DAL NIGER ALLA SOMALIA

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Basi statunitensi in Africa

di Nick Turse –  28 ottobre 2017

Mentre l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley si reca in Africa e il Comitato del Senato per le Relazioni con l’Estero ha tenuto una riunione segreta giovedì con dirigenti del Pentagono sull’agguato mortale in Niger nel quale sono stati uccisi cinque soldati nigerini assieme a quattro soldati statunitensi, parliamo con il giornalista Nick Turse, che afferma che l’attività militare statunitense in Africa è uno strumento di reclutamento per i gruppi terroristici.

AMY GOODMAN: Giovedì il Comitato del Senato per le Relazioni con l’Estero ha tenuto una riunione segreta con dirigenti del Pentagono sull’agguato mortale in Niger in precedenza questo mese, nel quale sono stati uccisi cinque soldati nigerini e quattro soldati delle Forze Speciali statunitensi. Nel frattempo il Pentagono ha separatamente confermato per la prima volta che una seconda squadra militare statunitense è stata coinvolta nell’operazione ed è stata, cito, “coinvolta nello stesso momento”. L’Associated Press scrive che alla pattuglia cui è stato teso l’agguato era stato chiesto di aiutare una seconda squadra di commando che era alla caccia di alto membro di al-Qaeda. Ci sono circa 6.000 soldati statunitensi operanti in Africa, con almeno 600 in Niger.

Nel frattempo la Somalia continua a riprendersi da un grande attentato dinamitardo a Mogadiscio che ha ucciso almeno 358 persone e ferito altre 400 e una bomba in strada è esplosa domenica uccidendo 11 persone. Le esplosioni arrivando dopo che l’amministrazione Trump ha intensificato una campagna contro al-Shabab in Somalia. A marzo il presidente Trump ha dichiarato la Somalia una cosiddetta zona di ostilità attive, dando ampio spazio ai capi militari per lanciare attacchi aerei e di terra. A maggio ciò ha portato al primo morto statunitense in combattimento in Somalia dal 1993. In agosto un attacco di soldati statunitensi e truppe somale contro un villaggio all’esterno di Mogadiscio ha lasciato morti dieci civili, tra cui tre bambini. The Guardian riferisce che il sospetto attentatore del massacro di Mogadiscio appartiene alla specifica comunità presa di mira dall’attacco dello scorso agosto, un villaggio vicino alla capitale, Mogadiscio. Il massacro di Mogadiscio ha ucciso più di trecento persone.

Questa settimana l’ambasciatrice statunitense all’ONU, Nikki Haley, è stata uno dei dirigenti di più alto livello dell’amministrazione Trump a visitare il continente africano. La Haley si è recata in Etiopia, Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, dove è arrivata dopo essere stata costretta all’evacuazione mentre visitava un campo profughi in Sud Sudan, quando è scoppiata una protesta contro il presidente Salva Kiir. Nel corso della sua visita la Haley ha affermato che le relazioni statunitensi con il Sud Sudan sono, cito, “a un bivio”.

NIKKI HALEY: Siamo delusi da quello che vediamo. Non è in questo che pensavamo di star investendo. Quella in cui pensavamo di investire è una società libera ed equa in cui le persone potessero sentirsi sicure. E il Sud Sudan è il contrario di questo.

AMY GOODMAN: Bene, per parlare di più riguardo alle operazioni statunitensi nel continente africano è con noi il giornalista Nick Turse. E’ membro del The Nation Institute, collaboratore di The Intercept, dove i suoi articoli più recenti sono intitolati “Non si tratta solo del Niger: l’attività militare statunitense è uno ‘strumento di reclutamento’ per gruppi terroristici in tutta l’Africa Occidentale” e anche “Gli Stati Uniti invaderanno l’Africa Occidentale nel 2023 dopo un attacco contro New York, secondo le simulazioni di guerra del Pentagono” e, su Vice, il suo testo più recente “Gli Stati Uniti stanno conducendo una grande guerra segreta in Africa”. E’ autore del libro Tomorrow’s Battlefield: U.S. Proxy Wars and Secret Ops in Africa [Il campo di battaglia di domani: guerre per procura e operazioni segrete statunitensi in Africa] e del suo ultimo libro Next Time They’ll Come to Count the Dead: War and Survival in South Sudan [La prossima volta verranno a contare i morti: guerra e sopravvivenza in Sud Sudan].

