Cronache politiche dal Risveglio Arabo

admin | October 27th, 2011 – 10:18 am

E’ la giornata del mèlange, perché ce ne sono troppi di spunti interessanti, sulla Rete araba. Occorre anzitutto iniziare con la notizia riguardante la condanna a sette anni di reclusione per i due poliziotti egiziani accusati di aver ucciso Khaled Said, il ragazzo di Alessandria ammazzato di botte il 6 giugno del 2010, attorno alla cui figura si riunirono centinaia di migliaia di giovani sulla pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said”. Khaled Said (come mostra anche la vignetta di Carlo Latuff) è divenuto l’icona della rivoluzione del 25 gennaio, alla stregua di Mohammed Bouazizi per la Tunisia.  Il simbolo di un destino comune, quello sotto i regimi autoritari arabi, da sfidare e capovolgere.

I sette anni non sono una condanna esemplare, né una che possa soddisfare i protagonisti della rivoluzione egiziana. Si vedrà, nei prossimi giorni, quanto la sentenza sui poliziotti che uccisero Khaled Said si sommerà agli altri ingredienti del disagio in cui vive la transizione in Egitto. C’è infatti la sentenza del processo sull’omicidio di Khaled Said, e c’è – domenica – la convocazione di uno dei leader di Piazza Tahrir, Alaa Abdel Fattah, da parte di un tribunale militare. Una pressione forte sui rivoluzionari, che sta scatenando da giorni la reazione su Twitter e sui blog delle teste pensanti del Risveglio Egiziano. Alaa Abdel Fattah è negli States, dove ha visitato anche Occupy San Francisco e Occupy Oakland, ed è in procinto di tornare al Cairo, per quello che sarà gestito, almeno dai ragazzi di Tahrir ma non solo, come un processo politico.

Alle elezioni manca un mese, e – dopo la vittoria di el Nahda in Tunisia – ci si continua a chiedere cosa succederà in Egitto. Vincerà il partito espressione del vertice della Fratellanza Musulmana, segnata sia dalla sterzata conservatrice di due anni fa, sia anche dal solito pragmatismo? La risposta non c’è, ovviamente, perché – come anche per le rivoluzioni di inizio anno – Tunisia ed Egitto sono molto diversi. Per capire cosa sta succedendo nella società egiziana bisogna fare quello che fa e continua a fare Alain Gresh, con il suo solito acume: guardare nelle pieghe della strada egiziana. Sul suo blog – da consultare – si occupa per esempio delle elezioni nell’Ordine dei Medici. Non è un argomento da intellettuali senza redenzione. L’Ordine dei Medici, come molti degli ordini professionali egiziani, è stato per decenni uno dei capisaldi, forse il caposaldo dei Fratelli Musulmani. Ebbene, le recentissime elezioni hanno avuto un risultato inatteso: una vittoria risicata, per l’Ikhwan, e la forte presenza degli indipendenti. Soprattutto al Cairo e in particolare ad Alessandria. Oltre ai motivi segnalati da Gresh, aggiungerei anche il fatto che Abdel Moneim Abul Futouh, segretario dell’Unione Araba dei Medici, è stato espulso dalla Fratellanza Musulmana dopo aver annunciato la sua volontà di candidarsi alla presidenza della repubblica egiziana. La sua cacciata dall’Ikhwan, per una figura di rilievo politico dell’Ordine dei medici, deve aver inciso sulla prova non proprio brillante dei Fratelli Musulmani.

Non si vota solo in Egitto, a fine novembre. C’è anche il Marocco, di cui si parla (troppo) poco. E invece in Marocco si continua a discutere, di politica. Non solo, anche lì, del rapporto tra islamisti e sinistra: il dibattito di cui fa parte anche Ibn Kafka, uno dei blogger di più lunga data, è uno degli esempi interessanti. Si parla per esempio di corruzione, mentre a Marrakesh si sta per concludere una conferenza Onu proprio su un male di cui non soffre solo, o specificamente, il mondo arabo. Mamfakinch, uno dei siti dell’opposizione (giovane) che si è espressa col Movimento 20 febbraio, ha lanciato una campagna proprio contro la corruzione dilagante nel paese. Potrà sembrare una campagna di retroguardia, rispetto a temi politici come la costituzione, il ruolo della monarchia, gli arresti in corso. Eppure non lo è. Mi ricorda, anzi, la battaglia condotta illo tempore dai giovani tunisini contro il summit sulla ICT a Tunisi, sotto il tallone di Ben Ali. Anche in questo caso, all’Onu si chiede che non sia contraddittorio, quando organizza conferenze di questo tipo: una conferenza sulla corruzione in un paese, dicono gli oppositori, in cui la corruzione è invece dilagante, pone più di qualche dubbio.

Le cronache politiche arabe vanno, insomma, oltre la tunisina Al Nahda, su cui mi sembra che la riflessione – in Italia – passi da un eccesso all’altro. Al Nahda viene definito partito islamico moderato, oppure l’anticamera dell’islamofascismo. Il tutto è molto più complesso, ovviamente. Un solo commento, condiviso con più di un analista (a proposito, sul blog di Donatella Della Ratta  c’è un bellissimo reportage politico sulle elezioni in Tunisia, da leggere…). L’immagine della laicità, in Tunisia ma non solo, è stata spesso sovrapposta all’immagine del regime di turno. Anche per colpa nostra. Se Ben Ali e Mubarak sono stati definiti i difensori dello Stato laico contro gli islamisti, e dunque i campioni di un rapporto buono con l’Occidente, questo ha significato – per chi ha vissuto sotto i loro regimi autocratici – fare talvolta 1 più 1. Fare una equazione che è pendant dei nostri stereotipi sul mondo arabo. Laicità significa anche corruzione (non tanto dei costumi, piuttosto la corruzione a suon di tangenti…), significa lontananza dal popolo, significa pugno di ferro. Il compito dei partiti laici, compresi quelli della sinistra, è ricostruire un’immagine macchiata dal passato. Attaccare gli islamisti, che hanno subito la repressione e sono andati in esilio, è veramente una battaglia dal fiato corto. È la dignità della parola laicità che va ricostruita.

Per la playlist, di nuovo Nella terra del Vento, di Ivano Fossati, dal suo ultimo album. E’ troppo mediterraneo…

http://invisiblearabs.com/?p=3790

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