Da Washington ad at-Tuwani

admin | May 25th, 2011 – 8:34 am

La grande politica si può vedere da Washington, oppure da at-Tuwani, un paesino palestinese delle South Hebron Hills, da anni a rischio ‘estinzione’, nel senso che la pressione dei coloni sul villaggio, sui suoi abitanti, e sui bambini che debbono andare a scuola è diventato un simbolo della vita quotidiana in molte zone della Cisgiordania. Persino Tony Blair, l’inviato speciale per il Medio Oriente del Quartetto, lo ha visitato,  l’anno scorso.

La grande politica che condiziona il Medio Oriente, dunque, la si può vedere da due prospettive diverse, molto diverse tra di loro. Me l’ha stranamente insegnato un film con Robin Williams, che parlava di tutt’altro, di un malato di mente. E da at-Tuwani la preoccupazione di Netanyahu, che i confini del 1967 non siano difendibili, assume un sapore tutto speciale, un sapore per il quale ci si chiede se sia più difendibile Israele quando si penetra così a fondo in Cisgiordania. Se per esempio Psagot, la colonia che sta proprio di fronte, a due passi da Ramallah, sia più difendibile di Tel Aviv. Se lo sia Bet El, o Kiryat Arba, tanto per citare alcuni degli insediamenti più vicini alle più importanti città palestinesi, Ramallah o Hebron (Al Khalil).

Torniamo, però ad at-Tuwani, che ha ricevuto per l’ennesima volta la visita dei soldati israeliani, stavolta assieme a membri dell’intelligence. Il problema – dicono quelli del Christian Peacemakers Team, che assieme ai volontari italiani  aiutano gli abitanti del villaggio – sembra fosse la resistenza nonviolenta. Interessante, vero? Il problema non è Hamas, non è il terrorismo, bensì la resistenza nonviolenta, che è la novità degli ultimi anni, tra i palestinesi. A Bil’in, a Nabi Saleh, a Beit Ummar, ad at-Tuwani, dovunque la comunità locale si è organizzata per reagire, al muro, al furto della terra, agli attacchi dei coloni. La resistenza non violenta fa paura, sembra.

Questo è il resoconto degli internazionali, a Tuwani:

Intelligence personnel also interrogated villagers about recent demonstrations and direct actions carried out by the community, and demanded that Palestinians cease their nonviolent resistance. “Do you want to become the father of a martyr?” They asked one of the village leaders, hinting that the occupation forces might retaliate on his children.

Neither soldiers nor intelligence officers gave any reason for the military operation and the prolonged interference in people’s privacy and security. When asked why they were in the village the armed men responded only “It’s our job.” Agents also requested that internationals refrain from taking any pictures of the unfolding events but presented no warrants or identification. The intelligence personnel threatened to call the police to arrest the internationals. The operation lasted over two hours.

Questo è solo un esempio di quello che succede lontano da Washigton e dal Congresso americano, i cui deputati sono sempre così sorridenti. E prima che qualche politico italiano, un giorno, mi venga a dire che nessun analista – però – ha mai detto niente o previsto niente o capito niente di quello che succede in Medio Oriente, comunico che sulla resistenza nonviolenta palestinese è già uscito più di qualche libro. Tanto per pura conoscenza personale…

E infine, visto che dal 28 maggio sarà in scena l’Antigonepalestinese tra Gerusalemme e Ramallah, qualche verso – che ci sta molto bene – di Mahmoud Darwish (in traduzione francese…), citato dagli organizzatori della pièce per spiegare il legame tra il dramma di Antigone e quello che succede da queste parti, tra la terra e l’umanità. Ci sta proprio bene.

« J’ai choisi d’être un poète troyen. Je suis résolument du camp des perdants. Les perdants qui ont été privés du droit de laisser quelque trace que ce soit de leur défaite, privés du droit de la proclamer. J’incline à dire cette défaite ; mais il n’est pas question de reddition ».

Sono risolutamente nel campo dei perdenti…

http://invisiblearabs.com/?p=3213

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