Nick, bentornato a Democracy Now!

NICK TURSE: Grazie per avermi invitato.

AMY GOODMAN: Cominciamo dal Sud Sudan. Perché ci è andata Nikki Haley? Parlaci delle proteste che ci sono state nel paese.

NICK TURSE: Certo. Nikki Haley è stata inviata là fondamentalmente in seguito a un discorso tenuto il mese scorso dal presidente Trump a leader africani presso le Nazioni Unite. E’ stato un discorso molto stonato, nel quale, in effetti, ha lodato i progressi di un paese africano che non esiste: il Nambia. Ma nel discorso ha anche menzionato che c’erano conflitti nella Repubblica Democratica del Congo e specialmente nel Sud Sudan di cui ci si doveva occupare, che stava mandando la Haley per fare qualcosa al riguardo. Di cosa si trattasse non è mai stato esattamente chiaro. Lei era in una specie di missione di accertamento dei fatti.

Ha incontrato profughi sud-sudanesi in Etiopia. E poi, come hai citato, si è recata in uno di questi siti di protezione dei civili in Sud Sudan dove c’erano, sai, interne … persone internamente sfollate fondamentalmente incagliate lì da anni, dallo scoppio della guerra civile nel 2013. E la situazione si è riscaldata e lei è stata scortata fuori dal campo.

AMY GOODMAN: Dunque, spiegaci la situazione nel Sud Sudan.

NICK TURSE: Certo. Nel dicembre del 2013 il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha lanciato una campagna di pulizia etnica nella città capitale, Juba.

AMY GOODMAN: E’ uno dei paesi più nuovi del mondo.

NICK TURSE: Sì, è la nazione più giovane della terra. Ed è stato, per molti versi, un progetto statunitense di creazione di una nazione. Gli Stati Uniti hanno speso qualcosa come undici miliardi di dollari per portare il Sud Sudan allo stato di nazione. I sud-sudanesi si sono battuti e sono morti per la loro indipendenza, ma i veri sostenitori di questo progetto sono stati gli Stati Uniti. Ed è andato a pezzi nel 2013. Da allora il paese si trova in uno stato di guerra civile. E il governo è andato attuando campagne di pulizia etnica in tutta la nazione.

AMY GOODMAN: Contro chi?

NICK TURSE: Tutto è cominciato come una campagna contro i Nuer, che sono la più vasta delle minoranze etniche. Questo è attuato, come ho detto, dal presidente Salva Kiir, che è membro dei Dinka, che sono il gruppo etnico più vasto del paese. Da allora la guerra civile si è diffusa. E più recentemente ha coinvolto il profondo sud del Sud Sudan, la regione Equatoria, dove ci sono circa da dieci a venti minoranze etniche. Sono state attaccate e hanno lasciato il paese a schiere, prevalentemente in Uganda; circa un milione di profughi oltre confine dalla tarda estate del 2016.

Ora Nikki Haley, quando era nel Sud Sudan, ha detto che il presidente Kiir non poteva affermare che i suoi soldati non stessero commettendo tali atrocità. Ma in realtà è quello che Kiir sta facendo ormai da mesi. Ha affermato che notizie false e media sociali hanno spinto queste persone oltreconfine. Ma io sono stato là in precedenza quest’anno. Ho parlato con profughi che avevano lasciato il paese. Ho parlato con persone che erano state cacciate dal paese. Ho visto i villaggi bruciati. Queste persone sono fuggite a causa di una campagna di pulizia etnica, massacri, assassini, incendi di villaggi da parte del governo. Tutto questo succedeva allora e continua a succedere adesso.

AMY GOODMAN: Qual è l’interesse degli Stati Uniti oggi?

