Da Gaza a Obama: lettera aperta del professor Haidar Eid

13 Nov 2012

Egregio Signor Presidente,

probabilmente non leggerà questa lettera per i suoi tanti impegni e per l’enorme numero di messaggi che riceve da presidenti, re, principi, sceicchi e primi ministri. Chi è l’accademico palestinese di Gaza, dopo tutto, che ha il coraggio di scrivere una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti d’America?

 

Ciò che mi ha spinto a scrivere questa lettera è una foto di vostra Eccellenza seduta con il compianto intellettuale palestinese Edward Said. Questo, naturalmente, è successo prima del 2004, vale a dire prima che lei subisse il processo di metamorfosi che personalmente ritengo non avere precedenti nella storia. Vederla con Edward Said, devo dire, mi ha sorpreso. Said, un vero intellettuale pubblico, deve averle detto qualcosa circa la sofferenza del popolo palestinese. Nella foto, lei e sua moglie sembrate ascoltarlo con attenzione e ammirazione. Ma il punto resta questo: ha davvero colto il suo messaggio, appassionata difesa dei diritti degli abitanti indigeni della Palestina? A giudicare dai suoi cambiamenti politici recenti, ho molti dubbi. E’ proprio l’incongruenza tra la fotografia e i cambiamenti della sua politica che mi hanno spinto a scriverle questa lettera.

Signor Presidente,

tutto il mondo ha celebrato la sua elezione come primo presidente afro-americano degli Stati Uniti. Io non l’ho fatto. Né gli abitanti del campo di concentramento in cui vivo. La sua cordiale visita a Sderot – una città israeliana che è stata il villaggio palestinese di Najd fino al 1948, quando la sua gente ha subito una pulizia etnica -, tre anni dopo la sua prima visita in un kibbutz nel nord di Israele, a sostegno dei suoi abitanti, e dopo la sua volontà ad impegnarsi per la sicurezza dello Stato di Israele e il suo “diritto” per mantenere unificata Gerusalemme come la capitale del popolo ebraico, per citare solo alcuni esempi, sono tutte indicazioni chiare su dove si trova il suo cuore.

Un altro motivo che mi ha spinto a scrivere questa lettera è lo sgomento che ho provato di fronte all’indifferenza e l’arroganza con cui il Segretario di Stato Hillary Clinton ha respinto le preoccupazioni palestinesi sugli insediamenti illegali per soli ebrei che Israele costruisce in Cisgiordania. Solo poche settimane fa lei ha fatto una dichiarazione ammirevole secondo la quale tutti gli insediamenti ebraici si dovrebbero fermare, e ha chiarito che questo dovrebbe includere l’espansione degli insediamenti già esistenti e la costruzione di nuove colonie. Tuttavia, quando Netanyahu ha fatto sapere che non aveva alcuna intenzione di fermare gli insediamenti, lei ha perso un’occasione storica per disegnare una linea: stop ai miliardi e alle armi per Israele fino a quando questa condizione non sarebbe stata soddisfatta. Ora Clinton ha il compito erculeo di far finta che la sua posizione sulle colonie ebraiche non sia cambiata, anche se è chiaro che lei ha scelto di non utilizzare il potere reale a sua disposizione per portare la politica israeliana in carreggiata.

Circa sei mesi dopo la sua elezione ha tenuto un discorso al Cairo, indirizzato al mondo arabo e islamico, che alcune persone hanno ritenuto impressionante. Personalmente l’ho trovato impressionante nella forma, ma non nella sostanza, perché le sue azioni non sono state coerenti con la sua retorica. Perché non posso credere al nuovo linguaggio della nuova amministrazione americana? Perché mentre stavano trasmettendo il suo discorso, stavamo seppellendo il mio vicino, un malato terminale, che aveva bisogno di cure in un ospedale all’estero, dal momento che, grazie all’assedio imposto dalla sua amministrazione e da quella di Israele sulla Striscia di Gaza, le strutture che gli avrebbero salvato la vita non sono disponibili a Gaza. Così come i più di 400 malati terminali a Gaza, il mio vicino ha perso la vita. Nonostante le belle parole di pace in arabo, “salam aleikum”, lei ha detto chiaramente che il punto di partenza in qualsiasi negoziato nel conflitto israelo-palestinese è la sicurezza di Israele. Facendo questo, signor Presidente, si sta effettivamente emarginando l’intera questione della Palestina, e, purtroppo, si stanno ponendo le basi perché si rinnovino gli attacchi israeliani contro una Gaza affamata, un’entità che, grazie ai suoi indissolubili legami con Israele, è stata trasformata nel più grande campo di concentramento della terra.

