Da rifugiati a coloni: come la guerra in Ucraina sta aiutando il progetto demografico di Israele

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Articolo pubblicato originariamente su Al-araby e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

Cercando di mantenere la sua egemonia demografica ebraica sui palestinesi, Israele ha già accolto migliaia di ebrei ucraini con molti altri attesi.

Di Emad Moussa*

Non appena le truppe russe hanno attraversato i confini ucraini il 24 febbraio, il governo israeliano ha immediatamente chiesto agli ebrei ucraini di fare l’Aliyah (immigrazione) in Israele. Il Ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione ha rapidamente formato una squadra interministeriale per rimuovere tutte le lungaggini burocratiche sui potenziali Olim (immigrati) ucraini.

Altrettanto rapidamente, l’Agenzia Ebraica ha istituito sei centri di accoglienza dell’Aliya ai valichi dell’Ucraina con Polonia, Moldova, Romania e Ungheria. Questo si aggiunge a una stazione centrale dell’Aliya nella città ucraina di Lviv, il primo punto di partenza di molti immigrati.

Con le donazioni, che hanno raggiunto i 15 milioni di dollari (13,5 milioni di euro) nella prima settimana di marzo, dalle Federazioni Ebraiche del Nord America e altri benefattori, e in coordinamento con il Ministero degli Esteri israeliano e il Centro Nazionale per l’Identità e la Conversione, l’agenzia ha deciso di fornire ai rifugiati ebrei ucraini un alloggio temporaneo in albergo fino a quando non potessero essere preparati e successivamente portati in aereo in Israele.

In Israele, agli Olim saranno forniti alloggi temporanei e inseriti in programmi di integrazione, ha affermato il Ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione sul suo sito web.

Soprannominata “Operazione Arvut Yisrael” (Garanzie Israeliane), finora circa 5000 ebrei ucraini sono arrivati ​​in Israele dall’invasione russa, a differenza dei soli 3000 immigrati in Israele in tutto il 2021.

L’Agenzia Ebraica prevede che fino a 100.000 ebrei provenienti da Ucraina, Russia e Bielorussia faranno domanda per l’Aliya. Di conseguenza, l’agenzia ha lanciato un programma intitolato “Aliyah Express” per accelerare il loro processo di trasferimento e integrazione in Israele.

Secondo dati recenti, quasi 8.500 ucraini hanno già avviato le pratiche burocratiche per fare l’Aliyah, altri 25.000 dal 24 febbraio hanno chiamato il numero verde dell’Agenzia Ebraica per chiedere informazioni sulla procedura.

Secondo i dati dell’Istituto per la Ricerca sulle Politiche Ebraiche la comunità ebraica ucraina è stimata complessivamente in 50.000 persone, lo 0,13% della popolazione totale. La comunità ebraica allargata, che comprende sia coloro che si autoidentificano come ebrei sia gli altri che vivono all’interno della propria famiglia, raggiunge circa i 140.000.

Tenendo conto delle persone che discendono da almeno un nonno ebreo, il numero arriva a circa 200.000, che è effettivamente il numero di ucraini che si qualificano per la cittadinanza israeliana secondo la legge israeliana del 1950 sul ritorno.

Sostenere la superiorità demografica

Come chiaramente sancito nella Legge del Ritorno e affermato nella “Dichiarazione di Indipendenza”, l’approccio di Israele all’immigrazione, rigorosamente non alla migrazione, si basa su una struttura etno-nazionalista dei coloni definita sia ideologicamente che istituzionalmente.

Al suo interno, lo Stato ebraico è considerato la realizzazione finale del sogno sionista, ponendo fine a “duemila anni di peregrinazioni” e diventando il rifugio per gli ebrei della diaspora in tutto il mondo. Affinché ciò sia pienamente realizzato, è necessario stabilire e sostenere una maggioranza ebraica tra il Mar Mediterraneo e il Fiume Giordano.

I palestinesi hanno sempre rappresentato la sfida principale all’ambita superiorità demografica di Israele, in particolare quelli all’interno di Israele che rappresentano il 21% della popolazione.

In quanto tali, i palestinesi che non sono stati etnicamente epurati all’indomani della guerra del 1948 sono continuamente soggetti a leggi e politiche per frenare la crescita della loro popolazione. Inizia, ma non finisce, limitando il loro accesso al ricongiungimento familiare e alla residenza, costruendo insediamenti e creando precedenti concreti che inevitabilmente limitano l’espansione geografica palestinese.

L’attuale ondata di immigrazione ucraina rappresenta una rara opportunità per lo Stato israeliano di migliorare l’equilibrio demografico. Alcuni la vedono come la quarta ondata significativa di immigrazione in Israele dal suo inizio nel 1948.

La prima ondata consisteva principalmente di ebrei europei fuggiti dal nazismo in Europa in Palestina negli anni ’30. La seconda riguardava principalmente gli sfollati dai Paesi europei e musulmani negli anni immediatamente successivi alla fondazione di Israele. E l’ultima ondata ha avuto luogo negli anni ’90 dopo il crollo dell’URSS e ha visto l’arrivo di oltre un milione di immigrati post-sovietici nel decennio successivo.

Altri sono scettici. Anche con l’afflusso di decine di migliaia di ebrei ucraini, non sarà sufficiente per raggiungere la superiorità demografica in Israele e nei territori occupati. Se la popolazione ebraica israeliana riuscirà a ottenere la maggioranza, sarà solo con un piccolo margine e temporaneo, grazie in parte a un tasso di natalità palestinese costantemente più alto: 3,49 in Cisgiordania e Gaza contro 3,09 in Israele. Per la minoranza palestinese israeliana, le statistiche rimangono controverse, anche se è stato segnalato un notevole calo del tasso di natalità.