NICK TURSE: Beh, sì, gli Stati Uniti, penso, specialmente … E’ stata un’iniziativa trasversale, dunque ci sono molti nel Congresso che ritengono che gli Stati Uniti abbiano un ruolo in corso da adempiere in Sud Sudan. Quello che la Casa Bianca ritiene debba essere fatto nel paese e pochissimo chiaro. Prima di partire, l’ambasciatrice Haley si esprimeva con durezza circa il taglio degli aiuti statunitensi come modo per usare il potere statunitense contro il governo del Sud Sudan. Ma dopo esservi arrivata, aver visto i profughi, ha detto che adesso capisce che tagliare gli aiuti statunitensi colpirebbe i sud-sudanesi più vulnerabili. E’ davvero una situazione ingestibile ed è difficile immaginare esattamente che cosa gli Stati Uniti possano fare e quale sia il mandato di Nikki Haley.

AMY GOODMAN: Martedì l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, ha visitato Gambela, nell’Etiopia occidentale, dove sono affluiti quasi 350.000 profughi oltreconfine dal Sud Sudan nel mezzo della guerra civile del paese.

NIKKI HALEY: Questa è una crisi internazionale. Non è solo un problema dell’Etiopia. Questa è una crisi internazionale. E quando si vedono le migliaia di persone qui e si vede che dovrebbe avere una clinica per 10.000 persone e ci sono 86.000 persone in una sola clinica, è sbagliato. Voglio dire: stanno cercando di far quadrare i conti, sapete, di uscire dalla penuria di cibo, ma a un certo punto devi guardare e dire: “Nessuno merita di vivere in questo modo”.

AMY GOODMAN: La Haley ha detto che gli Stati Uniti stanno valutando come esercitare pressioni sul presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, per indurlo alla pace, ma ha detto che ritirare gli aiuti può non funzionare. Nick Turse?

NICK TURSE: Sì. Sai, questo è un dilemma in cui si sono trovati gli Stati Uniti. Una volta hanno dato al Sud Sudan milioni e milioni di dollari per il suo esercito, per addestrare i politici del paese, i tecnocrati. Oggi tutto è ridotto sostanzialmente ad assistenza. E, sai, è quella la leva di cui gli Stati Uniti dispongono. Ma tagliarla significa che molti in stato di bisogno resteranno privi di aiuti.

[Annuncio di un’interruzione pubblicitaria omesso – n.d.t.]

AMY GOODMAN: […] Qui Democracy Now!, democracynow.org, The War and Peace Report. Io sono Amy Goodman e stiamo parlando della presenza statunitense in Africa. Voglio passare al senatore Repubblicano Lindsey Graham della Carolina del Sud, membro del Comitato del Senato sulle Forze Armate. Ha parlato la settimana scorsa ai giornalisti dopo un incontro con il Segretario alla Difesa James Mattis che ha dichiarato che l’esercito sta modificando la sua strategia antiterrorismo per concentrarla di più sull’Africa.

SENATORE LINDSEY GRAHAM: Le norme sull’antiterrorismo sotto il presidente Obama, ritenevo, erano eccessivamente restrittive. Ci negavano la capacità fondamentalmente di impegnare il nemico efficacemente e aggressivamente. La guerra sta cambiando. Si vedranno più interventi in Africa, non meno. Si vedranno più aggressioni statunitensi contro i nostri nemici, non meno. Saranno prese decisioni non alla Casa Bianca, bensì sul campo. E io appoggio questo intero costrutto.

AMY GOODMAN: Per ulteriori informazioni proseguiamo la nostra conversazione con Nick Turse. [Ripetizione delle sue opere omessa – n.d.t.]. Risponde a ciò che ha detto Lindsey Graham. Parlaci di quello che gli Stati Uniti stanno facendo in Africa.

NICK TURSE: Beh, gli Stati Uniti stanno facendo molto in Africa. Lui ha parlato di restrizioni durante l’era di Obama ma quella è stata un’era di grande espansione che l’anno scorso, devo dire, ha fatto un salto a un altro livello. Truppe statunitensi stanno ora conducendo, secondo il comandante del Comando Africa [AFRICOM] degli Stati Uniti, 3.500 esercitazioni, programmi e ingaggi l’anno. Dunque si tratta di circa dieci missioni al giorno sul continente africano, qualcosa che penso la maggior parte degli statunitensi ignori del tutto. Penso che Lindsey Graham affermi che non era a conoscenza della portata di quell’attività. Così ultimamente c’è stato un grande incremento. Quando è stato avviato l’AFRICOM, conduceva circa 172 esercitazioni e missioni l’anno. Dunque si tratta di un aumento di quasi il duemila per cento dell’attività statunitense sul continente africano.