Il mancato sostegno alla relazione Goldstone, la sua indifferenza, per non dire il suo contributo alle sofferenze dei palestinesi e il processo di “politicidio” contro il popolo palestinese di Gaza sono a dir poco incomprensibili per un uomo che ascoltava così ardentemente Edward Said. I suoi consiglieri devono averle parlato del taglio di medicine, cibo e carburante nel campo di concentramento in cui vivo. I pazienti che necessitano di dialisi e di altri trattamenti medici urgenti muoiono ogni giorno. La maggior parte dei nostri bambini, molti della stessa età delle sue due belle figlie, sono gravemente denutriti.

Deve aver sfogliato la sintesi del rapporto Goldstone col dettaglio dell’orrore inflitto su 1,5 milioni di civili per 22 giorni, orrore causato da F16, elicotteri Apache, e bombe al fosforo realizzate nelle fabbriche americane. Centinaia di bambini sono stati bruciati vivi dalle bombe al fosforo, le donne in gravidanza sono state brutalmente prese di mira come si vede nello slogan che vantavano i soldati israeliani sulle t-shirt: “Un proiettile, due uccisioni.”

Eppure, non una sola parola di solidarietà, signor Presidente!

Edward Said ha avuto questo da dire a proposito della sua prima visita a Gaza: “E’ il posto più terrificante dove sia mai stato… è un posto terribilmente triste a causa della disperazione e della miseria del modo di vivere, ero impreparato a campi che sono molto peggio di qualsiasi altra cosa che abbia mai visto in Sud Africa”.

Era il 1993, signor Presidente, prima che le condizioni si aggravassero drammaticamente.

Gaza è diventata, come il leader israeliano per i diritti umani B’Tselem ben descrive, “la più grande prigione sulla Terra”.

Signor Obama,

a differenza del suo predecessore, lei sembra essere un uomo intelligente.

Deve aver capito che la soluzione dei due Stati è stata resa impossibile dalla colonizzazione israeliana della West Bank, dalla guerra a Gaza, con la costruzione del muro dell’apartheid, con l’espansione della cosiddetta Grande Gerusalemme e con l’aumento del numero di coloni ebrei in Cisgiordania.

È necessario avere capito anche che ci sono sei milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali vive in condizioni miserabili in attesa di coraggiosi, visionari leader impegnati per una vera democrazia, per i diritti umani e per il diritto internazionale per attuare la risoluzione ONU 194.

Eppure, lei e il suo segretario di stato, come ogni presidente degli Stati Uniti dal 1967, avete deciso di sostenere Israele nella creazione di condizioni che hanno reso la soluzione dei due Stati impossibile, impraticabile e ingiusta.

Lei è stato un sostenitore del sistema di bantustan in Sudafrica nel quadro del sistema di apartheid? Lei è contro la parità di diritti e la trasformazione di Israele/Palestina in uno stato per tutti i suoi cittadini?

La soluzione dei due Stati: la Bantustanizzazione della Palestina, una soluzione che, secondo le mie conoscenze, non è mai stata sostenuta per il Sud Africa. E’ lei, signor Presidente, contrario alla democrazia civica, che è la richiesta della maggioranza della società civile palestinese e delle organizzazioni di base?

Questo è ciò per il quale i suoi modelli, Martin Luther King Jr e Steve Biko, sono morti.

Nelson Mandela ha sbagliato a trascorrere 27 anni della sua vita alla ricerca della giustizia, chiedendo la parità per le popolazioni indigene del Sud Africa? Si rende conto che quello che state sostenendo in Medio Oriente è una soluzione razzista per eccellenza?

Il segretario di Stato e inviato in Medio Oriente, senza vergogna, stava con un sorriso raggiante accanto al ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, che non solo difende apertamente la pulizia etnica dei palestinesi, ma richiede anche un nuovo genocidio a Gaza.

Si rende conto, signor Presidente, che questo fascista hitleriano potrebbe diventare il prossimo Primo Ministro di Israele, grazie alla compiacenza della sua amministrazione e del suo supporto?

La nostra unica richiesta immediata è che la sua amministrazione si assicuri che Israele rispetti i propri obblighi in materia di diritto internazionale.

E’ chiedere troppo?

Signor Presidente Barack Hussein Obama,
noi, il popolo palestinese, non ne possiamo più!

Cordiali saluti,

Professor Haidar Eid
Gaza, Palestina

 

Fonte: Ma’an News
Traduzione a cura di PalestinaRossa

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/%EF%BB%BFda-gaza-obama-lettera-aperta-del-professor-haidar-eid

 

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