Dalle colonie la minaccia dell’inquinamento

michele  giovedì 20 settembre 2012 07:07

Le acque reflue prodotte dai coloni in Cisgiordania si riversano nelle terre palestinesi, distruggendo i campi, inquinando le sorgenti, danneggiando la terra e il paesaggio.

Reportage di Barbara Antonelli e Nicolas Helm-Grovas

Ramallah, 20 settembre 2012, Nena News – Le acque reflue prodotte in Cisgiordania, sia dalle colonie israeliane che dalle comunita’ palestinesi, ammontano a circa 91 milioni di metri cubi ogni anno: l’equivalente dell’acqua contenuta in 36.400 piscine olimpiche.  La maggior parte di queste acque di scarico non riceve alcun trattamento di depurazione. Gli agenti contaminanti -sia organici che inorganici- si riversano direttamente in Cisgiordania, con conseguenze devastanti per l’inquinamento sia del territorio che del Massiccio Acquifero, la piu’ importante risorsa di approvvigionamento idrico per israeliani e palestinesi. In 45 anni di occupazione le autorita’ israeliane non si sono curate minimamente di installare impianti per il trattamento delle acque di scarico nelle 121 colonie sparse in tutta la Cisgiordania: le colonie soltanto producono 17,5 metri cubi all’anno di acque impure.

Secondo un dettagliato report dell’organizzazione israeliana Bt’selem del 2009, su 121 colonie solo 81 sono dotate di impianti per il trattamento delle acque reflue. Alcuni dei quali usano metodologie superate, non seguono gli standard adottati in Israele o sono inadatti a coprire le necessita’ di colonie, la cui popolazione ha subito in pochi anni un boom demografico impressionante.

Altre strutture non funzionano a pieno regime o sono state parzialmente o del tutto disattivate, con la conseguenza che 5,5 milioni di metri cubi di acque reflue prodotte dalle colonie non ricevono alcun trattamento, riversandosi nelle vallate palestinesi. Le leggi a tutela dell’ambiente, in vigore in Israele, vengono  ignorate nelle colonie. Cosi capita che le abitazioni degli insediamenti siano occupate da intere famiglie prima che i sistemi di depurazione e fognari siano completamente funzionanti o che industrie costruite su territorio occupato, inizino a funzionare a pieno regime, senza che siano dotate di sistemi di smaltimento a norma per le sostanze tossiche e i rifiuti. E’ indicativo che il Ministero israeliano per la tutela dell’ambiente abbia seguito – dal 2000 al 2009 – solo 53 casi per il malfunzionamento degli impianti nelle colonie, mentre lo stesso Ministero ha preso in esame 230 casi in Israele, solo nel 2006. Un far west di leggi selvagge imperversa nelle colonie in Cisgiordania e al Ministero dell’ambiente fa comodo che sia cosi.

Anche il 90% delle acque reflue prodotte dai palestinesi non viene trattato. E anche qui le regole del gioco le decide Israele: l’amministrazione civile negli ultimi 15 anni non ha approvato progetti per gli impianti di depurazione dei liquami urbani, presentati da istituzioni palestinesi, con i fondi europei o internazionali; in altri casi li avrebbe approvati solo con la condizione di poter collegare a quegli stessi impianti anche le colonie.

Sempre Israele ha imposto all’Autorita’ Palestinese di costruire impianti all’avanguardia (non usati nemmeno in Israele) che rispondono a parametri che neanche l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ richiede; cosa che fa aumentare i costi di costruzione, operativi e di mantenimento. Con la conseguenza che sia USA che Germania, principali finaziatori di tali impianti, hanno ridotto in modo considerevole i finanziamenti all’ANP per questo tipo di progetti.

Il sistema che rifornisce acqua alle colonie e’ inoltre gestito direttamente da Israele, quindi, che le acque reflue inquinino o meno l’ambiente palestinese circostante, non intacca minimamente la qualita’ dell’acqua potabile destinata ai coloni. Al contrario, villaggi o intere comunita’ palestinesi fanno affidamento sulle risorse idriche naturali; pertanto l’inquinamento delle falde acquifere prodotto dalle colonie, aggrava ulteriormente le gia’ drammatiche condizioni dell’accesso all’acqua potabile per i palestinesi. Con devastanti conseguenze anche per l’agricoltura, dato che le acque reflue inquinano il terreno, contaminano i campi, diminuiscono la fertilita’della terra.