E questo è in contrasto con il modo in cui l’AFRICOM è stato presentato in origine al popolo statunitense e al mondo in generale: che si sarebbe trattato di qualcosa di simile ai Corpi di Pace sotto altra veste, che ci sarebbero state operazioni umanitarie, costruzioni di orfanotrofi e scavi di pozzi, quel genere di cose. Ma è un comando geografico combattente statunitense pienamente militarizzato, dove ci sono truppe che conducono missioni che, sai, sono spesso spacciate per addestramento e consulenza, e condotte in base a competenze di addestramento e consulenza, ma in realtà sono indistinguibili dai combattimenti.

AMY GOODMAN: Voglio dire, la discussione questa settimana in Campidoglio … continuiamo a sentire molti senatori parlare di dare più soldi all’esercito statunitense, che la morte dei quattro soldati delle Forze Speciali in Niger significa che gli Stati Uniti hanno bisogno di più soldi e che l’Africa è il luogo nel quale, sai, l’azione militare statunitense sarà concentrata. Ora il tuo articolo, uno di quelli che hai scritto, “Non si tratta solo del Niger: l’attività militare statunitense è uno ‘strumento di reclutamento’ per gruppi terroristici in tutta l’Africa Occidentale”. Spiega.

NICK TURSE: Sì. E’ qualcosa che mi hanno detto numerosi esperti; che, sai, gli Stati Uniti hanno pompato centinaia di milioni di dollari nei programmi antiterrorismo subito dopo l’undici settembre in Africa Occidentale: Niger, Mali, Mauritania, quell’intera regione. L’idea era di rendere quella regione un baluardo contro il terrorismo. L’idea subito dopo l’undici settembre era che stati deboli, governi fragili, spazi non governati, erano i luoghi in cui potevano proliferare gruppi terroristici.

Ma all’epoca gli Stati Uniti non identificavano nessun gruppo terroristico transnazionale nella regione. Dopo tutta questa attività statunitense, dopo aver condotto una missione di operazioni speciali dopo l’altra, anno dopo anno, oggi c’è una proliferazione di gruppi terroristici in tutta la regione; a seconda di come li si conta, forse da sei a dieci, compreso lo Stato Islamico nel Grande Sahara, che è un gruppo che risulta aver attuato questo agguato che ha ucciso quattro Berretti Verdi statunitensi.

AMY GOODMAN: Non erano tutti Berretti Verdi, ma erano delle Forze Speciali. Su quel tema delle Forze Speciali, ci sono 800 soldati in Niger? Che cos’è la base dei droni? Perché è stata costruita là?

NICK TURSE: Beh, nel 2013 gli Stati Uniti hanno avviato operazioni con i droni nel paese, centro addetti statunitensi inviati a Niamey, la capitale del Niger. E la base era progettata per fornire quella che chiamano ISR – intelligence, sorveglianza e ricognizione – in Niger e nella più vasta regione dell’Africa Occidentale. Da allora gli Stati Uniti hanno concluso un accordo con il Niger per costruire una base molto più grande nella cittadina di Agadez. Il Comando Africa statunitense dice che questa è … la definiscono come una sorta di struttura temporanea d’emergenza, che suona come una pista con un paio di tende attorno. Ma documenti desegretati che ho ottenuto mostrano che è una base da cento milioni di dollari quella che stanno costruendo.

Hanno scelto il Niger, affermano questi documenti, perché il governo del paese era aperto a che loro introducessero droni MQ-9, che sono la variante più grande, più nuova del drone Predator, un drone molto più letale. In origine si supponeva che avrebbero condotto, di nuovo, missioni ISR, ricognizione, sorveglianza. Ma oggi, dopo questo attacco, c’è una grande spinta ad armare questi droni e a farli volare sulla regione. E questo è qualcos’altro che ho pure visto nei documenti. Il Niger era il solo paese della regione aperto a una base di droni armati.

AMY GOODMAN: E là sono attivi sia gli Stati Uniti sia la Francia.

