Dal Medio Oriente a Losanna: pensieri arabi tra le Alpi

REDAZIONE 13 DICEMBRE 2013

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di Ramzy Baroud

12 dicembre 2013

Qui in Svizzera il treno procede sbuffando simpaticamente  tra Ginevra e Losanna. La catena alpina delle montagne lotta per rendere nota la sua esistenza malgrado il persistere irritante di nuvole basse. Un amico mi ha appena introdotto alla musica di J.J.Cale, ma i miei pensieri si muovevano più rapidamente della velocità del treno. Il tempo è troppo breve per dormire, ma mai abbastanza lungo per pensare.

E’ passata quasi una settimana da quando ho intrapreso un giro di conferenze nei paesi europei di lingua francese. Il viaggio è più difficile di quanto pensassi, ma anche ben riuscito.  Sono qui per parlare di Gaza, per spiegare le rivoluzioni arabe e per ricordare a molti la loro responsabilità morale verso la Palestina e le nazioni arabe. Per i sei mesi precedenti a quella data, ho vissuto e ho lavorato in Medio Oriente. Subito dopo essere arrivato, l’Egitto è entrato in una fase di violenza e di caos. Malgrado le sofferenze e i massacri, il nuovo trambusto sembrava corrispondere più precisamente alla grandezza della lotta a portata di mano.  La rivoluzione del 25 gennaio era stata dichiarata vittoriosa troppo presto.

Secondo me, il subbuglio in Egitto era più di un argomento politico da analizzare o un problema di diritti umani da considerare. Era molto personale. Ora il mio accesso a Gaza non mi è più garantito. Gaza, malgrado la sua realtà impossibile e le sue immense difficoltà, era l’ultimo spazio in Palestina che mi si permetteva  di visitare,  dopo 18  anni che mi veniva rifiutato  tale accesso. Era il luogo che più somigliava a quello che potevo chiamare patria.

Il mio compagno di viaggio mi informa che mancano 10 minuti per arrivare a Losanna. Vorrei che il tragitto fosse stato molto più lungo. Ci sono così tante cose da considerare. Il mio dolore per Gaza e il suo assedio soffocante, per la Palestina e la libertà che le viene negata, sono ora parte di un più grande  mescolanza di dolori strazianti per i popoli arabi mentre combattono per la loro affermazione, l’uguaglianza, i diritti e la libertà. No, non si perderà mai la speranza, perché la battaglia per la libertà è eterna. Ma le immagini che ho nella testa delle numerose vittime di questa guerra – specialmente dei bambini che a mala sapevano che cosa è soprattutto la guerra – sono ossessionanti.

Sono tornato in Medio Oriente sperando di arrivare a un po’ di chiarezza, ma in molte occasioni mi sono sentito più confuso. Non so perché ho sentimenti  confusi ogni volta che torno in Medio Oriente. Lo chiamo Medio Oriente soltanto quando scrivo in inglese. In arabo si dice ‘al-watan al-Arabi’, la patria araba. Ce lo hanno insegnato quando eravamo bambini ed era il solo riferimento  che conoscevamo. Tra gli amici arabi sembro  infantile quando dico ‘la patria araba’. Nessuno la chiama più così.

La mia generazione è stata istruita da una generazione che aveva sperimentato il sorgere del nazionalismo arabo. Erano esposti a un discorso unico di terminologia che voleva essere una  risposta araba  a tono all’imperialismo. Alcuni dei miei vicini di Gaza hanno combattuto insieme all’esercito egiziano. Mio padre è stato ferito con i suoi compagni egiziani. Nel 1967 ha attraversato il Sinai, sconfitto, sul retro di un camion dell’esercito che trasportava morti e feriti egiziani e palestinesi. Allora c’era poca distinzione tra di loro e non c’era alcuna necessità di sottolineare che erano compagni di armi o qualunque cosa del genere. Erano arabi che combattevano il sionismo e l’imperialismo fino all’ultimo respiro.

Poi però le cose sono cambiate.