Il politologo americano Ian Lustick sostiene che l’Aliya di massa post-sovietica, unita al disimpegno dalla Striscia di Gaza del 2005, ha temporaneamente alleviato i problemi demografici di Israele, solo per riemergere un decennio dopo come fonte di preoccupazione. Oggi, la popolazione ebraica e quella palestinese si sono avvicinate alla parità.

Un altro fattore critico del problema demografico è la grande quota di non ebrei tra gli immigrati post-URSS. Le statistiche variano, ma potrebbero esserci circa 300-350.000 immigrati dall’ex Unione Sovietica che ora risiedono in Israele che non sono ebrei, secondo un’indagine dell’Ufficio Centrale di Statistica Israeliano nel 2003. Solo circa il 5% dei non ebrei si è convertito.

Poiché la maggior parte dei potenziali ebrei ucraini qualificati per fare Aliyah in Israele sono parte della “comunità ebraica allargata”, ci sono buone probabilità che lo scenario dell’immigrazione post-sovietica si ripeta, anche se su scala minore.

Dopo la caduta dell’URSS, molti ebrei post-sovietici scelsero invece di emigrare negli Stati Uniti e in Europa. Quasi 200.000 emigrarono in Germania, costituendo attualmente la maggior parte degli ebrei tedeschi.

C’è chi crede, quindi, che la maggior parte degli ebrei ucraini preferisca trasferirsi in Europa. Gideon Joffe, Capo della comunità ebraica di Berlino, osserva che gli ebrei ucraini, a differenza dei loro omologhi post-sovietici, stanno fuggendo per salvarsi la vita. “Molti di loro vedono Israele come un’altra zona di conflitto, e quando si lascia una zona di conflitto, non si vuole andare in un’altra”, dice Joffe.

Scagliandosi contro lo scarso trattamento riservato da Israele ai rifugiati ucraini all’aeroporto Ben-Gurion, l’ambasciatore ucraino a Tel-Aviv, Yevgen Korniychuk, ha detto ai giornalisti: “Israele non è un Paese facile da raggiungere perché è molto costoso, il 90% delle persone che stanno arrivando hanno parenti o amici qui che chiedono a questi ucraini di venire”.

Raramente, se non mai, nei tempi moderni le minacce agli ebrei nei loro Paesi d’origine hanno provocato un’ondata significativa di Aliya, nonostante i ripetuti appelli da parte dei governi israeliani di farlo. In seguito agli attacchi terroristici del 2015 a Parigi, in cui è stato preso di mira un supermercato ebraico, l’ex Primo Ministro Netanyahu ha esortato gli ebrei francesi a immigrare in Israele. Circa 7.000 si trasferirono in Israele quell’anno, solo 1.000 in più rispetto all’anno precedente. Da allora il numero di immigrati ebrei francesi in Israele è diminuito.

Altri coloni?

L’attuazione della Legge del Ritorno è indissolubilmente intrecciata con la negazione del diritto al ritorno dei Palestinesi. Circa 750.000 palestinesi sono stati sfollati ed espropriati come conseguenza della nascita di Israele e continuano a vedersi negato il diritto al ritorno dallo Stato israeliano.

La superiorità demografica ebraica, inevitabilmente tradotta in dominio geografico, guida la legge. Ogni nuova ondata di immigrazione, quindi, serve solo a perpetuare ulteriormente lo status quo.

Trent’anni fa, il Primo Ministro Yitzhak Shamir ha evocato critiche internazionali, anche da Washington, quando ha collegato l’afflusso sovietico con la necessità di Israele di rafforzare la sua presa sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. A quel tempo, Mosca, allora stretto alleato con molti Paesi arabi, avrebbe sospeso i voli diretti per Israele dall’Unione Sovietica in segno di protesta.

Da allora la comunità israeliana dell’Europa orientale è cresciuta fino a diventare la terza potenza demografica di Israele. Il suo impatto di destra sulla democrazia israeliana e, per estensione, sui palestinesi è stato significativo.

Avigdor Lieberman, un politico israeliano nato in Moldova, e il suo Partito Yisrael Beiteinu sono stati determinanti nel bloccare le concessioni ai palestinesi, sostenere l’espansione degli insediamenti e limitare i diritti della minoranza palestinese israeliana. Questo, infatti, ha spinto l’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a definire la comunità israeliana di lingua russa “un ostacolo alla pace con i palestinesi”.

I palestinesi temono che ciò che è stato loro inflitto dagli israeliani dell’Europa orientale possa solo intensificarsi con un’altra ondata di Olim dall’Ucraina.

Molti hanno sottolineato l’ironia che gli immigrati ucraini che vengono in Israele per sfuggire all’aggressione russa potrebbero diventare essi stessi parte dell’aggressione israeliana. Altri sono particolarmente sprezzanti, ritenendo che la dinamica della vittima trasformata nel carnefice sia stata una caratteristica distintiva dell’impresa sionista sin dall’inizio.

Che lo accettino o meno, sostiene l’argomento, molti immigrati ebrei ucraini alla fine saranno risucchiati nel quadro ideologico israeliano e ne diventeranno rappresentanti.

*Il Dottor Emad Moussa è un ricercatore e scrittore specializzato in politica e psicologia politica su Palestina e Israele.

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