NICK TURSE: Sì. Questo è a causa del collasso del vicino del Niger, uno dei suoi vicini, il Mali. Infatti un ufficiale addestrato negli Stati Uniti, uno di questi … uno degli ufficiali addestrati nei programmi statunitensi antiterrorismo dopo l’undici settembre, ha rovesciato il governo del Mali, perché c’era un’insurrezione nel Mali settentrionale che questo ufficiale riteneva che il governo non stesse attaccando nel modo giusto. Anche lui si è dimostrato incompetente nell’attaccare l’insurrezione. Gli islamisti hanno respinto il suo esercito verso la capitale. E c’era una vera paura che il Mali sarebbe stato preso da ribelli islamisti. Così la Francia è intervenuta, con l’appoggio degli Stati Uniti. E ora la Francia è incastrata in una contro insurrezione là, che pare anche interminabile e che i francesi non riescano a trovare un modo per districarsene.

AMY GOODMAN: Dove altro gli Stati Uniti hanno basi di droni in Africa?

NICK TURSE: Beh, ci sono basi di droni che spuntano in tutto il continente, e gli Stati Uniti le costruiscono e le chiudono secondo le necessità. In passato avevano basi di droni in Etiopia, in Ciad, anche in Kenya. Penso che la base di droni che … d’annata recente, che è stata la più importante per gli Stati Uniti è nella minuscola assolata nazione di Djibouti nel Corno d’Africa. C’è una grande base statunitense là, chiamata Camp Lemonnier, ma la base dei droni è una struttura satellite. E’ chiamata Campo d’Aviazione Chabelley. E gli Stati Uniti vi hanno condotto missioni che hanno preso di mira il continente africano. Hanno anche condotto missioni di droni in volo sullo Yemen. E poi è stata usata anche per combattimenti contro lo Stato Islamico in Iraq e in Siria. E’ una base di droni molto importante, situata centralmente.

AMY GOODMAN: Dunque ci sono 6.000 soldati statunitensi. Pensi che il numero sia corretto?

NICK TURSE: Penso che in ogni dato giorno ci siano qualcosa tra i 5.000 e gli 8.000 soldati statunitensi nel continente, a seconda delle missioni in corso al momento, perché le truppe si avvicendano dentro e fuori. Ma 6.000 è un numero ragionevole.

AMY GOODMAN:  In circa, quanti?, cinquanta paesi in Africa.

NICK TURSE: Sì, gli Stati Uniti sono in circa 49 paesi africani o giù di lì, almeno nell’ultimo paio d’anni. Conducono missioni di addestramento, esercitazioni e, in alcuni casi, sai, attacchi di commando e di droni.

AMY GOODMAN: Voglio passare al professor Horace Campbell, che attualmente sta trascorrendo un anno in Africa Occidentale come titolare della cattedra Kwame Nkrumah presso l’Istituto di Studi Africani dell’Università del Ghana, uno studioso di pace e giustizia e docente di studi afroamericani e scienze politiche alla Syracuse University. Ha parlato in precedenza questa settimana a Democracy Now! delle forze … delle forze statunitensi in Africa.

HORACE CAMPBELL: Dunque ciò su cui dobbiamo essere chiari per le forze progressiste degli Stati Uniti d’America è che né la Francia né gli Stati Uniti possono avere alcuna legittimità in Africa, quando nelle strade degli Stati Uniti d’America fascisti vanno in giro con bandiere naziste e la polizia uccide neri. Voglio tornare al punto che abbiamo sostenuto all’inizio. Gli Stati Uniti non hanno alcuna legittimità per combattere il terrorismo in Africa, perché non si possono difendere le vite dei neri in Africa quando le vite dei neri non sono importanti negli Stati Uniti d’America.

AMY GOODMAN: Questo è il professor Horace Campbell. La tua reazione a quello che dice, Nick Turse?

NICK TURSE: Beh, sostiene una tesi forte qui. E, sai, io potrei aggiungere – e questo è importante nei miei scritti recenti – che le attività antiterrorismo degli Stati Uniti in Africa sono parse avere l’effetto contrario, per molti versi, a quello che, sai, si supponeva gli Stati Uniti stessero costruendo come forze contro il terrorismo, mentre abbiamo appena visto una proliferazione di gruppi terroristici in tutto il continente. Dunque, sai, la legittimità manca, e poi c’è anche l’attuazione della cosa. Si è davvero mostrata in contrasto con quelli che erano gli scopi degli Stati Uniti.

