azioni palesemente ignorano sia la legge che le assicurazioni che B’Tselem ha ricevuto da parte dell’esercito israeliano e della polizia di frontiera. Le forze di sicurezza israeliane hanno affermato che non vi è nulla che ostacola dipendenti e volontari di B’Tselem da fotografare e filmare gli incidenti nei Territori occupati, purché non interferiscano con le operazioni delle forze di sicurezza.

Negli ultimi anni, la documentazione video di violazioni dei diritti umani nei territori è diventata uno degli strumenti più efficaci per la tutela dei diritti umani. La documentazione video si presta a confermare le rivendicazioni dei diritti violati dei palestinesi , fornisce la prova per le indagini penali e illustra la dura realtà della vita sotto l’occupazione. Infine, a partire dal lancio del progetto fotocamera B’Tselem, che distribuisce videocamere ai palestinesi che vivono in un’alta zona di attrito, in particolare nel centro della città di Hebron, l’esperienza dimostra che la presenza di telecamere spesso aiuta a disinnescare situazioni e previene la violenza inutile.

http://www.btselem.org/press_releases/20121218_allow_video_documentation

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ISRAELE E IL (NON) SEGRETO DELL’ARSENALE NUCLEARE

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede a Israele di aprire i suoi impianti nucleari alle ispezioni dell’AIEA. Non è la prima volta che si indaga sull’arsenale di Tel Aviv, che ufficialmente non esiste. Una (NON)segretezza protetta da anni.

20 Dicembre 2012

Il 4 dicembre scorso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a larga maggioranza – 174 sì, 6 no e 6 astensioni – una risoluzione che chiede a Israele di aprire i suoi impianti nucleari alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).
Non solo. Nella risoluzione Israele è anche esortato a diventare uno stato-parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) al quale non partecipano, insieme a lui, anche altre tre potenze nucleari: Corea del Nord, India e Pakistan.

Una lunga storia

Tra i non aderenti al NPT c’è una differenza sostanziale: mentre Corea del Nord, India e Pakistan hanno una politica di difesa nucleare ufficiale e dichiarata, Israele ha sempre negato di possedere bombe atomiche.
La sua posizione è infatti ambigua, anche se è ampiamente risaputo all’interno della comunità internazionale che Tel Aviv ne possegga ben più di una.
Secondo uno studio del 2010 dell’Institute of Strategic Studies di Londra, citato dal The New Yorker, Israele possederebbe oltre 200 testate nucleari di una gittata da 4.500 miglia: circa 7.242 chilometri.
La storia del nucleare israeliano ha radici lontane nel tempo, e non è facile da ricostruire dato il velo di ambiguità che l’avvolge.
Secondo un documento pubblicato dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) nel 2007, l’idea del nucleare fu messa in pratica per la prima volta nel 1949, quando un’unità speciale del reparto scientifico delle Israeli Defence Force avviò alcuni scavi nel deserto del Negev alla ricerca di uranio.
Nel 1952 fu creata la Israel Atomic Energy Commission, sotto la guida di Ernst David Bergman, figura che diede un impulso significativo all’estrazione e alla lavorazione dell’uranio degli anni successivi.
L’obiettivo dichiarato era il raggiungimento delle capacità necessarie per costruire la bomba, al fine di porre rimedio all’accerchiamento dei paesi arabi circostanti: “Non dovremo più essere trattati come agnelli pronti per il macello”.
Ad assistere Israele c’era allora la Francia, che in quegli anni stava sviluppando i propri reattori nucleari ad uso civile.
Tra i vari accordi conclusi nell’ambito di questa partnership vi fu anche una clausola sottoscritta in segreto nel 1957, che prevedeva la costruzione di un impianto di ritrattamento chimico nel deserto del Negev, a Dimona.
Il suo sviluppo avvenne nella più totale segretezza, cosa che causò frizioni tra le due diplomazie, con la Francia che faceva pressioni affinché Tel Aviv rendesse pubblico il suo programma nucleare. Disaccordi che portarono Parigi a disimpegnarsi dalla partnership una volta conclusa la costruzione dell’impianto.
Nel 1958 un aereo militare americano lo sorvolò e gli Stati Uniti scoprirono per la prima volta le intenzioni nucleari israeliane.
Le spiegazioni ufficiali furono vaghe, e soprattutto varie – “una fabbrica tessile, una struttura metallurgica, una stazione agricola”. Solo nel 1960 Ben Gurion ammise che a Dimona “c’era un centro di ricerca nucleare per fini pacifici” e, stando a quanto riporta il documento del FAS, intorno alla metà degli anni ’60 la CIA rivelò alla presidenza americana che il programma israeliano di costruzione di armi nucleari “era ormai un fatto confermato e irreversibile”.
Ed è proprio a Dimona che nacque la prima bomba nucleare israeliana, probabilmente nel 1968.

