Da Tahrir a Taksim: l’Occidente si riserva il diritto di intervenire

REDAZIONE 1 LUGLIO 2013

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 di Ramzy Baroud

 

29 giugno 2013

La distanza tra Piazza Tahrir del Cairo e Piazza Taksim di Istanbul è estremamente lunga. Non può esserci un piano d’azione sufficiente a usare l’esperienza popolare della prima per spiegare le circostanze che hanno causato l’altra.

Molti hanno cercato di insistere sulle analogie tra le due piazze, dato che è di moda in questi giorni

collegare eventi degni di nota anche se in ambienti diversissimi, ad altri eventi. In seguito alla rivolta popolare che ha “avvinto” l’Egitto all’inizio del 2011,  considerata con il titolo generalizzato di ‘Primavera Araba’ i giocolieri intellettuali hanno iniziato a prevedere ‘primavere’ che spuntavano in tutta la regione e oltre questa. Nelle settimane recenti, quando i dimostranti sono scesi nelle strade di varie città turche, di nuovo sono continuati  i paragoni.

L’opportunismo intellettuale, tuttavia, non è un fenomeno a sé, ma un riflesso di una più ampia concezione occidentale di opportunismo politico Una volta che la ‘Primavera Araba’ è stata riconosciuta come un’occasione mediocre, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia sono stati svelti a sfruttarla, o per ridisegnare politicamente la regione medio-orientale, o per assicurarsi che il risultato del fervore rivoluzionario fosse di loro gradimento.

Mentre i dittatori arabi hanno trattato in modo brutale i dimostranti pacifici, le guerre, nel pieno senso della parola, non si sono concretizzate fino a quando  i paesi della NATO hanno cominciato a intromettersi. In Libia hanno guidato un’insurrezione con una limitata componente armata che è diventata una guerra completamente sviluppata che ha provocato la  morte, il ferimento e la scomparsa di migliaia di persone. La guerra in Libia aveva cambiato proprio il panorama demografico di parti del paese.  Intere comunità sono state vittime di pulizia etnica. Bengasi, del cui destino il Primo ministro britannico David Cameron sembrava particolarmente preoccupato, è ora assalita selvaggiamente da numerose milizie che competono per imporre la propria influenza. In seguito a recenti scontri nella città, il capo a interim dell’esercito libico, Salem Conidi il 15 giugno ha informato alla televisione di stato di un  ‘bagno di sangue’. Questa volta, però, un avvertimento del genere è stato a mala pena registrato sui radar della NATO.

Mentre gli ‘interventi umanitari’  selettivi sono un  bene noto stile politico occidentale, le recenti proteste in Turchia dimostrano che è insaziabile l’appetito dei paesi occidentali di sfruttare le disgrazie di ogni paese a loro vantaggio. Il governo turco, tuttavia, deve rimproverare se stesso per aver fornito in primo luogo questa opportunità.

Quando ha dovuto fronteggiare il gioco politico dai grandi rischi, conseguenza delle violente insurrezioni di due anni fa, il Primo ministro turco Tayyip Erdogan, esitante all’inizio, ha adottato uno stile politico che era coerente con quello della NATO, di cui la Turchia è membro. Per circa un decennio, la Turchia ha  cercato di ottenere un ruolo diverso nel mondo arabo e in quello musulmano, una scelta che è stata obbligata dal rifiuto dell’Unione europea di garantire alla Turchia lo stato di membro. La Germania e la Francia hanno guidato la crociata contro gli sforzi decisi della Turchia di entrare nell’Unione che stava crescendo.

Quando la spargimento di sangue ha raggiunto la Siria, la cosiddetta Primavera Araba ha posto una minaccia alle regioni meridionali della Turchia e ha così costretto un frettoloso riallineamento della politica turca, proprio con il campo occidentale che era stato precluso alla Turchia per così tanto tempo.

E’ stata una posizione particolare quella in cui si è messa la Turchia, ponendosi come un campione degli ‘ Arabi’ che si sono risvegliati, e tuttavia operando con il tradizionale paradigma della NATO, basato esso stesso, sui programmi interventisti.  Le incongruenze delle politiche turche sono troppo palpabili e crescenti: mentre risolveva la sua disputa con Israele circa l’uccisione da parte di quest’ultimo di 9 attivisti turchi diretti a Gaza nel maggio 2010, ospitava i più alti capi di Hamas  per tenere colloqui ad alto livello. Sta facilitando l’opera dell’opposizione siriana che sta operando sia in campo politico che militare dai territori turchi, mentre mette in guardia da qualsiasi complotto per destabilizzare la Turchia. Allo stesso tempo questa sta prestando poca attenzione alla sovranità dell’Iraq del nord, poiché ha dato per anni la caccia alla opposizione armata di quel paese arabo lacerato dalla guerra.