AMY GOODMAN: Nel tuo articolo su The Intercept il titolo è “Gli USA invaderanno l’Africa Occidentale nel 2023 dopo un attacco a New York, secondo una simulazione di guerra del Pentagono. Che cos’è questa simulazione di guerra?

NICK TURSE: E’ stata una simulazione di guerra condotta nel corso di molte settimane l’anno scorso. Il suo acronimo era JLASS-SP. Ed è stata condotta da studenti delle scuole militari di guerra statunitensi. Non si tratta, direi, di cadetti di West Point o di qualcosa di simile. Sono in generale colonnelli dell’esercito, della marina, dell’aviazione, dei marines, alcuni dei migliori pensatori strategici emergenti dell’esercito statunitense, persone che saranno generali che condurranno le guerre dei prossimi anni. Gestiscono una simulazione di guerra molto intricata, e questa ne ha fatto parte, ma una parte centrale.

La simulazione di guerra ipotizza che ci sarà un attacco terroristico a New York mirato contro il Lincoln Tunnel. Sarà il più grande attacco terroristico dopo l’undici settembre, con il maggior numero di vittime da allora. E sarà attuato da un gruppo terrorista dell’Africa Occidentale, al-Qaeda nel Maghreb islamico, uno di questi gruppi cresciuti nella regione dopo l’undici settembre. A causa di questo attacco gli Stati Uniti decidono di invadere l’Africa Occidentale, cominciando dalla Mauritania. E, sai, e non sarà una sorpresa per nessuno che abbia seguito le guerre statunitensi dopo l’undici settembre che diventerà rapidamente un pantano, che gli Stati Uniti partono pensando che si tratterà di una campagna breve, che possiamo eliminare i terroristi là e ritirarci rapidamente, ma presto si trasforma in un conflitto ingestibile nel quale gli Stati Uniti devono attuare un’impennata delle forze solo per mantenere la loro occupazione, e sembra non ci sia una via d’uscita.

AMY GOODMAN: E qual è il significato di una simulazione di guerra del Pentagono?

NICK TURSE: Beh, voglio dire, questa è … questa non è una valutazione dei servizi segreti, ma è qualcosa che mostra quello che gli Stati Uniti pensano al riguardo, da dove vedono arrivare le minacce, quella che considerano una reazione statunitense, cito, “ragionevole”. E questa è in generale la reazione statunitense. Potrei certamente veder succedere qualcosa di simile. E le conseguenze sono raggelanti, specialmente considerato ciò che vediamo oggi … discorsi che fuoriescono dal Congresso a proposito, sai, di aumentare le operazioni militari statunitensi in Africa. E’ un resoconto che fa riflettere su ciò che questo potrebbe significare per noi tutti, qui negli Stati Uniti e specialmente in Africa.

AMY GOODMAN: E a proposito della Somalia? Dunque, qual è stata la tempistica? Il 4 ottobre, quello è stato il giorno delle uccisioni in Niger, dell’agguato alle forze statunitensi e nigerine. Dieci giorni dopo, il 14 ottobre, anche se molti avevano appreso ciò che era successo in Niger, e Trump non ha rivelato quello che era successo in Niger se non dopo la Somalia, ma dieci giorni dopo questo doppio attentato dinamitardo nella capitale, quello che chiamano il massacro di Mogadiscio, più di 350 uccisi, 400 feriti. E The Guardian scrive che il sospetto attentatore provenga dalla specifica comunità presa di mira dall’incursione statunitense dello scorso agosto, in un villaggio vicino a Mogadiscio, che ha ucciso circa dieci persone, tra cui dei bambini. Puoi parlarci di che cosa sta succedendo in Somalia e della presenza statunitense nel paese?

