Da una grotta a una tenda

admin | January 28th, 2012 – 1:33 pm

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“I bulldozer e i soldati sono arrivati a notte fonda, il 23 gennaio, e 52 persone, compresi 29 bambini sono stati costretti ad abbandonare le loro case, che sono state completamente distrutte”. Il racconto è contenuto in una denuncia resa pubblica il 27 gennaio dal coordinatore dell’Onu per gli affari umanitari nei Territori Palestinesi, Maxwell Gaylard, dopo la distruzione da parte delle autorità israeliane di sette case palestinesi nel villaggio di Anata, a Gerusalemme. A una ventina di chilometri da Betlemme e dalla grotta della Natività.

Le 52 persone, compresi i 29 bambini, hanno dormito sotto le tende. Chi conosce Gerusalemme, sa bene che le temperature di questo periodo sono particolarmente rigide. Soprattutto la notte. Da giorni piove, piove a vento, fa freddo, e dormire sotto una tende, su un terreno inzuppato d’acqua, è particolarmente dura. Le considerazioni climatiche non hanno, però, fermato le ruspe. Le sette abitazioni sono state abbattute, senza se e senza ma.

“Durante il 2011 – prosegue ancora la denuncia di Gaylard e dunque dell’Onu – sono state demolite 622 abitazioni, costringendo circa 1100 persone, di cui la metà bambini, a diventare sfollati”. “Un incremento notevole rispetto agli anni precedenti”, dice l’alto funzionario delle Nazioni Unite, che ricorda a Israele che “in quanto potenza occupante ha la responsabilità fondamentale di proteggere la popolazione civile palestinese che si trova sotto il suo controllo e di assicurarle dignità e benessere”.

Le demolizioni ad Anata sono, purtroppo, ricorrenti. Beit Arabiya, una delle case distrutte, era già stata ricostruita quattro volte dall’ICAHD, la ong guidata da Jeff Halper (israeliano) che lotta da anni contro le demolizioni delle case (palestinesi). Jeff Halper, ora, chiede aiuto per ricostruire per la quinta volta quella stessa casa. (grazie, Lorenzo, per la foto e la sollecitazione a parlare di Anata), in un paese dove vivono migliaia di persone. Un paese, Anata, che è la perfetta rappresentazione di quello che sta succedendo a Gerusalemme, seguendo una strategia che già ora preclude un futuro per la città in linea con la soluzione dei due stati.

Anata è a nord est, e la cartina qui sotto descrive bene perché è importante. Confina con Shu’fat, quartiere e campo profughi, e dall’altro lato è chiusa da una base militare. Dovrebbe essere attraversata da un bypass, una strada separata, riservata agli israeliani. A nord insistono due tra gli insediamenti israeliani più numerosi, soprattutto Nevee Yacov e Pisgat Zeev. E infine a sud-ovest c’è Issawiya, altro quartiere palestinese a rischio dopo la notizia della volontà del municipio (israeliano) di voler costruire un parco che colleghi tra di loro l’anello delle colonie, e separi i quartieri palestinesi di Gerusalemme est dalla Cisgiordania (chi ne vuol sapere di più, può consultare le cartine sul sito dell’OCHA, www.ochaopt.org, oppure su quello del centro studi PASSIA, che col suo Diary pubblica ogni anno il più credibile aggiornamento sulla situazione della Gerusalemme palestinese).

Solo pochi giorni fa il cosiddetto rapporto dei consoli europei, i rappresentanti diplomatici dell’Unione Europea a Gerusalemme, aveva denunciato una situazione sempre più intollerabile, pericolosa e senza ritorno, per i 200mila palestinesi di Gerusalemme e per lo stesso futuro della città. Nemo profeta in patria. Le demolizioni, stigmatizzate nel rapporto assieme alla strategia israeliana per rendere impossibile la divisione della città, sono continuate. Anche ora che fa freddo. In un assordante silenzio, a Bruxelles così come a Washington. Anata è invisibile, come molti altri luoghi di questo mondo arabo incognito. Invisibile e – sembra – irrilevante.

La foto immortala una demolizione nel quartiere residenziale palestinese di Beit Hanina, dove vive da anni la piccola-media borghesia palestinese, a pochi metri dal Muro di separazione che s’incanala sino al checkpoint di Qalandiya.

Playlist: Paolo Fresu, Mio Mehmet…

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