La politica del ‘not be the first’

Avner Cohen, storico israelo-americano, scrive in un articolo su Foreign Policy, in collaborazione con Marvin Miller, che alle dichiarazioni di Ben Gurion seguirono visite annuali americane alle strutture di Dimona.
Fu l’inizio della collaborazione con gli Stati Uniti, che si trasformò nell’alleanza strategica tutt’ora vigente, formalizzata con la Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Tuttavia, la struttura ‘opaca’ del nucleare israeliano non mutò, nonostante l’interesse degli americani alla non diffusione delle armi atomiche, che si formalizzò con il Trattato internazionale di Non Proliferazione firmato nel 1968.
Anzi, la segretezza fu perfezionata nel 1969, proprio perché gli Stati Uniti condividevano l’importanza dell’arsenale nucleare per la sicurezza di Israele.
In quell’anno – scrivono Cohen e Miller – in un incontro segreto, fu stipulato un patto tra l’allora presidente americano Richard Nixon, il suo consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, e il primo ministro israeliano Golda Meir.
Secondo l’accordo – la cui esistenza è stata rivelata soltanto nel 1991 dal giornalista Aluf Benn – gli Stati Uniti avrebbero tollerato il programma nucleare israeliano, rinunciando a fare pressioni, a condizione che questo fosse rimasto sempre segreto.
Da allora Tel Aviv ha però mantenuto una politica di ambiguità, mantenendo una posizione ufficiale secondo la quale “Israele non sarà il primo paese a introdurre bombe nucleari in Medio Oriente”, non specificando se ciò voglia dire che non le creerà, non ne rivelerà l’esistenza oppure non le userà per primo.
Inoltre non ha mai permesso agli ispettori dell’AIEA di accedere agli impianti presenti sul territorio israeliano.

Il caso Vanunu

Nel corso degli anni gli israeliani che hanno tentato di fare luce sulla questione del nucleare hanno affrontato una dura repressione.
Il caso più emblematico è quello dell’ex-ingegnere nucleare Mordechai Vanunu, grazie al quale il mondo venne a conoscenza del programma israeliano nel 1986.
Egli riuscì a consegnare alcune foto dell’impianto di Dimona al quotidiano britannico Sunday Times, che le pubblicò insieme a un articolo sul piano segreto di armamento nucleare che Israele ormai portava avanti da anni.
Ricercato dal Mossad (i servizi segreti israeliani) fu arrestato a Roma in circostanze ambigue nello stesso anno, sequestrato e quindi riportato in Israele, dove in seguito a un processo svoltosi a porte chiuse fu condannato a 18 anni di carcere, 11 dei quali in totale isolamento, con l’accusa di spionaggio e alto tradimento.
Uscito di prigione nel 2004, nonostante abbia scontato l’intera pena, da allora è sottoposto a forti restrizioni della sua libertà di movimento ed espressione, la violazione delle quali continua a costargli ulteriori mesi di incarceramento.
Dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International nel 2007, Vanunu infatti non può, ancora oggi, lasciare Israele.
Le autorità inoltre lo diffidano da avere contatti con persone che non siano israeliane; dall’usare telefoni cellulari e internet; dall’avvicinarsi ad ambasciate e consolati, e dal superare una distanza di 500 metri dai confini dello stato israeliano.
Una libertà ‘condizionata’ che lo ha portato a richiedere la rescissione della sua cittadinanza nel 2010: richiesta alla quale la Corte Suprema ha risposto con un perentorio “NO”.

Il caso di Vanunu non è isolato.

Avner Cohen, citato in precedenza, fu interrogato per ben 50 ore dalla divisione della sicurezza del ministero della Difesa nel 2001, quando si trovava in Israele per una conferenza sul suo libro “Israel and the Bomb”, pubblicato tre anni prima. Nel 2002 invece Yitzhak Yaakov, ex ufficiale dell’Esercito, fu condannato a due anni di prigione per aver parlato della questione nucleare nella sua autobiografia.
Casi che confermano quanto sia delicato l’argomento e quanta forza Israele sia disposta a mettere in campo per la protezione di quello che può essere definito un “segreto di stato” di vecchia data, ma che in fin dei conti così segreto non è.
Lo confermerebbe la recente risoluzione dell’Assemblea Generale, giunta in seguito all’annullamento della conferenza sul bando delle armi nucleari in Medio Oriente, che si sarebbe dovuta tenere a Helsinki a metà dicembre.
Tutti gli stati arabi vi avevano aderito, incluso l’Iran. Ma il 23 novembre gli Stati Uniti hanno annunciato che non ci sarebbe stata alcuna conferenza a causa delle “tensioni politiche della regione in questo periodo e della posizione diffidente di Tehran riguardo al Trattato di Non Proliferazione Nucleare”.
Ma, secondo lo stesso Iran e alcuni paesi arabi, come riporta il Guardian, il reale motivo della cancellazione della conferenza risiederebbe proprio nel rifiuto da parte di Israele a prendervi parte.