NICK TURSE: Beh, gli Stati Uniti hanno presenza di lungo corso in Somalia. E’ stato uno dei primi luoghi in cui gli sforzi di antiterrorismo statunitensi sono stati più vasti in Africa. Sai, alcuni nel governo lo citano come una storia di successo. Al-Shabab è stato, per molti verso, respinto. Ma, sai, c’è una continua campagna terroristica di al-Shabab che non pare possa essere risolta con mezzi militari.  Ma questo è … questo il modo che gli Stati Uniti hanno scelto per farvi fronte e hanno scelto di far fronte a quelle che considerano minacce in tutto il continente, è una sorta di esercizio di antiterrorismo “colpisci la talpa”.

AMY GOODMAN: E che cosa significa che Trump l’abbia definita una cosiddetta zona di ostilità attive?

NICK TURSE: Sì, ciò ha consentito un allentamento dei vincoli all’attività militare statunitense là. Consente agli Stati Uniti di perseguire una campagna militare più vigorosa. E a causa di questo c’è una probabilità molto maggiore di vittime civili e una possibilità di semplicemente proseguire il ciclo. Questo è qualcosa che gli esperti mi hanno detto in continuazione: che le operazioni statunitensi nel continente stanno, in molti modi, alimentando il terrorismo, che queste operazioni militari statunitensi stanno causando scontento, e uccidendo, sai, civili innocenti stanno allevando altri terroristi, un paese dopo l’altro.

AMY GOODMAN: Nel corso di una conferenza stampa lo scorso mese il presidente Trump si è complimentato con leader africani per aver contribuito ad arricchire i suoi amici.

PRESIDENTE DONALD TRUMP: L’Africa ha un potenziale economico enorme. Ho tanti amici che si recano nei vostri paesi cercando di arricchire. Mi congratulo con voi. Spendono un mucchio di soldi.

AMY GOODMAN: “Spendono un mucchio di soldi”, ha detto il presidente Trump. Nick Turse, mentre cominciamo ad avviarci alla conclusione?

NICK TURSE: Sì, io penso che Trump abbia considerato l’Africa forse in due modi: che è una specie di zona economica commerciale, da dove gli Stati Uniti possono estrarre risorse e far soldi e poi, sai, un teatro di guerra. E, sai, quel discorso è stato eccezionalmente stonato. Ed è stata la prima volta che ha davvero parlato di quale potrebbe essere la sua strategia per l’Africa. Come ci si poteva aspettare, dopo tali parole, è diventata sempre più confusa. E’ molto difficile capire esattamente come l’amministrazione Trump vede il futuro dell’Africa, e davvero mancano addirittura esperti nell’amministrazione, al Dipartimento di Stato. Dunque sembra una politica ad hoc. Penso che vedremo un coinvolgimento militare molto maggiore, specialmente dopo il Niger. E, sai, non sono sicuro dell’emancipazione economica di cui ha parlato Trump.

AMY GOODMAN: Tu parli di una guerra segreta in Africa. Che cosa intendi?

NICK TURSE: Beh, voglio dire, queste campagne stanno andando avanti in Africa da anni, ma sono largamente ignote al popolo statunitense. E quando chiedi all’AFRICOM, come ho fatto io, riguardo a che cosa sta succedendo nel continente, lo parlano sempre di missioni di addestramento, di missioni di consulenza. Beh, è esattamente così che era stata presentata la missione in Niger. Si trattava di collaborare con forze locali con una funzione di consulenza. Ma vediamo che, sai, una missione di consulenza o di addestramento può velocemente diventare di combattimento. E io penso che quanto più coinvolgimento statunitense vediamo, tanto maggiore sarà la possibilità che avremo sempre più catastrofi come questa.

AMY GOODMAN: Che altro che vuoi aggiungere e che pensi la gente negli Stati Uniti … certamente i media dell’industria sono scarsamente attenti all’Africa. Voglio dire, quando c’è, ad esempio, l’attacco, quello che chiamano il massacro di Mogadiscio, 358 morti, quasi nessuna attenzione. Naturalmente, nell’immediato la cosa è citata. Ma dopo la devastazione, la perdita di vite. Che cosa si dovrebbe capire riguardo all’Africa oggi e a che cosa occorrerebbe guardare?