Il problema si aggrava nelle aree industriali israeliane costruite in Cisgiordania. La piu’ estesa, quella di Barkan nel distretto di Nablus, vede almeno 80 industrie operative, che producono alluminio, vetroresina, pesticidi, componenti per l’industria militare. Dal 1982, Israele ha ricollocato le industrie piu’ inquinanti all’interno della Cisgiordania, danneggiando interee aree palestinesi. Un esempio tra tutte, la Geshuri industries,  un’industria di pesticidi ricollocata nel 1987 in un’area adiacente a Tulkarem. Industrie che scaricano nelle vallate sottostanti rifiuti chimici non trattati.

Con l’ associazione israeliana Yesh Din,  abbiamo preso in esame tre diversi casi, in tre diverse colonie, indicativi delle problematiche legate al mancato trattamento delle acque reflue, ma anche delle contraddizioni legate a un sistema di occupazione che si e’ ormai cristallizzato.

Proprio a nord della statale 5, vicino Qalqilya a nord della Cisgiordania, nella vallata che dalla colonia scende giu’, un tubo di scarico pompa liquami urbani direttamente nelle terre palestinesi e nel piccolo torrente, principale risorsa idrica della vicina Az-Zawiya, a cui appartengono quelle terre.

Sulla collina, due grandi contenitori in allestimento indicano che l’impianto di purificazione dell’acqua della colonia e’ in fase di costruzione. Un’impresa che e’ il frutto della Compagnia per l’Economia dell’amministrazione locale e che dovrebbe mettere un freno al libero rifluire dei liquami nelle terre palestinesi. L’impianto e’ stato costruito illegalmente anche secondo la giurisdizione israeliana, al di fuori del perimetro della colonia, espropriando due ‘dunum’ di terra ai legittimi proprietari palestinesi.

La ONG Yesh Din segue diversi casi, per conto di comunita’ palestinesi, contro le attivita’ di costruzioni illegali anche secondo la legge di Israele, le uniche per le quali ci si puo’ appellare al sistema giuridico israeliano. Un anno fa, in una situazione simile riguardante la colonia di Ofra, vicino Silwad, gli avvocati di Yesh Din sono riusciti a congelare la costruzione di un impianto per il trattamento delle acque, ricorrendo alla Corte. Un impianto costruito senza permesso regolare e su terra espropriata a due famiglie palestinesi, rappresentate da Yesh Din. La Corte ha deciso l’immediato stop dei lavori della struttura, completata quasi al 90%. Dal momento dell’interruzione dei lavori, la colonia continua a riversare i liquami di scarico nelle terre palestinesi circostanti. Un caso che illustra bene il dilemma tra applicazione del diritto e pragmatismo: se le colonie si dotano di strutture per lo smaltimento delle acque reflue, consolidano ancora di più sul terreno il sistema illegale dell’occupazione. Se invece ci si appella al diritto israeliano, qualora possibile, si lascia però che l’inquinamento ambientale sia perpetrato impunemente, a scapito ancora una volta delle comunita’ palestinesi.

Nel caso della colonia di  Elqana, il team di Yesh Din ha prima consultato la comunità palestinese, per verificare se fosse intenzionata a intraprendere un procedimento legale. La comunità ha scelto la strada del pragmatismo: consentire la costruzione illegale dell’impianto e rinunciare alla terra espropriata, per fermare il devastante inquinamento del terreno e sperare che la terra rimasta ritorni ad essere fertile. Non certo una vittoria, ma forse il male minore.