Quando ero giovane ho sempre  temuto  di attraversare il confine con l’Egitto, ma non avevo altra scelta. Gaza era in una trappola, come oggi, e l’Egitto storicamente è stata una cima di salvataggio      che spesso è stata  rotta  per un motivo o un altro. La mia visita più recente dopo la rivoluzione egiziana doveva essere diversa. Pensavo che la rivoluzione avrebbe corretto l’aberrazione che ha afflitto i rapporti arabi interni. Pensavo che ancora una volta avrebbe rimodellato un discorso arabo     distrutto e che avrebbe riportato l’Egitto agli arabi dopo decenni di perdita politica e di dissoluzione culturale. Sono passati quasi tre anni da quando è cominciata la rivoluzione, e il discorso è più frammentato che mai, se non anche  di più.

Le Alpi diventano gigantesche quando stiamo quasi per entrare a Losanna, ma non sono ancora del tutto visibili. Nei miei viaggi in Europa, vengo trattato con rispetto ogni volta che attraverso un confine. Un paio di volte ci sono state delle domande inquisitorie, altre volte nessuna. La polizia araba di confine è, però  a malapena cortese. Chi di noi è abbastanza ‘fortunato’ da avere un passaporto occidentale, su come il rispetto nei paesi arabi, nelle nostre stesse patrie, spesso dipende   dal colore di quel piccolo documento.

La mia ‘patria araba’ sfortunatamente sembra essere affondata ancora più profondamente nella disperazione politica, in una  divisione senza precedenti, e in un  senso di perdita culturale senza pari, dopo i pochi anni di rivoluzioni e di guerre civili. Ciò che mi preoccupa di più riguardo alla Siria, all’Egitto, alla Libia, e alla Tunisia e a tutto il resto, è che i loro rivoluzionari non sembrano        proprio con le entità che hanno contribuito alla sconfitta araba. Ricorrono proprio all’America che ha distrutto l’Iraq e cercano la guida dei francesi  e il sostegno dei  britannico sebbene nessuna di queste parti abbia mostrato alcun segno di volersi staccare dalle loro eredità coloniali. L’invasione cultuale di cui sono stato testimone in quei paesi non è certo completa. La globalizzazione occidentale   sta  portando scompiglio su culture fragili che non si stanno difendendo molto.

C’è una base logica che potrebbe spiegare che cosa è successo nei pochi decenni passati? In che modo siamo arrivati da una relativa chiarezza avendo un senso definito, collettivo di scopo, identità, e aspirazioni comuni e malgrado i molti fallimenti e sconfitte, a questo senso di perdita schiacciante?

“Di dove sei?”, mi ha chiesto un tassista  egiziano nella mia recente visita in Arabia Saudita. “Sono palestinese.” “Ma il tuo accento?” “Vivo a Washington”  “Hai un passaporto americano?” mi ha chiesto. “Sì”. “Alhamdulilah” (Grazie a Dio), ha commentato con un senso di sollievo e un sorriso. Era genuinamente felice per me.

Però ho continuato a tornare, e molti di noi tornano. E’ un conflitto irrisolvibile, la stessa schizofrenia di identità che hanno molti arabi. Mio padre che è morto nell’assedio di Gaza del 2008, ha cercato  di comprendere le cose, malgrado il suo cinismo. Mi ha spiegato il mondo con termini lucidi e semplici. Leggeva la poesia irachena, ascoltava la musica egiziana, e ed era in relazione con molti aspetti della vita araba. ‘Odiava’ gli arabi e tuttavia era orgoglioso di essere uno di loro, Ho ereditato il suo scetticismo e la sua confusione. Ecco perché continuo a tornare.

Arriviamo a Losanna. La maggior parte delle nuvole sono scomparse. La nebbia si è dispersa. Le Alpi appaiono di nuovo,  imponenti ed eterne. Le melodie di J.J.Cale sono più avanti del loro tempo. Sono  destinate  per il futuro, non per il passato. Insisto a rimanere speranzoso.

Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story[Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. (Pluto Press).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/from-the-middle-east-to-lausanne-arabic-thoughts-amidst-the-alps-by-ramzy-baroud

Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/13465

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