Fonte: http://www.osservatorioiraq.it/israele-e-il-non-segreto-dellarsenale-nucleare

-jasmine-

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FAME DI GIUSTIZIA E LIBERTA’: SHARAWNA, ISSAWI E GLI ALTRI PALESTINESI A STOMACO VUOTO.

(nota della pagina: noi dello staff abbiamo già pubblicato altri articoli riguardanti questo argomento e non smetteremo di pubblicarli, magari doppi e pure tripli, perché … NOI NON LI DIMENTICHIAMO!!!!!)

Il 17 dicembre la comunità virtuale si è mobilitata in solidarietà con i prigionieri politici palestinesi in sciopero della fame. Quasi 10 milioni di ‘cittadini della Rete’ si sono mossi su blog e social network per sottolineare il sacrificio che centinaia di detenuti nelle carceri israeliane stanno facendo contro la detenzione amministrativa.

20 Dicembre 2012

Dopo tre giorni sparisce la sensazione di fame.
Dopo due settimane quella della sete, e inizia ad essere difficile reggersi in piedi.
A un mese dall’inizio, si registra una perdita di peso corporeo media del 18 per cento.
Dopo cinque settimane, diventa difficile controllare i movimenti degli occhi e iniziano le convulsioni.
Dopo sei settimane si hanno episodi di perdita di coscienza sempre più frequenti e iniziano a peggiorare vista e udito.
Dopo 45 giorni può sopraggiugnere la morte.

Queste le conseguenze, spesso irreversibili, di uno sciopero della fame e della sete.

Ayman Sharawna aveva potuto riabbracciare i suoi nove figli e la moglie solo nell’ottobre 2011. Arrestato nel 2002 e condannato a 38 anni di carcere, era stato rilasciato assieme ad altri 1026 detenuti palestinesi durante lo scambio di prigionieri con Israele, a seguito della liberazione del soldato Gilat Shalit, con due condizioni imposte dal Tribunale: obbligo di dimora nella provincia di Hebron e un appuntamento ogni due mesi presso il commissariato di zona.
Con un’irruzione in casa durante la notte, nel gennaio 2012, Sharawna è stato riportato in carcere. Senza un’accusa e senza un processo, è tuttora trattenuto presso il centro di Ramleh, presso Tel Aviv.
Il primo luglio 2012 ha iniziato uno sciopero della fame ad oltranza, per protestare contro la pratica israeliana della detenzione amministrativa.
Giunto al 173esimo giorno senza cibo, ha dichiarato all’avvocato dell’associazione palestinese Addameer di non volersi fermare fino al suo rilascio. Dallo scorso settembre Sharawna ha perso l’80% della capacità visiva dall’occhio destro.

Samer Issawi è al suo 142esimo giorno senza cibo.
Rilasciato anche lui durante lo scambio di prigionieri con Israele nell’ottobre dello scorso anno, è stato di nuovo arrestato all’inizio del 2012.
Detenuto presso la prigione di Ramleh assieme a Sharawna, è comparso di fronte al giudice lo scorso 17 dicembre. Sollevato di peso dalla sedia a rotelle, con un filo di voce Issawi ha annunciato l’intenzione di voler continuare nel suo sciopero della fame.
Una famiglia da sempre in lotta contro l’occupazione israeliana: nel 1994 il fratello Fadi era stato ucciso dalle forze di sicurezza; un altro fratello, Medhat, è tornato in carcere in maggio accusato di aver preso parte a manifestazioni in solidarietà con i prigionieri politici palestinesi, dopo aver scontato già 21 anni di galera.
Ultima in ordine di tempo la sorella Shireen, arrestata a seguito dei disordini durante l’udienza di Samer e trattenuta in cella di isolamento per 24 ore, è stata rilasciata il 19 dicembre con una multa di 2500 shekel (circa 500 euro), 10 giorni di arresti domiciliari e il divieto di ingresso nel palazzo di Giustizia di Gerusalemme per sei mesi.
Al fratello, accusato di aver aggredito i poliziotti che lo conducevano in tribunale, sono stati comminati 10 giorni di isolamento e una multa di 5000 shekel (1000 euro).
Comparirà davanti al giudice nuovamente oggi per insolvenza: nè lui nè la famiglia sono in grado di pagare la sanzione amministrativa a suo carico.