La situazione di Ariel, a est di Elqana è molto simile. L’impianto per il trattamento delle acque qui è operativo ma non funziona a pieno regime, soprattutto non copre le reali  necessita’ della colonia, che ha subito – da quando è stata costruita nei primi anni Novanta – un boom demografico a ritmi serrati, con un aumento della popolazione da  10.000 a oltre 60.000 coloni. In aggiunta, anche gli scarichi di rifiuti tossici e fanghi attivi esausti prodotti dalla vicina area industriale di Barkan, si riversano nella vallata palestinese. Ancora una volta le procedure di smaltimento dei rifiuti industriali in Cisgiordania seguono una legislazione meno ferrea rispetto a quella in vigore in Israele, cosa che ha favorito il trasferimento di molte aziende proprio in territorio occupato.

Sia Ariel che Barkan scaricano i loro rifiuti nella vicina Salfit, palestinese, avvelenando i campi e inquinando l’ambiente. L’area presentava gia’ preoccupanti problematiche per il trattamento delle acque reflue palestinesi, dato che Salfit stessa non è dotata di alcun impianto. Tra i 60 e i 70 milioni di shekel sono stati dati al municipio di Salfit dal governo tedesco per l’installazione di un efficace sistema di smaltimento. L’amministrazione civile israeliana, che ha pieno controllo sull’area C della Cisgiordania, ha richiesto che Ariel potesse essere allacciata allo stesso sistema e quando l’amministrazione di Salfit ha rifiutato, e’ stata costretta a restituire al governo tedesco il denaro gia’versato. Attualmente, sia i liquami di Salfit che di  Ariel, si riversano nell’ambiente circostante.

Revava è un altra colonia con infrastrutture insufficienti per coprire il trattamento di depurazione dei liquami. Le acque di scarico scorrono abbondantemente nella vallata fino a uno o due miglia lontano dalla colonia. All’interno della colonia, un lavoratore palestinese (ironicamente molti lavoratori palestinesi sono costretti a lavorare proprio nelle colonie, non avendo altra scelta) ci ha spiegato che Revava e’ dotata di una cisterna per il raccoglimento delle acque reflue: la cisterna si riempie in tempi brevi perche’ insufficiente a coprire le esigenze di tutti i coloni, tanto che periodicamente le acque si riversano nella vallata. I residenti palestinesi del vicino uliveto hanno rinunciato a venire qui, sia per l’odore nausenate che per la presenza degli insetti.

Quando abbiamo visitato la vallata l’abbiamo trovata asciutta. Ad una più attenta indagine, ci siamo resi conto che, proprio tutto intorno all’insediamento, i coloni hanno scavato profonde voragini, per fare da contenimento alle acque di scarico ed evitare che rifluiscano direttamente nella vallata, in modo da non destare l’attenzione o i reclami dei residenti palestinesi.

“L’occupazione crea una realta’ ecologica che non è sostenibile”, dice Dror Etkes di Yesh Din. “Non si tratta solo di un outpost o di una colonia da cui fuoriesce acqua inquinata.” E’ evidente che per il singolo residente palestinese o la singola comunita’, la cui terra è stata espropriata o inquinata, anche una minima iniziativa legale assume un significato capitale. “La realta’ pero’ – prosegue Dror Etkes – e’ che la ‘grande architettura’ messa in piedi dall’occupazione, oltre ad essere illegale, non e’ a lungo termine sostenibile.” Le colonie solo in alcuni casi rispondono ad un aumento demografico accelerato: e’ vero che le abitazioni negli insediamenti sono spesso incomplete quando i coloni vi si trasferiscono. Ma come tutto il sistema politico dell’occupazione, la priorità è accelerare la costruzione per creare una realta’ di fatto sul terreno, che difficilmente potra’ essere modificata in seguito. Paradossalmente, Yesh Din è stata accusata dalle organizzazioni di coloni di “non essere interessata anzi di impedire la tutela dell’ambiente”, come nel caso dello stop ai lavori di costruzione dell’impianto di Ofra, “bloccata – a detta dei coloni – a spese dell’ambiente”.

Il cartello (in ebraico) dell’impianto di Elqana recita: “l’impianto e’ costruito a vantaggio dei residenti.” Come sempre, il ‘vantaggio’ e’ sempre e solo quello dei coloni. Nena-News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=20497&typeb=0&Dalle-colonie-la-minaccia-dell-inquinamento

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