Il comportamento della Turchia è stato ignorato, giustificato o sanzionato dalle potenze occidentali fino a quando Ankara ha agito così in tandem con le attuali politiche della NATO. Tuttavia i paesi europei diventerebbero particolarmente  carichi  se la Turchia andasse al di là dei suoi confini, come si è verificato durante la contesa turco-israeliana. E sembra che, indipendentemente da quanto intensamente i leader turchi cerchino di fare buona impressione, non saranno mai all’altezza di soddisfare la definizione  selettiva di democrazia dell’Europa, dei diritti umani, e di altri utili concetti.

L’ipocrisia della NATO perfino tra i suoi stessi membri è troppo ovvia. Paragonate, per esempio, le risposte europee al giro di vite alle proteste del movimento Occupy Wall Street (OWS), iniziate il 17 settembre 201, e le massicce campagne di arresti, di bastonate e di umiliazioni dei dimostranti. Si è saputo che sia l’FBI che il Dipartimento della sicurezza interna hanno monitorato il movimento congiuntamente tramite le loro task forces per il terrorismo. Questo è ciò che Naomi Wolf ha rivelato sul quotidiano Guardian il 29 dicembre dell’anno scorso.

Dove è stato il grido di protesta dell’alleato europeo degli Stati Uniti circa queste pratiche arbitrarie, compreso il recente scandalo della Agenzia per la  Sicurezza nazionale [statunitense]  (NSA) che ha spiato milioni di persone usando la tecnologia dei media sociali e di Internet, in nome del tentativo di catturare i terroristi? Questa pratiche sono diventate talmente di routine, che raramente  costringono  allo sdegno o a serie richieste di  trasparenza,  a parte le preoccupazioni così inutili come il titolo sul settimanale di affari  Bloomberg Businessweek:  “Spiare per la NSA fa male agli affari negli Stati Uniti.”

Mentre le nazioni arabe sono quelle più colpite dalle guerre e dalle insurrezioni che hanno destabilizzato la regione, distrutto la Siria e minacciato il futuro di intere generazioni, esse sembrano  fare da difensori ai margini quando David Cameron, François Hollande della Francia, e Barack Obama, tra gli altri, illustrano il cammino dal quale è determinato il futuro della Siria, in modi coerenti con i loro interessi, e, naturalmente, con la ‘sicurezza’ di Israele.

Però la risposta di alcuni leader dell’Unione Europea alle proteste anti-governative a Istanbul, Ankara e Izmir in settimane recenti, è stata per lo più motivo di riflessione. Perfino i migliori tentativi del Primo ministro turco Tayyip Erdogan non sono semplicemente sufficienti ad allontanare l’Europa dal trarre vantaggio dalle sventure della Turchia. La Cancelliera Angela Merkel ha preso rapidamente posizione per bloccare le “mosse per aprire un nuovo capitolo dei colloqui per dare lo stato di socio  dell’Unione Europea ad Ankara”,  ha riferito l’Agenzia di [stampa] Reuter il 20 giugno, presumibilmente a causa della preoccupazione per il giro di vite della polizia turca rispetto alle proteste. Naturalmente la cancelliere è spesso indulgente quando viene usata estrema violenza da Israele contro i palestinesi, dal momento che nessun capitale politico può essere conquistato con queste mosse imprudenti.

Nel frattempo, però, le potenze occidentali continueranno ad avere un ruolo per lo più dannoso in Medio Oriente,  che genera e sfrutta ulteriore caos con l’aiuto di varie potenze regionali, nel modo più sfacciato, allo scopo di servire i loro interessi. Neppure la Turchia, malgrado si dimostri una risorsa insostituibile nelle iniziative politiche  e militari della NATO, è invulnerabile.

Forse la doppia faccia dell’Europa obbligherà a un ripensamento i circoli politici della Turchia quando calcoleranno la loro prossima mossa. La Turchia metterà fine al suo ruolo di  sbocco  delle politiche della NATO in Medio Oriente? Questa è una domanda che la Turchia deve affrontare prima che anche essa venga del tutto travolta dai tumulti infiniti e inondata dall’intervento occidentale, dato che i risultati sono sempre letali. Sempre.

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. (Pluto Press).

 

Nella foto: dimostrazione del 30 giugno 2013 a Piazza Tahrir

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/from-tahrir-to-taksim-west-reserves-right-to-interfere-by-ramzy-baroud

Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/11432

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