L’elenco dei prigionieri politici palestinesi in sciopero della fame si allunga di mese in mese. Gli ultimi che si sono aggiunti alla protesta sono Oday Keilani, arrestato nell’aprile 2011, attualmente in regime di detenzione amministrativa senza un’accusa e in sciopero della fame da più di due mesi; mentre Jafar Azzadine e Tarek Qa’adan rifiutano cibo e acqua da 23 giorni.

*Nella foto (di Marta Ghezzi, che ha scritto questo articolo) anche Carlo Latuff, vignettista brasiliano, e Rosa Schiano, attivista italiana attualmente nella Striscia di Gaza.

Fonte: http://www.osservatorioiraq.it/fame-di-giustizia-e-libert%C3%A0-sharawna-issawi-e-gli-altri-palestinesi-a-stomaco-vuoto

-jasmine-

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DATI UFFICIALI: A GAZA 5 FERITI DA FUOCO ISRAELIANO

Pubblicato 21/12/2012 – 19:45

GAZA CITY (Ma’an) – Le forze israeliane hanno sparato e ferito cinque palestinesi il Venerdì nel nord della Striscia di Gaza, un portavoce del ministero della Sanità ha detto.

Ashraf al-Qidra ha detto che cinque palestinesi sono stati ricoverati con ferite moderate dopo essere stati colpiti vicino al confine con Israele.

I Medici hanno detto a Ma’an che un certo numero di palestinesi feriti sono stati portati agli ospedali Udwan Kamal e al-Awdah.

Un portavoce militare israeliano ha detto che diversi palestinesi “si sono avvicinati al muro di sicurezza nel nord della Striscia.

I soldati hanno agito “secondo le regole di ingaggio”, ha detto il portavoce a Ma’an, rifiutando di commentare o meno sulle modalità dell’attacco.

Le truppe israeliane hanno sparato contro gli abitanti di Gaza vicino al confine già almeno 10 volte dalla fine dell’ultima offensiva del mese scorso durata 8 giorni. Circa 30 persone sono rimaste ferite negli incidenti, i funzionari di Gaza hanno detto.

Più di 170 palestinesi, in gran parte civili, sono stati uccisi nell’ offensiva del mese scorso. Sei israeliani, tra cui due soldati, sono stati uccisi durante la guerra che Israele ha lanciato con lo scopo dichiarato di contenere il lancio di razzi transfrontaliero.

Fonte: http://maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=550045

-jasmine-

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PICCOLE SCUOLE CRESCONO 
(VentodiTerra.org)

Alhan al Ahmar, Dicembre 2012

Fervono i lavori ad Alhan Al A-hmar e Abu Hindi, le bio scuole realizzate da VdT nel Deserto di Gerico. La Scuola di Gomme necessita ristrutturare due classi nuove, avviate lo scorso settembre, sotto la tettoia antistante la struttura. Si tratta della VI e della VII, che ospitano i ragazzi e le ragazze Jahalin più grandi. Il progetto è stato finanziato da OCHA (Ufficio Cooperazione Affari Umanitari), e rappresenta per la nostra piccola ONG il primo intervento realizzato con una agenzia ONU.
Coordina il progetto tecnico lo studio Architettura e Cooperazione, partner storico di VdT. Questa volta si utilizzeranno delle balle di paglia. Si tratta di un materiale “povero” ed ecologico, particolarmente adatto al contesto. La paglia, infiammabile allo stato grezzo, rivela le necessarie caratteristiche costruttive quando ricoperta di intonaco. Il progetto, avviato nel mese di ottobre, si concluderà nel prossimo febbraio. Dalle parole del Rappresentante paese VdT Dario Franchetti: “il nostro impegno continua per sostegno di bambini e donne delle comunità beduine che affrontano enormi difficoltà quotidiane e percepiscono il futuro quanto mai incerto”. L’intervento finanziato OCHA alla Scuola di Bambù, Direzione e aula professo-ri, recentemente visitata dal sindaco Giuliano Pisapia, completerà la riabilitazione della struttura, la cui prima fase è stata realizzata nel 2009. Ad Abu Hindi un secondo progetto finanziato da Unicef ha permesso la riabilitazione delle aule destinate all’XI e XII classe.

Fonte: VentodiTerra.org – newsletter

-jasmine-

 

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