NICK TURSE: Beh, sai, penso sia importante tener d’occhio posti come il Sud Sudan, di cui abbiamo parlato prima, la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana.  Questi sono luoghi dove gli Stati Uniti avevano condotto in precedenza uno sforzo diplomatico più robusto, ma hanno … gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro in molti modi. E questi sono luoghi dove gli Stati Uniti … le Nazioni Unite hanno avvertito di potenziali genocidi, di campagne di pulizia etnica. Queste sono storie che sono del tutto sotto riportate, e a volte ignorate, negli Stati Uniti, ma io penso che siano luoghi che faranno notizia in futuro, per ogni motivo sbagliato.

AMY GOODMAN: Mentre il presidente Trump manifesta, per dire il minimo, un’intenzione estremamente bellicosa in varie aree, sei preoccupato per quello che significherà la sua concentrazione sull’Africa?

NICK TURSE: Lo sono. Sai, io penso che questa sia la primaria inclinazione degli Stati Uniti riguardo al continente; che, sai, mentre un paese come la Cina ha promosso un coinvolgimento economico, gli Stati Uniti hanno in realtà considerato l’Africa come un problema di antiterrorismo. E il modo per farvi fronte, nel pensiero statunitense, consiste nell’impiegare maggiori forze militari, costruire più basi, dispiegare più soldati.

AMY GOODMAN: E, ultima domanda, con riferimento a un tuo pezzo che hai scritto solo pochi mesi fa, guardando a ciò che era successo in Camerun: “Soldati camerunensi hanno torturato e ucciso prigionieri nella base usata per i droni statunitensi [Sorveglianza]”. Era un rapporto uscito da Amnesty International.

NICK TURSE: Sì, collaboravo con The Intercept, Amnesty International e un gruppo chiamato Forensic Architecture. E quello che abbiamo scoperto è che c’è una piccola … una di numerose piccole basi statunitensi in Camerun, o una base camerunense nella quale gli Stati Uniti hanno una presenza militare intermittente e dalla quale contraenti statunitensi fanno volare droni. Nella stessa base forze camerunensi torturavano e a volte addirittura uccidevano prigionieri, persone che erano sospettate di sostenere Boko Haram ma che, nella maggior parte dei casi, erano innocenti e non avevano legami con il gruppo. Questo è … sai, uno, è illegale e, due, sta creando scontento in Camerun. Ed è solo …

AMY GOODMAN: Questo è nella base statunitense di sorveglianza con i droni … Prima ho detto “attacchi”, ma si tratta di sorveglianza?

NICK TURSE: Sorveglianza. Era una …. Ci sono contraenti statunitensi che fanno volare droni da questa base, e poi forze statunitensi delle operazioni speciali che vanno e vengono per collaborare con … e questa è un’altra missione di addestramento di soldati statunitensi. Ma, sai, i nostri alleati stanno commettendo grossolane atrocità su vasta scala. E questo non passa inosservato dalla gente del Camerun. La gente negli Stati Uniti non ne sa nulla, ma potremmo assistere al boomerang nei prossimi anni.

AMY GOODMAN: E questo è successo giusto oggi: tre soldati delle forze di pace dell’ONU dal Ciad sono stati uccisi e due altri feriti quando il loro convoglio logistico è stato attaccato nel Mali settentrionale, secondo le Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato l’attacco stradale. La missione di pace dell’ONU in Mali, forte di 12.000 uomini, è diventata la più pericolosa del mondo, poiché militanti islamici attaccano regolarmente convogli dell’ONU nel nord. Il Mali, naturalmente, è un confinante del Niger.

NICK TURSE: Sì. Sai, questo è ciò di cui stavo parlando. Dopo che l’ufficiale addestrato negli USA, il capitano Sanogo, ha rovesciato il governo del Mali, ha realmente destabilizzato l’intero paese. E a causa di ciò, nella parte settentrionale e persino in quella centrale del paese, ci sono stati gruppi militanti attivi da allora. Si sono realmente costruiti delle roccaforti. Così ci sono forze francesi e africane, sostenute dagli Stati Uniti, che conducono campagne antiterrorismo. Ma quella che è in corso è un’insurrezione e non mostra alcun segno di rallentare.

[Convenevoli di chiusura omessi – n.d.t.]

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/from-niger-to-somalia/

Originale: Democracy Now

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

Dal Niger alla Somalia

http://znetitaly.altervista.org/art/23464

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